FINANZA/ 2. Le “buone” notizie che lasciano l’Italia nei guai

- Mauro Bottarelli

La situazione dell’Italia, rispetto a quella di altri paesi periferici europei, è positiva. Un terreno fertile, spiega MAURO BOTTARELLI, per l’instabilità politica

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Foto Imagoeconomica

C’è qualcosa di strano nell’aria, ancorché di apparentemente confortante. L’Italia ha il secondo debito pubblico al mondo, sta per affrontare una crisi di governo al buio proprio mentre occorre approvare la manovra di stabilità e rivolgersi ai mercati per finanziarsi eppure appare pressoché immune alla crisi del debito europeo: i costi per prendere a prestito denaro, infatti, stanno salendo, ma in maniera assolutamente minore rispetto a Irlanda, Portogallo e Grecia.

 

Ieri Lisbona ha collocato 1,242 miliardi di euro di obbligazione a 6 e 10 anni nell’ultima asta dell’anno, peccato che le tensioni sui periferici abbia obbligato il paese lusitano a pagare i rendimenti più alti da quando è entrato nella moneta unica.

«Quest’anno porta con sé notevole sollievo, visto che nei fatti elimina dalla strada una potenziale buccia di banana», ha dichiarato in mattinata Orlando Green, bond strategist di Credit Agricole a Londra. Certo, un bel sollievo. Anche per i sottoscrittori, visto che il rendimento per il decennale è pari al 6,846% rispetto al 6,251% dello scorso settembre. Bassa la richiesta, inoltre, per i decennali, mentre per i bond a scadenza più breve la richiesta era doppia rispetto all’offerta.

Non condivide l’ottimismo londinese Diego Iscaro, economista all’IHS-Global Insight, secondo cui «l’aumento dei rendimenti richiesti riflette il fatto che le preoccupazioni riguardo l’economia portoghese sono tutt’altro che fugate e, anzi, andranno a toccare il settore delle finanze pubbliche». Il premio che gli investitori richiedono per detenere in portafoglio bond portoghese invece che bund tedeschi nel mercato secondario è salito di 4 punti base a quota 454, in calo dopo il picco pre-asta di 462 punti base.

Tornando all’Italia, invece, lo spread sul bund è salito di 15 punti base a quota 159 questo mese, meno di un sesto rispetto all’incremento conosciuto da Portogallo e Irlanda. Il deficit di budget italiano è al 5,3% del Pil, dato che permette di evitare misure draconiane di austerity come quelle varate in Grecia, Spagna e Irlanda ma soprattutto «anche in caso il governo dovesse cadere, potremmo sì assistere a un movimento degli spread ma non obbligatoriamente a livello significativo, visto che la disciplina fiscale è assicurata», chiosa Luca Cazzulani di Unicredit interpellato da Bloomberg.

Guai, invece, se il governo non riuscisse a varare la finanziaria: «Se questo accadesse, sarebbe davvero una cattiva notizia in grado di spaventare gli investitori». Ecco spiegato il netto richiamo di Giorgio Napolitano sulla priorità della manovra di stabilità, frutto dei rituali colloqui tra il Quirinale e Bankitalia. Inoltre, dopo aver toccato quota 199,3, il cds per assicurare il debito sovrano italiano ieri è sceso a quota 196 punti base contro i 257 della Spagna, i 457 del Portogallo, i 567 dell’Irlanda e gli 866 della Grecia.

 

Insomma, il paese regge e molto bene rispetto agli altri periferici. Anche se, stando a un report inviato martedì agli investitori da Nomura International a Londra, «la possibilità di elezioni all’inizio del 2011 appare aumentare ogni giorno di più». Ma non solo. Per la banca d’affari, «le elezioni non sarebbero affatto una cosa negativa se dovessero riuscire a tracciare una riga netta rispetto all’attuale incertezza politica. Però, i sondaggi sembrano suggerire che si vada incontro al reale rischio di un hung parliament, ovvero senza una maggioranza qualificata per governare e se questo risultato dovesse sostanziarsi in un prolungato periodo di impasse politica questo non sarebbe negativo solo per l’Italia ma, vista l’importanza italiana nell’Ue, potrebbe innescare un ritorno di sentiment negativo sul mercati anche rispetto all’euro».

 

Per Gilles Moec di Deutsche Bank a Londra, «il dato impressionante riguardo l’Italia negli ultimi anni e mesi è stato il livello di consenso bipartisan in favore dell’ortodossia fiscale. Ora il punto di domanda è vedere se resisterà in caso di aggravamento della crisi politica». Certo, abbiamo un debito al 116% del Pil ma sistema bancario e mercato immobiliare stanno molto meglio rispetto ai partner periferici e lo scorso anno il nostro deficit era circa il 33% di quello irlandese e meno della metà di quello spagnolo. E aspettando le previsioni del Pil attese per domani, un sondaggio di Bloomberg tra 21 economisti ha sentenziato una crescita dell’economia dello 0,4% nei tre mesi che hanno portato a settembre, un terza espansione trimestrale di fila.

 

Per questo possiamo dirci salvi, almeno per ora, dalla spirale periferica: «Il mercato – prosegue Moec – ha imparato a non annoverare l’Italia tra i periferici, visto che il paese ha evitato l’indebitamente massiccio post-1999 che ha caratterizzato la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna. Il guaio italiano legato al debito pubblico è da imputare all’eredità dei tardi anni Ottanta e dei primi Novanta, caratterizzati anche dal combinato di crescita debole. Negli ultimi anni la gestione fiscale è invece stata decisamente virtuosa».

 

Perché, quindi, suicidarsi politicamente ed economicamente con una crisi al buio dalle conseguenze poco calcolabili, oltretutto con un corollario di peggioramento di crisi dei periferici come confermato ieri in prima pagina dal Financial Times e dai rendimenti pagati dal Portogallo?

 

Semplice, perché qualcuno sembra avere la garanzia che l’Italia non diverrà la Grecia. I rating sono stati confermati e non c’è in giro nemmeno un rumour su un possibile downgrade, le banche d’affari vigilano ma con toni come quelli che avete letto in precedenza: insomma, la situazione ha tutti i profili di una crisi eterodiretta in stile 1992 e anche molti nomi coincidono. Vedremo come andrà a finire.

P.S. Alla vigilia del G20 coreano e dopo che anche su queste pagine sono state spese molte parole riguardo il piano di QE2 messo in atto dalla Fed, vorrei spendere poche righe anch’io al riguardo partendo da qualche dato. La massa monetaria M2 negli Usa, che si contraeva in marzo e aprile, sta crescendo a ritmi dell’8% e l’aggregato M1 cresce del 15%.

 

Anche la velocità monetaria è tornata normale e sta accelerando. In ottobre il dato dell’occupazione non agricola ha registrato un +151mila: insomma, non ci sono ragioni stringenti per piangere liquidità, crearne artificialmente di nuova o porre in essere azioni drastiche per tenere i tassi a lungo termine ancor più bassi di quanto sono. Detto questo, il rischio di una recessione double-dip per l’anno prossimo è tutt’altro che escluso visto che la stretta fiscale si farà sentire e sarebbe assurdo non ammettere che Ben Bernanke non ha tutti i torti a essere preoccupato per un’economia con un combinato di debito pubblico, privato e immobiliare pari al 350% del Pil e al fatto che in questa condizione non si possa reggere per molto in uno stato di deflazione senza rischiare una spirale debito-deflazione come quella descritta da Irving Fisher nel 1933.

 

L’America non aveva bisogno vitale e immediato di questo QE2 ma lo ha messo in atto anche perché si trova costretta a combattere non solo contro la Cina, la cui principale agenzia di rating ieri ha declassato i bond governativi Usa, ma anche contro un’Europa in ordine sparso e a guida tedesca che per anni ha gestito tassi reali al -2% per far contenta Berlino, salvo ammazzare l’Irlanda. Si dimenticano, inoltre, i critici di Ben Bernanke che le politiche monetarie Usa sono state decisamente positive per l’Asia, soprattutto per la Cina poiché hanno garantito la crescita della produzione industriale, dell’occupazione, degli stipendi, dei consumi interni e della domanda di materiali grezzi. Insomma, Cina, Vietnam, Brasile e compagnia bella dovrebbero mandare un bel ringraziamento alla Fed per quanto fatto finora, piuttosto che strepitare a fronte del loro perenne dumping valutario, economico e industriale.

 

L’America si è stufata e con un deficit commerciale di 46 miliardi di dollari che le grava sulle spalle ha deciso di pensare per sé, garantendo una svalutazione del biglietto verde che faccia ripartire l’export a basso costo. Non biasimiamo gli Usa per avere una politica valutaria ed economica, altrimenti peccheremmo di invidia e nulla più.

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