FINANZA/ Dopo l’Irlanda, solo 2 euro possono salvare l’Ue

- Mauro Bottarelli

La situazione attuale dell’Eurozona sembra l’anticamera a una crisi spacca-euro, anche perché, spiega MAURO BOTTARELLI, la radice di tutti i problemi è la stessa moneta unica

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Foto Imagoeconomica

Eurolandia e tutta l’Unione europea stanno lottando per la loro stessa sopravvivenza. Scongelato in occasione del nuovo default in zona euro, il presidente permanente dell’Ue, lo sconosciuto Herman Van Rompuy, ha ammesso ciò che per almeno un anno tutte le istituzioni comunitarie hanno negato: ovvero che né l’unione monetaria, né l’Ue a 27 riusciranno a sopravvivere se non verranno risolti i problemi di bilancio di alcuni Paesi.

 

«Siamo di fronte a una crisi per la nostra sopravvivenza. Dobbiamo lavorare tutti insieme per permettere alla zona euro di sopravvivere. Infatti, se l’euro non sopravvive, neanche l’Unione europea sopravvive», ha concluso Van Rompuy prima di spargere un po’ di ottimismo da cerimonia: «Ho fiducia che supereremo questo momento».

Balle. L’Europa sarà costretta a corsi valutari differenziati per sopravvivere, un’area euro forte a guida tedesca e un’area euro2 – e forse euro3 – con i peccatori del debito legati a un peg fisso con la moneta di riferimento che di fatto replicherà il vecchio marco: Deutsche Bank lo scrisse in un report agli investitori già nel 2006. Già, la Germania. Berlino, infatti, è ben felice di questo epilogo e lo si capisce dal suo comportamento: prima scatena un putiferio sui mercati parlando di taglio dei rendimenti obbligazionari per far pagare anche agli investitori privati i costi di futuri salvataggi e poi utilizza il suo ministro degli Esteri – si noti, non quello delle Finanze, che era di ritorno dal G20 di Seul – per smentire e tranquillizzare la comunità finanziaria.

Non poteva fare altro, d’altronde, visto che dopo la felice frase della Merkel, i mercati hanno chiesto l’8,92% d’interesse per detenere il bond decennale irlandese, lo stesso che ad agosto si negoziava al 4,89%: in soldoni, prima ha condannato l’Irlanda alla bancarotta e innescato il contagio a Portogallo e Spagna e poi si è travestita da pompiere con scarsi risultati, visto che dopo le frasi rassicuranti di Westerwelle il decennale irlandese è sceso dall’8,92% all’8,78%.

Ma come siamo arrivati a questo punto? Semplice, invece di prendere atto che quella scatenatasi nel 2008 era una crisi di insolvenza degli speculatori e delle grandi banche d’affari, si è deciso di diagnosticare il male come crisi di liquidità. Detto fatto, gli Stati hanno trasfuso liquidità in gran fretta e con enormi volumi alle banche, a tasso praticamente zero. Il perché di questa scelta era semplice: quei soldi creati a spese dei contribuenti futuri, le banche li avrebbero distribuiti alle imprese e alle famiglie sotto forma di nuovi crediti, mutui, fidi. Guadagnandoci su e rimettendo in moto l’economia a credito. Peccato che non sia andata così: a causa della recessione, le banche e la finanza hanno capito che famiglie e le imprese non erano in grado di rimborsare e tantomeno chiedevano di fare altri debiti. Perciò hanno parcheggiato quei fiumi di denaro presso le Banche Centrali o acquistato titoli di Stato.

Peccato che gli Stati si siano indebitati fino ai capelli per dare liquidità alle banche – divenendo garanti della loro solvibilità – mentre le entrate tributarie degli Stati calavano a causa della recessione, i tassi richiesti dai mercati sui debiti pubblici continuavano a salire, mentre il valore dei prestiti delle banche agli Stati calava. È stato così per il Club Med, ma anche per i paesi Baltici e, buon’ultima, l’Irlanda.

 

Il portafoglio delle banche perdeva, costringendole a ricapitalizzarsi o a farsi salvare come nel caso di Anglo Irish Bank. Un circolo vizioso: le banche s’indebolivano perché avevano le casse piene di titoli di debiti di Stato che perdevano valore, questo perché gli Stati si erano indeboliti per salvare le banche. Ecco quindi il salvataggio della Grecia e la corsa degli investitori alle obbligazioni dei cosiddetti periferici, capaci di pagare rendimenti faraonici e con la garanzia di non default implicitamente fornita dall’Ue. Insomma, l’Ue ha azzerato il rischio di mercato per i bond sovrani: alla faccia della lotta alla speculazione!

 

Con l’approssimarsi della crisi irlandese, giunge l’uscita di Angela Merkel: «Alla prossima crisi di tipo greco, i detentori dei Buoni del Tesoro devono essere parte della soluzione anziché del problema». E i tedeschi, affiancati da Nicolas Sarkozy, cominciano a parlare, in caso di crisi in Portogallo, Irlanda o Spagna, di procedure di fallimento ordinato, di riscaglionamento del debito, di ristrutturazione, di scrematura dei detentori privati dei titoli di quel debito. Ovvero, scordatevi che l’Europa vi ripaghi a scadenza il 100%, dopo 10 anni in cui lucrate sugli interessi. In caso di default sovrano, ci sarà una procedura fallimentare e sarete chiamati a pagare la vostra parte come creditori di un fallito: del bond portoghese a valore facciale 100, vi sarà restituito 70. Oppure 50. O 30. Oppure il decennale diventerà trentennale oppure ancora il pagamento del capitale sarà sospeso e riceverete solo gli interessi.

 

Idea non sbagliata, ancorché ontologicamente antimercatista, peccato il timing sospetto o idiota (propendo per la prima ipotesi). L’anno prossimo, infatti, gli stati dell’eurozona dovranno emettere 915 miliardi di nuovi debiti o rinnovarli: e si sa a quale prezzo, già oggi, i mercati siano disposti a detenere quei debiti giganteschi. Quindi, se non si vogliono aste deserte – e quindi altri default a catena per mancanza di rifinanziamento sovrano – toccherà pagare rendimenti ancora più stellari, altrimenti arrivederci e grazie, la speculazione si butterà altrove: molto probabilmente sulle commodities, prezzate in dollari, visti i rischi colletarali connessi alla politica della Fed (non a caso tra le voci più preoccupate per la nuova crisi nell’eurozona – e il conseguente calo dell’euro sul dollaro – si è immediatamente registrata quella di Tim Geithner, segretario al Tesoro Usa). Tutto qui, l’immenso vespaio in cui ci stiamo muovendo si spiega con queste poche righe.

 

Quale futuro, quindi? La domanda da porsi, d’ora in poi, è una sola: who’s next? Ovvero, chi sarà il prossimo a crollare sotto deficit e debito? Prima è stata la Grecia, ora l’Irlanda, domani toccherà al Portogallo e poi alla Spagna: state certi che ora ricominceranno i peana anti-speculazione, facile scappatoia per le cancellerie europee per evitare di finire sul banco degli imputati. È l’euro, la moneta unica, a essersi trasformato in una macchina per bancarotte, per questo quando i mercati avranno finito con Dublino, toccherà a Lisbona, poi a Madrid e dopo a Roma e Parigi. C’è un effetto domino in atto e, a ogni salvataggio, le linee di fallimento all’interno dell’euro si allargheranno sempre di più: questa crisi sarà “spacca-euro”. Anche perché la crisi irlandese sarà molto più seria di quella greca per la moneta unica: serviranno infatti decine di miliardi di euro per far riconquistare all’Irlanda la fiducia dei mercati e nessuno può dirsi certo del fatto che gli altri membri siano disposti a pagare il prezzo politico interno di questa opzione.

Inoltre, la Grecia è stata fatta entrare nell’euro quando non si doveva e, una volta fatto l’errore, bisognava imporle riforme oppure andava espulsa e legata a un peg fisso. Per l’Irlanda la questione è differente, visto che Dublino ha rappresentato una delle economie più performanti e di successo al mondo negli ultimi quindici anni e quando la crisi ha colpito il governo è intervenuto – non ha nascosto lo sporco sotto il tappeto come i greci – ponendo in essere misure di austerity senza chiedere un euro all’esterno. In parole povere, quindi, il problema non è l’Irlanda, ma l’euro così come è stato concepito e introdotto ed è per questo che la crisi non si fermerà qui: è la moneta unica, questa moneta unica, la radice della crisi.

 

Quindi, prepariamoci a vedere Lisbona (deficit al 9,3% del Pil nel 2009) seguire le orme di Dublino e poi Madrid (deficit di budget al 9,3% quest’anno, il secondo più alto dell’eurozona) subire il contagio lusitano. Ma, a questo punto e seguendo questa logica, perché non mettere nel mirino anche l’Italia? Dal radar dei mercati, in effetti, non siamo mai usciti, anche perché nonostante il sistema bancario stia meglio che altrove, la spesa pubblica allegra del passato ci ha lasciato con uno stock di debito allucinante e da un decennio a questa parte conosciamo una crescita economica risibile, 149ma al mondo prima soltanto di Haiti. La Francia, poi, è sì economicamente più forte dei periferici e con un solido sistema industriale, ma con il suo stato sociale di welfare elefantiaco, non potrà restare fuori dal mirino per sempre in caso di default a catena nell’eurozona: persino i greci hanno mostrato maggior propensione alle riforme dei francesi, capaci di paralizzare un paese intero per una riforma delle pensioni decisamente blanda.

 

Per Morgan Stanley, in una nota agli investitori, «il Portogallo si trova ad affrontare carenze strutturali mentre in Grecia l’argomento chiave è l’indisciplina fiscale. La Spagna, poi, paga lo scoppio della bolla immobiliare dovuto all’accesso di credito, un po’ come l’Irlanda ma accoppiata a un settore bancario gigantesco». In ogni singolo paese sarà una causa scatenante diversa a innescare un collasso nella fiducia finanziaria, mentre la causa seminale resta la stessa: l’euro. Quando fu introdotta, la moneta unica fu una grande scommessa poiché fece condividere la medesima valuta a un gruppo di economie molto differenti tra loro e anche perché consentì alla Bce di operare una singola politica monetaria per tutti.

 

Fu una sfida affascinante ma è fallita. O, almeno, si sta rivelando sbagliata, visto che le economie europee sono troppo differenti per essere gestite da un’unica banca centrale e la ratio dei tassi d’interesse lo dimostra. La stessa politica, infatti, si è sostanziata in una crisi fiscale in Grecia, un collasso bancario in Irlanda, una bolla immobiliare in Spagna e in un enorme surplus commerciale in Germania: un capolavoro assoluto! La crisi, quindi, rischia di continuare a trasferirsi da un paese all’altro, l’unico modo per fissare permanentemente la situazione è la divisione dell’euro in aree valutarie differenti, omogenee e più facilmente gestibili. Fino a quando l’Ue e i vari leader europei non capiranno questa semplice ancorché scomoda verità: ogni salvataggio che approveranno non sortirà altro effetto che spostare gli attacchi altrove.

 

Un domino, potenzialmente mortale. Non è un caso che, nonostante l’Ecofin abbia sostanzialmente detto che l’Irlanda non sarà lasciata fallire, ieri i cds di Dublino abbiano registrato un +7% a quota 526 punti base, quelli greci +9,28% a quota 937, quelli spagnoli un +6,28% a quota 264 punti base, quelli portoghesi +6,23% a quota 433 e quelli italiani un +1,44% a quota 191 punti base. Per ora reggiamo, ma per quanto ancora? Who’s next?

 

P.S. Il fatto che i principali hedge funds stiano scommettendo short sull’euro, preventivando un calo fino a quota 1,30-1,29 sul dollaro entro fine novembre, parla molto chiaro.

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