FINANZA/ Così Belgio e Spagna inguaiano anche l’Italia

- Mauro Bottarelli

Oggi a Madrid ci sarà un’importante asta di titoli di stato. Se andrà male, spiega MAURO BOTTARELLI, ne risentirà anche l’Italia

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Foto Imagoeconomica

Cari amici, scordatevi l’Irlanda e il Portogallo: sono delle death countries walking in attesa dell’ingresso nel miglio verde. I mercati hanno già inquadrato gli snodi reali della crisi del debito sovrano europeo e hanno cominciato a muoversi di conseguenza. Puntuale come solo un’agenzia di rating sa essere, ieri Moody’s ha minacciato il downgrade della valutazione del credito spagnolo, già declassato da AAA a AA1 lo scorso settembre.

Per l’analista dell’azienda americana, Kathroin Muehlbronner, «al momento la Spagna appare ancora solvibile, ma preoccupano il finanziamento dei governi regionali, delle banche sotto pressione per la crisi immobiliare e quello sovrano». Insomma, vi stiamo per tagliare la testa. Anche perché un annuncio del genere non è stato lanciato in un giorno qualsiasi, ma esattamente il giorno dopo un’asta di bond e il giorno prima di quella successiva e finale per il 2010, che si terrà questa mattina.

I mercati, ovviamente, non l’hanno presa bene, anche se la tensione su Madrid era palpabile già da lunedì mattina. Lo conferma l’aumento dei rendimenti pagati martedì sulle obbligazioni decennali spagnole, salite al 5,57%, per piazzare sul mercato 2,5 miliardi di euro di debito. Il fatto che la nuova asta, quella di oggi che – come anticipato martedì – verrà disertata da Credit Agricole poiché ritenuta troppo pericolosa, sarà contemporanea al vertice europeo di Bruxelles, potrebbe complicare non poco le decisioni da prendere in caso non si riescano a collocare tutti i bonds o i rendimenti salgano ancora: l’altro ieri l’obbligazione a diciotto mesi pagava un rendimento del 3,721% contro il 2,664% dell’asta di un mese fa.

La richiesta per ora è stata ancora alta, con un bid-to-cover ratio del 4,54 contro il 3,66 di novembre: oggi Madrid cercherà di collocare sul mercato il 4,85% del debito 2020 e il 4,65% di quello 2025, vedremo a che prezzo. In totale stiamo parlando di un controvalore pari a 3 miliardi di euro, contro i 4 annunciati a inizio novembre, scelta obbligata per l’impennata dei rendimenti. In compenso, martedì il prezzo pagato per i 2 miliardi di euro di bond annuali è salito al 3,4%, su di 100 punti base in un solo mese. Il tutto in un quadro che vede la Spagna costretta a rifinanziare circa 220 miliardi di euro quest’anno e le sue banche costrette ad affrontare perdite per 176 miliardi di euro contro i 108 di un anno fa.

Un bel guaio, insomma, del quale oggi si dovrà giocoforza parlare a Bruxelles, visto che per Toby Nangle della Baring Asset Management «la Bce, sotto un rigido codice contabile, potrebbe già essere insolvente. Il sistema finanziario internazionale può reggere una bancarotta della Bce? Ciò che spaventa e non poco i mercati è che non è così facile smentire questa ipotesi». Anche perché, come anticipato, anche il Belgio è ufficialmente finito nel mirino, dopo il downgrade di Standard&Poor’s «a causa della prolungata incertezza politica che può colpire lo status creditizio del paese». Detto fatto, il rendimento del decennale belga è salito al 4,05%, dato che ha portato lo spread di rendimento rispetto al bund a 105 punti base.

 

«È una chiara dimostrazione del contagio dai periferici», ha dichiarato Ioannis Sokos, analista di tassi presso Bnp Paribas a Londra, secondo cui «non era mai accaduta una cosa simile, è una sorpresa, anche se avevamo notato qualcosa dall’andamento degli spreads». D’altronde, con un Parlamento bloccato da otto mesi in cerca di una coalizione, un debito pubblico ormai pari al 100% del Pil, una necessità di rifinanziamento del debito per il prossimo anno pari all’11% del Pil e 65 miliardi di euro di bonds e bills a maturazione sempre nel 2011 (dati Bloomberg) c’è poco da stare allegri. Lunedì, inoltre, lo stesso Fondo Monetario Internazionale era intervenuto duramente nei confronti di Bruxelles invitando a «preparare e presentare un chiaro piano che contenga il contagio dall’estero».

 

Per Jean Deboutte, responsabile dell’Ufficio del debito nazionale belga, «questo è molto grave per la nostra reputazione, per ora la situazione è gestibile, ma i premi che dobbiamo pagare continuano a crescere un po’ alla volta». Per Standard&Poor’s, «è certo che la prolungata incertezza economica in Belgio pone dei rischi. L’attuale governo di gestione potrebbe non essere equipaggiato per rispondere a shock verso le finanze pubbliche. Se il Belgio fallisce ancora nel tentativo di formare in fretta un governo, un downgrade potrebbe arrivare entro sei mesi». Inoltre, il Belgio ha un sistema bancario con assets equivalenti al 340% del Pil e grosse garanzie statali: gli istituti belgi, guidati da Dexia e KBC, hanno 54 miliardi di esposizione netta solo con l’Irlanda, stando a dati della Banca per i Regolamenti Internazionali. Nonostante abbia un surplus di conto corrente e un buon livello di risparmio privato, il Belgio sconta inoltre un’enorme erosione di competitività del lavoro rispetto alla Germania e uno shock anagrafico della popolazione: tutti indicatori tutt’altro che incoraggianti e sottolineati con la matita rossa dal Fmi nel suo ultimo report. Insomma, il rischio contagio è alle porte e anche l’Italia rischia.

 

Abbiamo chiesto un parere al riguardo ad Ambrose Evans-Pritchard, capo della redazione economica internazionale del Daily Telegraph: «Non penso che l’Italia sia a rischio immediato, non ancora. Il voto alla Camera di martedì è stato accolto con applausi nella City, visto che la comunità finanziaria londinese è nettamente long sul debito italiano ed europeo: un po’ meno applausi si sono sentiti a Mayfair (sede dei fondi speculativi, ndr), dove invece sono tutti short, ma questo non deve spaventarvi, la City è più grande e più influente. Quindi il sentiment verso il vostro paese ancora buono nella comunità finanziaria e ci vorrebbe uno shock di qualche tipo per farlo cambiare. Attenzione, però: non necessariamente un grosso shock. Anche una minima percezione sui mercati che i vostri dati macro possano essere stati manipolati in passato potrebbe causare preoccupazione, oppure un’asta di titoli di Stato che non vada bene. Ma se la Spagna va in crisi, allora non vedo come l’Italia potrebbe resistere allo tsunami. Il destino di Roma è nelle mani di Madrid».

E viste le condizioni in cui si trova la Spagna, fresca di avviso di downgrade e il record di debito pubblico appena “festeggiato” dall’Italia, più 23 miliardi di euro tra settembre e ottobre, i rischi capite da soli che sono davvero gravi e imminenti. Speriamo che a Bruxelles oggi si rendano conto che stiamo ballando sul Titanic e che invece di parlare a vanvera e accettare i veti tedeschi – ieri Angela Merkel ha detto che nessuno Stato europeo sarà lasciato solo, segnale che a Berlino sono certi del contagio e temono per l’esposizione delle loro banche – occorre fare solo due cose per lasciare la speculazione internazionale con in mano una pistola scarica: la Bce acquisti massicciamente bonds spagnoli e italiani per puntellare i periferici “too big to save” utilizzando i fondi extra che si volevano immettere nella facility salva-Stati e si pongano immediatamente le basi per la creazione di un’agenzia di rating europea indipendente che ponga fine al monopolio delle “tre sorelle”, vere centrali della speculazione internazionale essendo gestite e controllate da multinazionali e banche d’affari e non.

 

Il caso spagnolo di ieri è chiaro, quell’avviso di downgrade a orologeria tra un’asta e l’altra risponde a meri criteri speculativi da sempre nel repertorio del capitalismo Usa più bieco. L’Europa si svegli, per amore di Dio: il voto di martedì alla Camera è stato importante, ma l’asta di oggi a Madrid potrebbe rappresentare il giorno del giudizio. Per la Spagna, ma anche per l’Italia e il suo futuro molto prossimo.

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