FINANZA/ Una “tempesta” d’oro pronta a partire dalla Spagna

- Mauro Bottarelli

Se la crisi del debito della Spagna dovesse esplodere in tutta la sua gravità, spiega MAURO BOTTARELLI, sarebbe impossibile trovare un rimedio

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La bandiera europea (Foto: IMAGOECONOMICA)

Attenzione, il punto di non ritorno è all’orizzonte. A confermarlo ci ha pensato ieri il professor Willem Buiter, capo economista di Citigroup e uomo le cui previsioni si concretizzano nella maggior parte dei casi, secondo cui «l’eurozona è paralizzata in una sorta di gioco del pollo tra la Bce e i governi europei in carico delle politiche fiscali, ovvero le due parti stanno cercando di scaricare le responsabilità per il salvataggio di Sud Europa e Irlanda, di fatto facendo crescere esponenzialmente i rischi di contagio. Il mercato non aspetterà certamente fino a marzo affinché le autorità europee agiscano insieme. Potremmo dover assistere a parecchi default sovrani e fallimenti bancari. Questo è un combinato di crisi bancaria e sovrana, un cocktail velenoso. La risposta politica è stata totalmente inadeguata, è stata stanziata una quantità ridicola di denaro per una crisi davvero grande. La ristrutturazione di alcuni debiti sovrani è inevitabile, Portogallo e Spagna in testa, ma se non si trova una soluzione a livello europeo la traiettoria del debito diverrà insostenibile».

Insomma, la questione è tutta politica: la Bce può vantare un asset intangibile tra i 2mila e i 4mila miliardi di euro in base al suo diritto statutario di creare moneta; quindi potrebbe intervenire su ampia scala se solo lo volesse: ma lo vuole? Per Buiter, «i politici tedeschi vedono la monetizzazione del debito sovrano come la strada verso Weimar, quindi vogliono che la Bce sia l’erede della Bundesbank e non della Reichsbank». Più chiaro di così.

Ma per il professor Buiter non solo l’Europa è a forte rischio: la maggior parte del mondo occidentale, infatti, dovrà affrontare una crisi fiscale. Le dinamiche del debito giapponese già stanno avvicinandosi al punto di rottura in cui l’emissione di debito supera i risparmi interni, forzando quindi le opzioni di finanziamento verso l’estero: «Secondo voi, chi comprerà bond di una nazione con il debito al 220% del Pil a un tasso dell’1,25% risk-free?». E gli Usa? «Il debito pubblico statunitense è già al 93% de Pil, ma se si includono i debiti di Fannie e Freddie siamo già al 130%, quasi pari alla Grecia. Se il rendimento dei Treasury salirà ancora di un punto percentuale, beh allora a quel punto si faranno male: è solo questione di tempo prima che i mercati si concentrino sugli Usa e allora saremo davvero all’ultimo dei Mohicani, con la sola Norvegia al sicuro».

Insomma, c’è una tempesta perfetta in preparazione sui mercati del debito sovrano e questo può potenzialmente mettere un missile sotto il prezzo dell’oro e mandarlo in orbita, parliamo di 2500 dollari l’oncia. Ma cosa potrebbe far scattare l’ingranaggio descritto dal professor Buiter? La Spagna. Con entrate fiscali decimate, non solo le previsioni per il deficit di budget spagnolo saranno tra il 7% e l’8% l’anno prossimo, ma gli analisti di Barclays Capital stimano che le necessità lorde di finanziamento del paese saranno di 226 miliardi di euro, equivalente al 20% del Pil. Inoltre, le banche iberiche hanno necessità di roll-over di finanziamento pari a 200 miliardi di euro nel 2011-2012, 40 dei quali nel primo trimestre del prossimo anno.

In altre parole, il combinato delle necessità finanziamento dei primi tre mesi del 2011 tra governo (circa 30 miliardi) e banche (40 miliardi), toccherebbe quota 70 miliardi di euro: in tempi normali, i mercati potrebbero correre in soccorso a queste esigenze. Ma questi non sono tempi normali. Gli investitori dell’obbligazionario, infatti, sono già molto spaventati dalla capacità spagnola di finanziare i suoi prestiti, con il rendimento del decennale al 5,7%, un incremento di 170 punti base negli ultimi due mesi.

 

Martedì scorso a Madrid si è tenuta l’ultima asta di titoli di Stato dell’anno, con un ulteriore aumento dei rendimenti pagati e previsioni ancora peggiori per il 2011. Pur avendo venduto 3,9 miliardi di debito in obbligazioni trimestrali e semestrali dei 4 stabiliti, i rendimenti parlano chiaro, calcolando anche il fatto che si tratta di titoli a breve scadenza e quindi con yields bassi, per cui anche un minimo spread è da giudicare importante: il trimestrale è salito al 1,804% dall’1,743% del 23 novembre, mentre il semestrale è salito al 2,597% dal 2,111%. Pensate che a gennaio di quest’anno il Tesoro spagnolo pagava un rendimento dello 0,38% sul trimestrale e dello 0,483% sul semestrale: martedì scorso il premio di rischio chiave sul debito spagnolo misurato sullo spread con il Bund era attorno a 260 punti base, sotto la quota record di 300.

 

Per Orlando Green, analista di Credit Agricole, «nel 2011 si aspettano tempo duri per Spagna, Portogallo e anche Italia». Per Lorenzo Baraldo de Quiros, economista alla Freemarket Corporate Intelligence, «è altamente probabile che la situazione spagnola divenga insostenibile se i costi della collocazione del debito e il premio di rischio per garantire liquidità al settore pubblico e privato continueranno a salire e se le costrizioni finanziarie continueranno». Che fare, quindi? L’unica opzione pare quella di un massiccio acquisto di bond spagnoli da parte della Bce, ma Berlino non sembra voler ascoltare questa campana.

 

Un fattore sconosciuto e tutto da decifrare è invece quello riguardo il punto in cui Madrid potrebbe decidere che non ha alcun senso finanziario pagare un alto tasso di interesse – più del 7% per il decennale – per restare sul mercato. In effetti, la Spagna ha creato una riserva di contante attraverso l’over-borrowing nei mesi scorsi pari a circa 20 miliardi di euro e il costo medio del suo carico di debito totale è ancora a un modesto 3,5%. Inoltre, come detto prima, lo spread tra titoli spagnoli e Bund e al di sotto di quota 300 e molti analisti sottolineano come l’Irlanda sia stata obbligata a ricorrere al salvataggio quando il suo differenziale ha toccato quota 450 punti base.

Per Bernaldo de Quiros, «la Spagna è troppo grande per essere salvata nello stesso modo di Grecia, Irlanda e – tra poco – Portogallo. L’unica opzione sarebbe quella di un trattamento a lungo termine basato su una combinazione di programmazione del budget, riforme economiche strutturali, una moratoria dei pagamenti del debito sia pubblico che privato e un’allocazione di fondi per ripulire il sistema finanziario». Per Elisabeth Afseth, analista alla Evolution Securities, «il mercato sta perdendo fiducia nella Spagna e nei periferici, poiché la Bce non sembra intenzionata a comprare bond iberici e l’ultimo summit europeo a Bruxelles si è risolto in un niente di fatto».

 

Per Nick Matthews, economista per l’Europa a RBS, «se la Spagna finirà nei guai, occorrerà fare qualcosa. O la Bce comprerà massicciamente bond spagnoli oppure la facility europea salva-Stati dovrà essere ampliata. Il Portogallo quasi certamente dovrà chiedere aiuto, ma anche le probabilità della Spagna sono molto alte». Già, perché Madrid non deve fare i conti solo coi guai del debito sovrano, ma anche con quelli delle proprie banche, soprattutto quelle con un alta percentuale di prestiti denominati in mutui. Come, ad esempio, Ibercaja, cassa di risparmio di Saragozza, con una quota del 53% o Bankinter SA di Madrid con una quota del 46%, un cds a 330 punti base e la poco lodevole posizione di quinta peggior banca su 53 tra quelle sottoposte a rating da Bloomberg Europe Banks.

 

«L’ammontare dei mutui che una banca ha erogato ci dà un’indicazione su chi sta per fronteggiare la maggior pressione sui profitti», dichiara Daragh Quinn, analista a Nomura International: «Più mutui retail detieni, più difficile sarà riprezzare il tuo book dei prestiti». Inoltre, la proporzione di “prestiti cattivi” sul totale di quelli spagnoli ha toccato quota 5,67% a ottobre, il livello più alto dal gennaio 1996. Di più, anche i costi dei depositi sono saliti: la rata media pagata per depositare denaro per un anno è al 2,62%, comparata all’1,13% in Germania. E, peggio ancora, il 13 dicembre scorso Moody’s ha reso noto che le banche spagnole hanno riconosciuto e dichiarato solo la metà degli stimati 176 miliardi di euro di perdite che devono assorbire nei loro prestiti: le banche spagnole, inoltre, hanno una limitatissima capacità di generare profitti, visto che il profitto consolidato a nove mesi delle banche commerciali e di risparmio è sceso del 18% in un anno a quota 14,3 miliardi di euro. Non è un caso che siano in atto tredici processi di fusione bancaria, destinati a portare a 17 da 45 il numero di casse di risparmio: operazione sostenuta dal governo con un fondo da 11 miliardi di euro.

Il problema è che le banche, disperate, cercano di rifarsi su correntisti e mutuatari continuando ad alzare i tassi, come ad esempio fanno Santander e Bbva che offrono prestiti a un tasso percentuale di tre punti maggiore dell’Euribor a dodici mesi. Insomma, il boom immobiliare torna a presentare il conto, combinato con l’alto tasso di disoccupazione: l’abilità di aggiustare i tassi è quindi cruciale per le banche spagnole se vogliono generare profitti, a fronte di un crollo del 40% del tasso di interesse corrisposto al cliente da parte di Bankinter. «Da miniera d’oro, i mutui sono diventati delle macine per le banche spagnole», sentenzia Pablo Garcia, capo equities alla Oddo Sociedad de Valores di Madrid. La casa brucia, urgono pompieri.

 

P.S. In caso il quadro non vi sembri abbastanza fosco, Andrew Bosomworth, capo della gestione portafoglio di Pimco (il principale fondo obbligazionario del mondo) in Europa, ha reso noto che le politiche messe in atto dall’Ue sono assolutamente inutili in assenza di un’unione fiscale e porteranno inevitabilmente alla rottura dell’euro: «I vigilantes del mercato dei bond stanno perdendo fiducia nella politica e stanno tentando di liquidare le proprie posizioni sui periferici più in fretta di quanto la Bce possa acquistare debito, causando un aumento senza freni dei rendimenti e un circolo vizioso». Buon 2011.

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