FINANZA/ 1. Bertone: ecco perché all’Ue non conviene far fallire l’Italia

- Ugo Bertone

L’Italia nel caso dovesse finire seriamente nel mirino della speculazione, riuscirebbe a salvarsi? Ecco l’analisi di UGO BERTONE

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Foto Imagoeconomica

Oggi in Spagna, domani in Italia. La parola d’ordine dei fratelli Rosselli tona ad assumere il sapore dell’attualità, dopo tanti anni. Per fortuna, stavolta non si tratta di fermare la valanga del fascismo che avanza. Ma il fantasma della speculazione che si aggira per Eurolandia è comunque un nemico temibile, contro cui l’Europa non ha trovato finora contromisure adeguate o, quantomeno,destinate a reggere nel tempo. E così, nelle ultime settimane, si è iniziato a discutere apertamente del possibile collasso dell’euro, argomento fino a non molto tempo fa bandito al galateo dell’economia “politically correct”.

È stato Paolo Savona a sollevare per primo il tema della possibile “way out”, nel caso si rivelasse impossibile sostenere l’aggancio dell’Italia al sistema della moneta comune. Intanto, in Germania ha cominciato a circolare un’ipotesi intermedia: la creazione di una serie A, capitanata dalla Germania, e di una serie B aperta ai Paesi dell’area mediterranea, all’Irlanda e, addirittura, alla stessa Francia. Insomma, passo dopo passo, il rischio teorico di un collasso dell’euro, che pure si è comportato in maniera brillante nei rimi dieci anni di vita, è diventato reale. Anzi, nell’inconscio collettivo, si comincia a palesare una sorta, se non di rassegnazione, almeno di accettazione dell’”ineluttabile”. Ma le cose stanno così? Davvero non si può far nulla per evitare il tracollo?

L’Italia, per la verità, potrebbe essere un osso duro per la speculazione internazionale. Certo, contro il Belpaese gioca l’handicap dell’elevato stock del debito accumulato nel passato. Ma, come dimostra un recente studio della Banca Mondiale curato da C. Cottarelli, non è questa la causa prima di un possibile default: l’aumento dei tassi legato a una crisi finanziaria si trasmette infatti con grande lentezza ai titoli passati.

Conta assai di più, invece, il disavanzo corrente. E sotto questo profilo l’Italia merita una medaglia: il 2010 si chiuderà probabilmente con un lieve avanzo, contro il 9-10% di passivo accumulato da Usa, Gran Bretagna o Spagna. Magra consolazione, si può obiettare. Il recupero nella gestione corrente del Tesoro, infatti, è frutto di una politica attenta e accorta sul fronte delle spese, ma solo a scapito dello sviluppo. Il risultato? Il disavanzo, se si considerano le spese per interessi, viaggia sempre sull’ordine del 5%, mentre la crescita non si schioda da un modesto 1%. In queste condizioni l’Italia rischia di perdere ulteriori posizioni in tema di produttività e di competitività del sistema secondo un copione che ci ha allontanato dal plotone di testa capitanato dalla Germania.

Questo doppio handicap favorisce un possibile assalto da parte della speculazione che, per la verità, gode di vantaggi non trascurabili in questa congiuntura finanziaria. Le banche europee, zeppe di titoli di Stato acquistati negli anni in cui sembrava saggio acquistare i titoli dell’area euro che rendevano un po’ di più, stanno stipulando a tutto spiano nuovi cds (cioè le “polizze” che assicurano un investitore dal rischio default) sul mercato non regolamentato che è, per tre quarti, nelle mani delle grandi banche Usa e degli hedge funds che fanno loro riferimento per i finanziamenti. Il risultato è che, con un investimento relativamente modesto, è possibile far salire di decine di punti il cds dell’Italia (o della Spagna) e, di riflesso, accrescere la forbice tra i Btp, i Bonos e i Bund tedeschi.

Messa così, dunque, la situazione sembra senza scampo. Nonostante l’Italia goda di altri indiscutibili punti di forza. La solidità del risparmio privato, innanzitutto. Nelle mani delle famiglie, infatti, c’è un Tesoro che vale, più o meno, almeno quattro volte il debito dello Stato. È una risorsa preziosa: l’Italia (come il Belgio) può far conto sulle famiglie per finanziare il debito pubblico, cosa che in parte mette la Penisola al riparo dall’improvvisa fuga dei capitali, una spada di Damocle che rende assai più fragile la situazione dell’Irlanda o della stessa Spagna.

 

Le banche di casa nostra, poi, non sembrano nascondere rischi sistemici paragonabili a quelli delle Cajas iberiche o degli istituti di Dublino. Vero. Ma queste considerazioni possono valere nel lungo termine, non nel bel mezzo di una crisi finanziaria che si gioca su altri terreni, ad alta intensità emotiva. Nel breve termine conta di più la capacità di rispondere con la liquidità necessaria agli squilibri improvvisi piuttosto che la solidità del patrimonio.

 

In sintesi: a) l’Italia ha le carte in regola per far parte del club dell’euro; b) i problemi dell’eurozona non dipendono da errori recenti nella nostra politica economica; c) l’emergenza va utilizzata, in chiave interna, per sbloccare problemi atavici. Ben venga una massiccia campagna di privatizzazioni, purché destinata all’abbattimento del debito pubblico; d) la risposta all’attuale emergenza però non può che essere europea; e) gli interventi della Bce e il fondo comune per sostenere gli Stati in difficoltà sono strumenti necessari ma non sufficienti per difendere l’attuale sistema; f) le clausole di azione collettiva introdotte dal 2013 per estendere agli investitori i “sacrifici” in caso di crisi dei bond hanno senz’altro permesso ad Angel Merkel di superare l’ostilità crescente dei tedeschi per i salvataggi delle cicale mediterranee o irlandesi; g) è necessario, però, puntare ora verso una maggior integrazione fiscale; h) nel frattempo, sarà necessario costituire una task force basata sull’emissione di euro bond comuni a tutta l’area, una sorta di esercito finanziario di pronto intervento.

 

Insomma, occorre una risposta ambiziosa a un’emergenza seria. Nell’interesse di tutti perché, come ha sottolineato Daniel Gros, direttore di uno dei più importanti centri studi sull’Europa, “l’Italia va difesa con ogni mezzo. E senza discussioni”.

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