FINANZA/ Così le banche d’affari preparano una nuova bolla sui mercati

- Mauro Bottarelli

Mentre l’euro affonda, spiega MAURO BOTTARELLI, le banche d’affari sono già pronte a far lievitare il prezzo del rame per costruirci un business

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Foto Ansa

Lo chef consiglia: la situazione sui mercati dopo la fragile tregua seguita venerdì alla minestrina della Bce, le prospettive di un nuovo (e scontato) intervento per il Portogallo e un confronto, che si annuncia piuttosto teso visto il “nein” già annunciato della Germania, sulla proposta di aumentare “in modo sostanziale” l’ammontare della facility Ue-Fmi a partire dal 2013. La quale, attualmente, può contare su 440 miliardi di euro, ma altri 60 miliardi di euro, sottoforma di prestiti, sono previsti dal Meccanismo di stabilizzazione finanziato dal bilancio comunitario e gestito dalla Commissione europea.

Il quadro è poi completato dai 250 milioni di euro messi a disposizione dal Fondo monetario internazionale, secondo i suoi tradizionali programmi di assistenza finanziaria “condizionata” ai paesi in crisi di liquidità. Capite da soli che alla luce di queste cifre, parlare di un ulteriore “aumento sostanziale” vuol dire aver già data per spacciata la Spagna e aver spostato l’attenzione su Belgio e Italia.

Bene, fatta salva l’agenda ufficiale, sono questi i punti principali nell’agenda dei ministri dell’Eurogruppo e dell’Ecofin, i primi riunitisi a Bruxelles ieri pomeriggio, i secondi attesi nella capitale belga per oggi. Ma ufficialità a parte, i mercati sembrano già avere le idee chiare sul da farsi e sugli sviluppi a breve e medio termine della crisi del debito sovrano nell’eurozona. Per Dirk Schumacher di Goldman Sachs, «la Bce si getterà sul mercato obbligazionario sovrano aggressivamente se la situazione non comincerà a normalizzarsi. È fuori questione che Francoforte sarà obbligata a percorrere ogni strada per evitare eventi sistemici».

A creare turbolenze, nel fine settimana, era stata la notizia che nonostante l’estensione dell’arco temporale per ripagare il suo debito, la Grecia dovrà comunque ristrutturarlo: «Sarebbe errato escludere questa ipotesi, visto che Atene ha un problema strutturale», conferma John Stopford di Investec Asset Management a Londra. Ma anche l’annuncio di Madrid di un aumento delle tasse sul tabacco (destinato a portare nelle casse dello Stato 780 milioni di euro) e della fissazione per il 28 gennaio dell’approdo in Parlamento della già contestatissima riforma pensionistica (con un aumento dell’età da 65 a 67 anni) parlano la lingua di un timore di contagio sempre crescente.

A Londra circolano voci riguardo un blitz della Bce con acquisti di bond da mille a duemila miliardi di euro, ma Berlino ha già posto il suo veto: il ministro dell’Economia, Rainer Bruderle, ancor prima che la Bce si riunisse aveva dichiarato che «stampare moneta in maniera permanente non è una soluzione». Per Klaus Zimmerman, capo della DIW German Economic Research, «sarebbe un errore fatale se la Bce sperperasse così la sua credibilità. L’acquisto massiccio di debito dei paesi malconci dell’eurozona potrebbe sì calmare la speculazione, ma solo per un breve periodo di tempo».

Tanto più che, a detta di Thomas Mayer di Deutsche Bank, «se la Bce fosse obbligata ad acquistare 2mila miliardi di euro di debito per supportare Spagna e Italia (anche in questo caso si glissa il Portogallo essendo necessario puntellare i “too big to rescue”, ndr), attraverserebbe la linea del fuoco e nessuno saprebbe cosa potrà accadere». Tanto più che esiste anche un serio problema legale, visto che il continuo acquisto da parte della Bce di obbligazioni periferiche si sostanzierebbe in una violazione della clausola anti-salvataggi dell’Ue: per Julian Callow di Barclays, «questo tipo di politica è incostituzionale in Germania e per questo l’Ue ha dovuto dar vita a un meccanismo di salvataggio con il Fmi».

 

Inoltre, entro metà febbraio la Corte costituzionale tedesca si pronuncerà sulla liceità del salvataggio della Grecia e, in caso di bocciatura, il bail-out dell’Irlanda rischierebbe il congelamento con ovvie e drammatiche ripercussioni. A confermare l’urgenza del momento, ci ha poi pensato il professor Simon Sosvilla dell’Università Complutense di Madrid, secondo cui «la Bce deve lanciare un piano di acquisto massiccio senza ulteriore attesa». Ma le notizie che nel weekend hanno suscitato la maggiore attenzione degli analisti sono due e capaci entrambe di farci capire, tra le righe, come si stiano muovendo i players.

 

La prima riguarda l’acquisto da parte di un trader misterioso di un’enorme porzione del rame trattato alla Borsa Metalli di Londra, un classico caso di corner speculativo che potrebbe rivelarsi un affare d’oro visto che le previsioni per il 2011 vedono la domanda di materiale ferroso superiore all’offerta mondiale (dato certificato dal gigante minerario Rio Tinto e dal fatto che lo sciopero nella miniera di Xstrata in Cile, terzo produttore al mondo, è proseguito per più di quanto preventivato) e, soprattutto, poiché due investment bank americane e un’azienda britannica hanno lanciato fondi su contrattazioni legate (gli ETF) al rame e quindi potrebbero attrarre domanda dal mercato.

 

Detto fatto, ecco scoperto chi è il misterioso operatore, capace di comprare «tra il 50% e l’80% delle 350mila tonnellate di riserve» e di far schizzare immediatamente il costo della consegna immediata di rame a 8700 dollari, il prezzo più alto dall’ottobre 2008: JP Morgan. Di solito un alto premio sul prezzo del rame spot evidenzia una carenza di materiale, ricercatissimo in tutto il mondo, Cina in testa, in quanto componente vitale di moltissimi prodotti: in questo caso è pura speculazione sulla commodities, in gergo un “corner” (ovvero il classico bastone tra le ruote al chi opera su opzioni put: si specula sulle azioni al rialzo, comprandole e creando un stock in maniera da formare una situazione di monopolio. Chi ha firmato il put scoperto – venduto senza avere ancora le azioni -, alla data limite si vede obbligato a rispettare il contratto e a comprare le azioni, pagandole più di quello che avrebbe voluto. Insomma, il terzo agente mette “in corner” il venditore.

 

 

 

(Andamento delle riserve mondiali di rame dal 31/12/1999 al 26/10/2010)

Come mai, direte voi? Casualmente perché JP Morgan è una delle due banche d’affari pronta, col nuovo anno, ha lanciare un ETF (exchange-traded fund) sul rame ma physically backed, ovvero basato su rame vero, da stipare in magazzini, un business che vede interessati non solo gli Usa ma anche Liverpool e lo stesso porto di Trieste, con una warehouse di proprietà della Henry Bath and Co., il gioiello che JP Morgan si è garantito con l’acquisizione di RBS Sempra Commodities nel febbraio di quest’anno.

 

Gli stessi traders londinesi ammettono candidamente che non c’è stata carenza di rame sui mercati ma che i timori di uno squeeze sono persistiti fin da quando una serie di banche d’affari ha annunciato l’intenzione di lanciare ETF: insomma, amici miei, come notato e fatto notare dai traders di metalli attraverso una lettera alla Fsa, l’ente regolatore della Borsa di Londra, garantire le licenze ai fondi, che saranno lanciati a breve anche da Goldman Sachs, Deutsche Bank e BlackRock, potrebbe significare garantire l’approvazione alla prossima bolla finanziaria.

 

Se questi fondi saranno interamente sottoscritti, infatti, cercheranno di acquistare oltre la metà degli stock totali della LME (London Metal Exchange). Come anticipato, il timore è giustificato dal modello di ETF che imporrà il fatto che gli investimenti debbano essere coperti da metalli fisici, ovvero rame, alluminio, nickel e non da assets cartacei offerti dai contratti futures. E il rame, carissimi, sta diventando sempre più strategico: dagli smartphone alle automobili ibride, come sostiene Ian Anderson, proprio di JP Morgan, «questo materiale sta diventando il metallo più attrattivo di tutti sul mercato delle commodities».

 

E con il prezzo già aumentato del 34% da giugno, potete ben capire come possa significare questa concentrazione di potere delle principali investment banks sul mercato. Da qui a tre mesi Goldman Sachs si aspetta un picco dei prezzi a 11mila dollari e il contratto dicembre 2011 è il più raccomandato dalla banca d’affari, stando a un report del 1° dicembre scorso. Interpellata al riguardo, JP Morgan si è rifiutata di commentare: a voi pare che siano necessari commenti? I pazzi sono al volante del mondo, amici miei e allacciare le cinture di sicurezza appare un puro esercizio di stile: mentre noi ci arrovelliamo con la crisi del debito, i grandi players guardano altrove e stanno già spartendosi quel che resta del mondo.

 

P.S. Dite che mi sono scordato la seconda notizia? No, solo un po’ di suspance. A giovedì.

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