ENI/ Sapelli: lo spezzatino americano lascia l’Italia senza energia

- Giulio Sapelli

Negli anni Eni è diventata una delle aziende italiane più sane e studiate nel mondo. Per non disperdere questo patrimonio non bisogna cedere alle sirene americane, come ci spiega l’economista GIULIO SAPELLI

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Chi segue le trasformazioni in corso nei mercati mondiali vede scorrere dinanzi ai suoi occhi avvenimenti imprevisti. Comincio dal più rilevante per quanto riguarda le grandi imprese: dopo tre decenni di disintermediazione, vendite al maggiore acquirente di “spezzatini” secondo una strategia solo borsistica, ecco riapparire una vecchia conoscenza: l’integrazione verticale.

Ossia non più vendere e dar fuori da fare e poi ricomprare, ma riportare nel marsupio aziendale risorse e competenze, dalle materie prime sino alle reti di distribuzione. L’industria mineraria è la più rapida nel far ciò; quella alimentare segue a ruota acquistando la terra e i mulini; quella tessile di qualità non è da meno, allevando vicuña e pecore, controllando essa stessa il prodotto.

Si riscopre anche che alcune industrie non sono in grado di generare popolazioni d’impresa che competono tra di loro in modo perfetto. Tra esse spiccano tutte le industrie minerarie. I giacimenti non si scambiano a piacere come palline da pingpong: “si scavano dove sono”, diceva un mio vecchio maestro che ora sverna in Australia e sogna i bei tempi degli anni del novecento quando non esistevano le mosche cocchiere dei mercati perfetti.

Eppure c’è chi di queste grandi trasformazioni non si accorge. Anzi, se ne vuole fare alfiere e continua a predicare. Mi riferisco per esempio ad alcuni fondi d’investimento, ostinati, che comprendono ben poco dell’industria degli idrocarburi fossili; per intenderci gas e petrolio

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Non vedono che, nonostante l’ondata di regolazione e liberalizzazione e privatizzazione degli ultimi trent’anni, il numero delle imprese di quell’industria è aumentato solo laddove vi è un’enorme libera offerta e grande disponibilità dei giacimenti: Usa e Oceania.

In tutte le altre parti del mondo si è assistito al contrario: al consolidamento, all’integrazione, all’emersione dell’industria di stato che possiede tanto i giacimenti quanto le imprese: dal Brasile, agli Stati del Golfo, alla Russia, che ha privatizzato oligopolisticamente e più il petrolio che il gas. In questo panorama c’ è chi vuole applicare le vecchie ricette dello “spezzatino” borsistico e speculativo all’Eni. Dimenticando la sua natura e i suoi punti di forza.

L’Eni nel panorama mondiale è una vera e propria eccezione. È un ircocervo quanto a regime dei diritti di proprietà: per il 30 per cento appartiene alla stato, ma è presente sulla borsa di New York e applica regole di governance tra le più avanzate al mondo. È una media major nel panorama mondiale, eppure riesce a operare in 70 stati e a sviluppare un forza di ricostituzione delle sue riserve che è fortissima e che costituisce la sua segreta forza.

Quando questa politica si è tentato di mutare (nei primi anni novanta) la rivolta del suo più moralmente orientato manager e della maggioranza del suo Cda respinsero queste sirene che l’ avrebbero distrutta. È rimasta e deve rimanere, pena la sua decadenza, altamente integrata: dalla ricerca e dalla raffinazione al trasporto e alla distribuzione del petrolio e del gas.

 

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Certo l’ondata liberista è stata tale che ha intaccato – e in parte con giuste ragioni che l’Eni ha interpretato con prudenza e saggezza – anche il monopolio della distribuzione del gas. Si è creata un proprietà della rete nazionale posseduta solo per il 30 per cento dall’Eni, scegliendo la via privatistica anziché quella migliore del possesso da parte dello stato con una regolazione liberale impeccabile.

I gasdotti internazionali di cui l’Eni ha il controllo o la partecipazione al controllo sono una questione tutta diversa dai problemi domestici e a livello europeo vengono affrontati da quella burocrazia con un piglio drammaticamente incompetente, come accade per molte altre materie, del resto.

Sfugge il fatto che quei gasdotti sono l’anticipazione della rete europea che solo un accordo oligopolistico tra le grandi compagnie può creare, vista la vocazione solo parassitaria e rentier del capitalismo privato, italiano in particolare. Non è tempo di disintermediare, di dividere. Non è più tempo di speculazioni e di spericolatezze. Nella crisi rimane forte e chiara la forza dell’industria degli idrocarburi a cui l’Eni, grazie all’impronta indelebile di Enrico Mattei, è un esempio, imitato e studiato in tutto il mondo.

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