FINANZA/ Ora anche la Spagna mette a rischio il futuro dell’Ue

- Mauro Bottarelli

La Grecia non è il solo paese europeo a essere a rischio di default e il nome che compare in cima alla lista è quello della Spagna

zapatero_serioR375_08set08
José Luis Rodriguez Zapatero (Foto Imagoeconomica)

Tre sono le notizie di reale interesse in questi primi giorni di febbraio. Il dato sulla crescita dell’economia Usa diffuso la scorsa settimana, al di là degli aggiustamenti che meriterebbe per essere letto nella sua reale portata, ha colto di sorpresa tutti tranne la politica Usa.

 

Nel silenzio generale, infatti, subito prima di Natale, il Senato statunitense ha rialzato di altri 290 miliardi di dollari il tetto di indebitamento del governo, portandolo a 12.394 miliardi di dollari: hanno votato a favore di tale mossa 60 senatori e contro in 39. Cosa significhi questo è presto detto: l’iniziativa consentirà infatti al governo di emettere altre obbligazioni sul debito e avere due ulteriori mesi di operatività. Siamo, cioè, all’emergenza bella e buona.

Segnale che negli Usa, a differenza che in Europa, la politica sta guardando in faccia la realtà e non sta nascondendosi dietro il dito del “ormai si vede la luce in fondo al tunnel”: ricordatevi, infatti, che con ogni probabilità quelle luci sono di un treno in arrivo. Di più.

Sempre nel silenzio, la Federal Reserve ha messo in campo una mossa strategica nella lotta a quello che sarà il potenziale nemico del domani, ovvero l’inflazione o iperinflazione – figlia legittima di questa crescita repentina e del denaro a costo zero ormai non più gestibile -, creando il “term deposit facility”, un meccanismo con il quale si è in grado di prelevare denaro dal sistema bancario in caso la politica decida per una rafforzamento della politica monetaria.

Attraverso questo, le banche potranno guadagnare interessi sui prestiti basati su maturities lunghe e si vedranno accordato un interesse anche sulle riserve overnight. Insomma, le riserve bancarie, la liquidità degli istituti diviene un nuovo strumento per la Fed al fine di supportare un’implementazione effettiva della politica monetaria. Ovviamente, le somme prestate alla Banca Centrale non possono essere ritirate dagli istituti se non sui tempi voluti dallo schema.

Insomma, se Francoforte dorme il sonno degli incoscienti, Washington lavora e si prepara alla ripresa evitando che l’ormai prossimo rialzo dei tassi d’interesse si trasformi in una trappola iper-inflattiva ingestibile in una tale situazione di debolezza e instabilità dell’economia. Questo, inoltre, pone rimedio al problema delle riserve in eccesso, una sorta di bolla creata negli anni che ha portato a un esubero di credito verso il sistema bancario di 2,2 trilioni di dollari: come trasformare un problema, in una soluzione.

PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO, CLICCA SUL SIMBOLO >> QUI SOTTO

Secondo, domani a mezzogiorno sapremo cosa deciderà la Bank of England per il futuro del paese. L’istituto di Threadneedle Street è chiamato infatti a decidere se proseguire o bloccare la politica di quantitative easing da 200 miliardi di sterline varata nel pieno della crisi e che ora sta spaventando – e non poco – i mercati. Il Monetary Policy Committee della Bank è decisamente diviso e il voto sarà deciso forse da una singola mano alzata o abbassata: una bella responsabilità, visto che oltre a questa decisione imminente c’è quella del rialzo dei tassi, altro incubo notturno della City.

 

Inoltre, il problema della massa monetaria M4 – o meglio, M4x visto che va valutata quella aggiustata in base alle distorsioni – è molto debole e questo potrebbe essere un motivo per la prosecuzione del quantitive easing: i mercati chiedono la fine del denaro pompato artificialmente, valutazioni macro dicono di proseguire. Il destino della sterlina, che gli analisti di Morgan Stanley danno già per spacciata contro l’euro entro due-tre mesi, è legato a doppio filo a questi interrogativi: domani all’ora di pranzo i sudditi di Sua Maestà conosceranno una parte, non definitiva ma certamente vincolante, del proprio destino.

 

Terzo, la trappola del debito. Anche la grande stampa, finalmente, ha cominciato a prendere sul serio gli scricchiolii di default che provengono da almeno quattro paesi dell’Ue e le ipotesi di sganciamento dai meccanismi comunitari non appaiono più una bestemmia. Con i cds sul debito greco schizzati ormai abbondantemente sopra i quattrocento punti a livelli islandesi, lo spread tra i rendimenti a 10 anni tra i bund tedeschi e i titoli ellenici ha raggiunto livelli impensabili: quei due paesi, formalmente uniti dal vincolo europei, appartengono in realtà uno a Venere e l’altro a Marte.

 

Le opzioni, per la Germania, sono due: acconsentire alla fine al sempre negato piano di salvataggio della Grecia oppure dire addio essa stessa alla carcassa della vecchia unione monetaria europea, svincolandosi dal cosiddetto Club Med, ovvero gli Stati mediterranei sull’orlo del baratro più l’Irlanda e dare vita a quello che a Francoforte già segretamente chiamano deutsche mark II.

 

Sembra fantascienza ma non lo è. Alex Weber, il capo della Bundesbank, è stato decisamente chiaro in merito: «Politicamente, un salvataggio della Grecia non è spendibile verso gli elettori che non vogliono sentir nemmeno parlare di sacrificio a beneficio altrui. Quel tipo di aiuto condizioni o, peggio ancora, non condizionale, è semplicemente controproducente».

 

PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO, CLICCA SUL SIMBOLO >> QUI SOTTO

Non è d’altronde un segreto il patto che i politici tedeschi, negli anni Novanta, stipularono con i cittadini-elettori: l’abbandono del marco non dovrà portare instabilità monetaria, altrimenti questa diverrà una debolezza da scaricare sui debiti del Club Med. Helmut Kohl potrebbe confermare. La Germania, d’altronde, sta esportando a pioggia i suoi beni verso sud: negli ultimi dodici mesi il surplus corrente di Germania e Benelux è di 211 miliardi di dollari contro gli 82 miliardi di deficit della Spagna, i 64 dell’Italia, i 57 della Francia e i 37 della Grecia.

 

Gli hedge funds stanno scommettendo forte sul sì di Berlino al salvataggio della Grecia, ma se Angela Merkel è di questo avviso non lo so. Il ministro dell’Economia, Rainer Bruderle, ha detto chiaro e tondo che «non ci saranno salvataggi a meno di non mettere in discussione la stessa unità monetaria europea». Ora l’argomento principe è chi seguirà il destino greco e il nome che compare in cima alla lista è quello della Spagna.

 

In effetti, l’azzardo non è poi tale. Il debito corporate esterno iberico è terribilmente alto, il deficit di budget è oltre l’11% del Pil e i 50 miliardi di euro di tagli alla spesa che Madrid ha operato nel tentativo di tranquillizzare i mercati hanno portato con sé un cadeau del 19% di tasso di disoccupazione. E chi resta senza lavoro ha diritto al 50-60% per cento dello stipendio per diciotto mesi, poi la scure cala e si resta del tutto a piedi.

 

Se il governo Zapatero non correrà in fretta ai ripari, difficile dire come se non chiedendo esso stesso aiuto all’Ue, i separatismi baschi, catalani e galiziani troveranno benzina per far funzionare a pieno regime la macchina disgregatrice dello Stato centrale. In molti guardando a questa ipotesi, non senza interesse. Il problema principale, però, resta cosa deciderà di fare la Germania: salvare la Grecia a costo di un ricasco politico ed economico interno o tenere fede alla promessa, non scritta ma vincolante, di Helmut Kohl. La risposta non è così scontata.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori