FINANZA/ Pelanda: la pax romana che può evitare nuovi crac

- Carlo Pelanda

Cosa succede se la politica, magari in preda a pulsioni populiste, si lascia prendere la mano dal dirigismo economico e tenta di imbrigliare le banche e il sistema capitalistico finanziario? L’analisi di CARLO PELANDA 

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Tra i temi discussi a Davos, sede del forum annuale tra i protagonisti dell’economia globale, due avranno rilievo nel prossimo futuro. A porte chiuse, banchieri e politici (europei ed americani) hanno fatto le prime prove di dialogo per evitare lo strangolamento populista dei primi e la “de-capitalizzazione” dei secondi.

A porte aperte, l’italiano Draghi – Presidente dell’organismo globale per la stabilità finanziaria con delega da parte del G20 – ha svelato una delle prime soluzioni individuate per ridurre la vulnerabilità del sistema finanziario e crisi future. Le due cose sono connesse perché riguardano il problema più caldo del momento: il sistema finanziario può restare indipendente dalla regolazione politica e autoregolarsi o i governi devono prenderlo in mano?

Dalla risposta a questa domanda dipenderà la soluzione al problema in assoluto più caldo del prossimo biennio: come accelerare una ripresa troppo lenta per evitare l’aumento della disoccupazione sia in America sia in Europa.

La politica, in ambedue i continenti, è nervosa perché i bilanci degli Stati non hanno più risorse in deficit per stimolare la crescita – se ne usassero di più crollerebbero le monete – e la disoccupazione sta crescendo nonostante la ripresa tecnica dell’economia. La gente impoverita, o che è passata dalla speranza di una ripresa rapida al disincanto di una lenta e portatrice di meno lavoro, sempre di più chiederà alla politica cose che questa non può fare.

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 I politici cercano di schivare l’imputazione di incapacità dirottandola sulle banche additate come responsabili sia della crisi sia della ripresa lenta per la riluttanza ad erogare crediti. Nel farlo adottano sempre di più toni populistici. Per esempio, Obama ha annunciato una tassazione speciale sulle banche americane ed europee operanti in America come punizione e risarcimento per aver causato la crisi.

Dal punto di vista dello “Stato di diritto” è, pur solo annuncio, un evento agghiacciante. E c’è il rischio di altre misure repressive contro il sistema finanziario. Questo reagirà, semplicemente, riducendo il credito e compromettendo la ripresa. Pertanto è una buona notizia che banche e politica abbiano iniziato a parlarsi per evitare il peggio e cercare un compromesso.

Probabilmente questo sfocerà in più capitali privati da iniettare nel mercato in cambio di meno demonizzazioni e, soprattutto, della rinuncia da parte dei governi a porre regole troppo limitative al sistema finanziario lasciando che si autoregoli. Chi scrive ritiene che il ciclo tecnico del capitale finanziario è troppo delicato per essere regolato da criteri esterni, in particolare politici influenzati dagli umori del momento, e che ogni errore in questa materia si traduce in restrizioni di capitale che poi deprimono crescita e lavoro.

Sulla stessa linea logica di commento appare certamente una buona notizia l’idea di chiedere ai soggetti finanziari di conferire denaro ad un fondo globale di stabilità dedicato a coprire le perdite in caso di crisi futura. Le perdite in questa sono state coperte dagli Stati, scassandone i bilanci e creando una sensazione di diritto della politica e degli elettori a dettare le regole del capitalismo finanziario.

Il creare una riserva privata globale per coprire i guai rafforzerà il sistema ed eviterà limitazioni politiche/populiste del ciclo del capitale. Se il compromesso detto sopra e questa idea di fondo privato di garanzia avranno gambe sarà un bene per tutti.

 

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