NUCLEARE/ Ora l’atomo italiano dipende più da Bersani che da Tremonti?

- Silvio Bosetti

Sarebbe davvero incredibile se il ministro Tremonti rinunciasse a finanziare l’Agenzia per la sicurezza nucleare pur di non mettere mano al portafogli. Facendo perdere all’Italia tempo prezioso e miliardi di investimenti. Il commento di SILVIO BOSETTI

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Lo scorso dicembre a Copenhagen si è radunato il Major Economies Forum on Energy and climate, che ha affrontato il tema della riduzione delle emissioni CO2 ed ha identificato il nucleare come l’unica tecnologia “emission free” in grado di dare un significativo contributo alla lotta contro l’inquinamento. In questi giorni, inoltre, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) ha definito l’energia atomica come una fonte energetica irrinunciabile.

L’Italia ha avviato da due anni un percorso di ritorno all’energia prodotta dall’atomo. Dopo un timido approccio, il Governo di questa legislatura ha compiuto numerosi passi in questa direzione: la scorsa estate è stato approvato il quadro legislativo di riferimento per l’energia nucleare ed in piena tabella di marcia, proprio questa settimana le Commissioni Attività Produttive e Ambiente alla Camera sono impegnate nell’esame di atti del Governo in materia di energia e realizzazione di impianti nucleari. All’attenzione dell’opinione pubblica si pone quindi il tema dei siti che ospiteranno le centrali e l’impianto dello smaltimento dei rifiuti radioattivi.

Verrebbe però da sottoscrivere la dichiarazione fatta martedì dal giapponese Nabou Tanaka, Direttore Operativo dell’Agenzia Internazionale: “In Italia gli obiettivi prefissati sono ottimi, ma rimango perplesso per la lentezza dei passi normativi”. Nel frattempo il ministro Scajola ha confermato il varo dell’Agenzia per la sicurezza Nucleare, atteso a giorni.

A fianco dell’esigenza di un quadro legislativo solido ma anche snello, l’altra assoluta necessità è la definizione del rapporto con le popolazioni delle località candidate ad ospitare gli impianti di produzione e smaltimento. A questo riguardo sono già state definite le compensazioni economiche e monetarie per questi territori, ma urge fornire loro, oltre alle garanzie per la sicurezza, un’ipotesi di vantaggi realistici, di lungo periodo e affidabili.

In tutto questo si inserisce la mancata volontà, da parte del titolare dell’Economia, di sostenere economicamente il progetto, per non gravare sui conti pubblici. Viene da domandarsi, di fronte ad un piano di circa 30 miliardi di euro di investimenti da qui al 2030, con le ricadute milionarie di natura fiscale e tributaria, come ci si possa arrestare ad un budget di agenzia che potrebbe costare qualche milione.

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Su questi temi ci vuole dialogo, dibattito costruttivo, sono necessari approfondimenti veloci ma efficaci, mentre assistiamo solo ad una contrapposizione ideologica. Differenti sono gli atteggiamenti delle regioni italiane: tre si sono dichiarate espressamente contrarie al nucleare prima ancora di sapere come, dove e quando, mentre altre chiedono di attendere 50 anni per investire in una improbabile quarta generazione impiantistica.

Più che mai, quindi, il tema nucleare necessita di una (intelligente) opposizione, che latita nella discussione politica, rimanendo arroccata nel suo sdegno ideologico e facendo mancare al Parlamento il valore di un reale confronto e stimolo.

Sull’altro fronte, mentre l’industria (Enel in testa) corre e si attrezza, lo Stato, e soprattutto la “maggioranza”, sembrano non reggere il ritmo.

Eppure il capo dell’opposizione al Governo, l’onorevole Bersani, conosce bene la tematica energetica e le necessità italiane di un intervento coraggioso e di grandi dimensioni. Lui stesso, a proposito del nucleare, ammetteva a dicembre che “per riaprire un capitolo così delicato occorrerebbe un largo consenso nel Paese e nelle istituzioni, elementi che attualmente mancano”. Il segretario del Pd ha anche aperto una porta riconoscendo nelle norme contenute nella legge 99 dello scorso luglio “i primi passi verso il ritorno al nucleare”, dichiarazioni che però hanno avuto come risultato una levata di scudi da parte di molte Regioni che si sentono espropriate delle proprie prerogative. “Nella stessa legge – proseguiva Bersani – peraltro è prevista la priorità di dispacciamento per l’elettricità nucleare che mi pare faccia a pugni con la liberalizzazione dei mercati dell’energia, oltre a denotare un’insicurezza sulla competitività di questa tecnologia”. Questi sono pertanto i temi reali da affrontare: la libertà del mercato elettrico, i vantaggi per le imprese e le famiglie, il rispetto delle prerogative delle Regioni senza però portare il Paese nel passato.

Il nucleare ha quindi bisogno di una soluzione parlamentare ampia e possibilmente bipartisan e del coinvolgimento istituzionale a livello locale. Ciò fa bene anche a chi sta al governo e vuole che l’energia sia protagonista positiva nel nostro Paese.

 

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