FINANZA/ Da Wall Street la soluzione ai bonus “scandalosi” dei banchieri

- Anna Alemani

Negli Usa tiene banco il dibattito sui compensi e sui bonus dei banchieri. ANNA ALEMANI che lavora a Wall Street ci spiega da dove cominciare per sperare in un cambiamento

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Foto Imagoeconomica

Si è appena conclusa a Wall Street una stagione di bonus molto controversa, che ha lasciato dietro di sé una delusione generale. In primo luogo sono delusi i politici e la gente normale, scandalizzati dalle somme pagate alla comunità finanziaria; ma non sono soddisfatti dai loro bonus perfino molti degli stessi impiegati delle banche salvate dallo Stato.

 

Ogni anno, molti fra gli impiegati a Wall Street rimangono insoddisfatti dei loro bonus, indipendentemente dall’entità. Dopo un anno d’attesa, le aspettative crescono parecchio e il “numero” deve riempire un vuoto incolmabile: il bonus, infatti, non svolge solo la funzione di premiare buone performance e trattenere gli impiegati migliori, ma risponde a un desiderio di soddisfazione e realizzazione che riguarda aspetti della realtà oltre il lavoro, come i legami sociali, la vita familiare, il giudizio su se stessi.

Diversi economisti hanno dimostrato che, una volta superati certi livelli di ricchezza (una volta, cioè, che i bisogni primari sono soddisfatti), ulteriori miglioramenti economici non procurano di per sé una soddisfazione supplementare. Per i bankers di Wall Street, la propria soddisfazione non deriva necessariamente dal guadagnare di più, ma piuttosto dal vincere il gioco. Potrebbero anche essere pagati in mele, purché ne ricevano più dell’anno scorso – o più del collega accanto. La classifica, non i soldi, è il vero obbiettivo.

La psicologia dei banchierie il tema dell’eccessiva retribuzione dei dirigenti di Wall Street sono al centro del dibattito nei consigli e sulle prime pagine dei giornali fin dall’inizio di questa crisi finanziaria, la peggiore degli ultimi settant’anni. Dal mio punto di vista non c’è molto di quello che vedo che mi dia la minima speranza che questa gente abbia imparato qualche cosa dalla crisi. Il motto di Gordon Gekko [] greed is good (l’avidità è un bene) è ancora un modo molto appropriato di descrivere la cultura motivazionale di Wall Street. Dopotutto, come diceva un mio vecchio capo “tutti noi amiamo i soldi”.

 
[1] Famoso personaggio del film di Oliver Stone Wall Street, interpretato da Michael Douglas.

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L’avidità è un bene. Dal suo punto di vista, Gordon Gekko aveva ragione. Primo, perché a Wall Street fare soldi è l’obbiettivo, semplice e misurabile – e avere uno scopo rende sempre contenti. Secondo, perché essere pagati bene non è che un altro modo per sentirsi apprezzati e riconosciuti – il che pure solitamente gratifica. Terzo, perché in un sistema capitalistico come quello degli Stati Uniti, fare molti soldi è il modo più efficiente per ottenere molte delle cose che rendono felici: buone cure mediche, migliore educazione per i figli, cibo buono, arte, ecc. Questo è il modo in cui il sistema funziona ed è tanto più allettante in quanto risponde a bisogni normali e naturali in ogni essere umano.

 

Se si parte dalla convinzione ottimistica che gli interessi e le intenzioni di banchieri e dirigenti a Wall Street non siano poi diversi da quelli d’ogni altro essere umano, si può arrivare a concepire modi nuovi per motivarli e per provare a cambiare l’intero sistema d’incentivi del settore. Per cambiare il sistema d’incentivi di un intero settore, di solito si hanno due strade: quella privata o quella pubblica. Quella pubblica è rappresentata dall’intervento che il Congresso e l’Amministrazione stanno considerando in questo momento, cioè assoggettare tutto il settore a una regolamentazione volta a limitare il rischio sistemico.

 

Un approccio normativo potrebbe tuttavia non funzionare, anche perché si ha a che fare con persone molto competenti. Tutto il lavoro svolto a Wall Street è fatto sotto pressione per produrre risultati in tempi brevi, in un contesto in continua evoluzione, rispettando allo stesso tempo una miriade di leggi e regolamenti.

 

Volendolo, queste persone troverebbero il modo di rendere nulla qualsiasi legge imposta (un po’ come succederebbe se si cercasse di educare dei figli semplicemente imponendo delle regole). Si creerebbero nuove procedure e nuovi comportamenti che darebbero a loro volta origine a nuovi rischi ed errori imprevedibili. Il fattore decisivo è che il moral hazard (azzardo morale) rimane nel sistema: è premiato chi genera grossi profitti nel breve, prendendosi grossi rischi che saranno sopportati da altri nel lungo periodo.

 

L’alternativa (come con i figli) è quella di fare una proposta diversa, un’offerta vantaggiosa perché parte dai desideri reali di un individuo, abbraccia la propria libertà ed è applicata in modo efficace, affidandosi ai principi di partecipazione e responsabilità. Nel mondo degli affari quest’idea è ben rappresentata dal concetto di partnership.

 

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Negli anni ‘70 la maggior parte delle società finanziarie a Wall Street erano partnership di piccole dimensioni, possedute solo da un ristretto numero di proprietari che davano una parte dei profitti dell’azienda ai dipendenti, dividendosi il resto fra loro. Questo sistema incoraggiava il profitto, dato che il contributo di ognuno era costantemente valutato (e premiato o penalizzato), evitando allo stesso tempo che si prendessero grossi rischi (perché era in gioco il capitale dei proprietari).

 

Quando queste società crebbero in dimensione, decisero di quotarsi per ottenere finanziamenti più ampi e ripartire il rischio. A questo punto si cercò di mantenere una cultura e un sistema di compensazione tipico della partnership, ma non fu facile. Perciò si è verificata nel tempo un’erosione dei principi della partnership, culminata nel concetto di too big too fail: una situazione in cui i principi della partecipazione e della responsabilità sono completamente diluiti (tanto che se faccio poco mi pagano lo stesso, se faccio bene mi pagano di più, ma se faccio male non succede nulla).

 

Quello che trovo veramente interessante a proposito dei concetti di partnership, partecipazione e responsabilità, è che sono tutti una diretta manifestazione della libertà individuale. Mentre nella logica di breve si pensa di poter controllare l’incertezza e imbrigliare in una serie di leggi il comportamento umano, nella logica di lungo tempo si abbraccia l’incertezza e si cerca la soluzione al rischio proprio nella libertà degli individui che compongono il sistema, considerati nella totalità dei loro desideri.

 

L’incertezza nei mercati finanziari non può esser rimossa, ma deve al contrario essere compresa. Regole o riforme non garantiranno che un’altra crisi non colpisca nuovamente Wall Street. Il rischio rimarrà sempre nel sistema. Politici e legislatori in cerca di soluzioni per evitare future crisi dovrebbero tenere a mente la risposta che Sant’ Agostino ci offre per la questione morale: dilige, et quod vis fac – ama e ciò che vuoi, fai.

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