DIBATTITO/ Quel falso principio di libertà che vuol far lavorare le donne fuori casa

- Paola Liberace

Quando si parla di lavoro femminile spesso vige il preconcetto che le donne sono libere sì, ma di scegliersi una carriera che esclude la maternità. Il commento di PAOLA LIBERACE

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Foto: Imageconomica

Nell’intervista in cui ha risposto alle obiezioni mosse da queste pagine (tra gli altri, da Marco Cobianchi) al libro L’Italia fatta in casa, scritto con Alberto Alesina, Andrea Ichino ha ribadito la sua contrarietà al ricorso agli asili nido pubblici come soluzione al problema della conciliazione tra famiglia e lavoro. Ichino ha spiegato come, oltre a gravare sulla fiscalità generale, la costruzione di nuovi nidi pubblici non risolve il problema dell’occupazione femminile, legato piuttosto a un fondamentale riequilibrio dei carichi di lavoro familiari, e alla mancanza di una reale libertà di scelta femminile in materia lavorativa. Una simile posizione sembrerebbe soddisfare pienamente le aspettative di chi nutre esplicite riserve “contro gli asili nido”, e sostiene il bisogno di una pluralità di misure di conciliazione per garantire la libertà di scelta.

Ma si tratta della stessa libertà? Ichino parla di “consentire una maggiore possibilità di carriera alle donne che lo vogliono”: mentre attualmente il ruolo consolidato da “bread winner” nella quasi totalità delle famiglie italiane è riservato agli uomini. Tralasciando la discussione del criterio per identificare in questa situazione l’assenza di una scelta effettiva, si può fare ricorso a questo stesso esempio per interpretare la nozione di libertà in questione. Messa così, somiglia da vicino a quella espressa da Emma Bonino durante la corsa per la regione Lazio. Intervistata in occasione della festa della donna, Bonino aveva detto di voler aumentare il numero dei servizi di assistenza alle famiglie – assistenza all’infanzia, assistenza agli anziani, assistenza domestica -, per sollevarle le donne da questi – definiti “carichi di welfare all’italiana” -, e permettere loro di esprimere le loro “potenzialità al femminile”.

È significativo che tra queste potenzialità non venga considerata – anzi, che da esse venga esplicitamente esclusa – quella materna: intesa non come mera facoltà di generare, ma come capacità di accudire, educare e dedicarsi ai figli. Nella prospettiva di Bonino, la scelta delle donne si suppone libera se si indirizza contro queste opzioni, per imboccare direzioni considerate più affini ai loro reali desideri, nonché di maggiore interesse per la collettività (Ichino lo definisce “interesse del paese a non sprecare risorse di donne che potrebbero essere ottime professioniste”). Libertà, insomma, è libertà di aderire a una strada precisa: mentre la preferenza per altre strade viene guardata con sospetto, se non addirittura tacciata di essere frutto di una costrizione.

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Che sia proprio questo il significato della libertà cui le donne aspirano, è quanto meno discutibile. Cosa vogliono le donne? Come ha ben argomentato su queste pagine Giuseppe Porro, questa dovrebbe essere la domanda da cui partire. Ma la semplificazione dei termini che ha percorso tutto il dibattito culminato nell’intervista a Ichino non giova a capirlo. Contrapporre lavoro e famiglia, carriera e figli, azienda e casa come due mondi separati non può che trasformare in un’impresa titanica la conciliazione tra di essi: e fa gridare al miracolo in presenza di soluzioni che, come gli asili nido, offrono come via d’uscita la delega di uno dei due termini – la famiglia – sacrificato sull’altare dell’altro – il lavoro.

 

In un rapporto pubblicato lo scorso anno dal Centre for Policy Studies, e emblematicamente intitolato What women want, la ricercatrice britannica Cristina Odone ha mostrato attraverso dati eloquenti quanto le reali intenzioni delle donne siano lontane da quelle loro attribuite. Solo il 12 per cento tra le madri intervistate desiderava un lavoro a tempo pieno, mentre il 31 per cento aspirava a non lavorare affatto. Allargando lo sguardo a tutte le donne, in assenza di vincoli economici, solo una su cinque avrebbe continuato a lavorare a tempo pieno, mentre solo il 6 per cento delle lavoratrici part-time sarebbe stata disposta a prolungare il suo orario di lavoro. Non solo le madri, dunque, ma le donne in genere hanno priorità diverse da quelle considerate per loro fondamentali nell’opinione pubblica. Si potrebbe obiettare che, essendo Odone cattolica, la sua posizione sia condizionata dalle vedute religiose. Ma non si spiegherebbe allora come mai la stessa situazione emerga dalle indagini rese pubbliche nel 2008 in un report del think-tank britannico di ispirazione liberale “Policy Exchange”. Non si spiegherebbe come mai la Odone sia citata di recente dalla ex-notista politica dell’Observer, Gaby Hinsliff – non certo di simpatie confessionali -, per spiegare la sua scelta di dimettersi e stare più vicina a suo figlio. Non si spiegherebbe per quale motivo la situazione descritta da Odone somigli da vicino al ritratto restituito da svariate indagini sulle madri lavoratrici italiane, condotte nello scorso decennio dalle Consigliere di parità locali e nazionali. Anche senza generalizzare i dati riportati da Odone, e tenendo conto dell’ambiguità intrinseca in tutte le ricerche che vertono sul tema, si può almeno cominciare a dubitare di chi attribuisce alle donne intenzioni uniformemente orientate verso un obiettivo dettato piuttosto da istanze estrinseche.

 

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Ma considerare la carriera come obiettivo secondario, e tutto sommato rinunciabile, non significa abdicare alla realizzazione professionale, e d’altro canto aspirare a quest’ultima non vuol dire rinnegare le proprie responsabilità familiari, magari affidandole a quei servizi di mercato di cui Ichino auspica la crescita. Le donne non vogliono “il lavoro”, né “la famiglia”: se proprio bisogna metterla così, li vogliono entrambi (come spiegano bene le autrici di un libro intitolato “Il doppio sì”, pubblicato dalla Libreria delle Donne di Milano) ciascuna a suo modo, nella proporzione che stabilisce e che meglio si sposa con la sua situazione. Peraltro, la scelta femminile è una scelta personale, ma non necessariamente individuale: considerarla necessariamente alternativa o addirittura in contrapposizione con quella maschile non tiene conto di una realtà, quella familiare, che non è mai solo la somma delle parti che la compongono.

 

L’auspicabile gestione condivisa della famiglia non equivale al ripartizione egualitarista dei carichi familiari. E del resto, se la differenza di genere è considerata “solo” un problema da risolvere, il tentativo di ridurla o abolirla diventa una conseguenza logica. Insieme alla differenza, si perde così la specificità, fatta di quelle che Bonino definirebbe le “potenzialità femminili”. Accantonare questa specificità è stato storicamente il modo in cui le donne hanno ottenuto l’ingresso in ambiti tradizionalmente riservati agli uomini, tra i quali quello del lavoro dipendente in azienda. In questo modo, però, non hanno potuto portare un reale contributo nell’organizzazione lavorativa consolidata, di stampo prettamente maschile: al contrario, si sono adeguate alle modalità lavorative vigenti, lasciandosi anzi trasformare da queste.

 

La definizione di “uome”, che ironicamente circola tra le stesse donne lavoratrici, rende bene l’idea: partecipando dell’impiegatizzazione crescente del lavoro dipendente, che interessa tutte le mansioni e a tutti i livelli, le donne non hanno potuto modificare sostanzialmente un modello fondato sulla presenza invece che sul rendimento, sulla visibilità mondana invece che sul contributo reale, sulla rigidità invece che sulla flessibilità e sulla creatività. Davvero questa si può chiamare “libertà”? Davvero per essere libere le donne devono essere uguali agli uomini, tanto in casa quanto fuori? Davvero per realizzare questa libertà è necessario intervenire sulla famiglia, invece che sull’organizzazione e sulla natura del lavoro? Rassegnando le dimissioni dalla sua ambita posizione, Gaby Hinsliff ha scritto: “I still want to work. I just don’t want to work like this”. È questo forse il desiderio comune, se non a tutte le donne, certo a una buona parte di loro.

 

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