FISCO/ Muraro: ma quale svolta, la riforma di Tremonti non abbasserà le tasse

- int. Gilberto Muraro

GILBERTO MURARO, Docente di Scienza delle Finanze, chiarisce i punti salienti della riforma fiscale di Tremonti e ci mostra una strada alternativa al quoziente famigliare. VOTA IL SONDAGGIO

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Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)

“Sarà la riforma delle riforme”. Così Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, ha presentato la scorsa settimana le linee guida per costruire un nuovo sistema fiscale nei prossimi tre anni. Un progetto che, ci ha spiegato Luigi Campiglio in una precedente intervista, dimentica le famiglie perché non introduce il quoziente famigliare. Oggi è Gilberto Muraro, Docente di Scienza delle finanze all’Università di Padova, a spiegarci che in realtà quella prospettata da Tremonti non sarà una svolta epocale e a mostrarci un’alternativa percorribile all’introduzione del quoziente famigliare.

 

Professore, la novità più importante del disegno di Tremonti riguarda lo spostamento della tassazione dalle persone alle cose. Secondo lei sarà una riforma positiva?

Approvo in generale i principi della riforma, che si ispirano al Libro Bianco del 1994. Inoltre, non credo che ci sia diversa possibilità di azione. L’Irpef è già stato infatti scarnito con l’aumento delle detrazioni e la diminuzione degli scaglioni. L’Iva è però già abbastanza elevata e soggetta a forte evasione. Quindi il passaggio del carico impositivo da una parte all’altra non sarà così tranquillo. Dette queste cautele, sono d’accordo con il principio della riforma, perché bisogna arrendersi alla realtà: è diventato sempre più difficile, in un mondo globalizzato con molta mobilità dei fattori produttivi, tassare le persone. Bisogna quindi “colpire” le cose.

A suo modo di vedere, questa sarà “la riforma delle riforme”, come ha detto Tremonti?

Secondo me Tremonti sta un po’ esagerando. Approvo pienamente il messaggio contenuto nel Libro Bianco del 1994 (anche perché vi ho contribuito) e da allora, in questi 16 anni, il sistema tributario si è mosso in tale direzione, anche se a volte con passi indietro o con avanzamenti impercettibili. Una parte della riforma è quindi già stata fatta. Restano certo delle cose da fare, ma non credo che ci sarà una svolta epocale. In ogni caso è pericoloso confondere il concetto di riforma tributaria (modalità nuove di prelievo a parità di pressione totale) con l’abbassamento delle tasse.

Cosa intende dire?

Lei ha visto che qualche mese fa, appena annunciata la riforma tributaria, gli italiani, complice Berlusconi, hanno capito: adesso ci abbassano le tasse. Ma non è così. Tanto che Tremonti è dovuto subito intervenire a spiegare la situazione. Occorre quindi un’opera di educazione civica: una volta che viene annunciata la riforma tributaria a pressione invariata (è importante che resti invariata così da fare le cose al meglio), ci si può anche esporre dicendo che non appena la condizione macroeconomica lo renderà possibile, si procederà a un taglio delle tasse.

Da questo disegno di riforma resta però fuori il quoziente famigliare, che pure era previsto nel programma elettorale della maggioranza.

L’assenza non è affatto un male. Personalmente sono contrario al quoziente, anche se rispetto le buone intenzioni dei proponenti. Il tema delle agevolazioni alla famiglia è tecnicamente complesso e non si può illustrare adeguatamente in questa sede. In generale si può dire che la forma logicamente più congrua di agevolazione è rappresentata dalla deduzione dal reddito: se si ritiene che i carichi di famiglia rappresentino, fino a un certo livello, una spesa socialmente meritevole, viene spontaneo dire che allora quell’importo minimo si toglie dal reddito imponibile.

 

Dov’è il vantaggio per i contribuenti?

 

Si genera un risparmio fiscale assoluto che è maggiore per i ricchi (100 euro dedotti dal reddito implicano un risparmio di imposta di 23 per chi ha l’aliquota Irpef più bassa e di 43 per chi ha l’aliquota marginale massima); ma non è detto che sia maggiore il risparmio relativo, cioè rispetto all’imposta totale pagata, che, ad alti livelli di reddito, tende invece a decrescere. Rispetto a questa soluzione, le detrazioni dall’imposta – per restare nell’esempio, dando un beneficio fiscale di 33 a ciascuno dei due contribuenti – generano un risparmio assoluto costante e un risparmio relativo sicuramente e fortemente decrescente; in tal modo accentuano la progressività dell’Irpef senza toccare le aliquote ufficiali; e forse per questo erano care a Visco.

 

Qual è la differenza con il quoziente famigliare?

 

Se si opta per il quoziente famigliare si ottengono risultati che dipendono in modo cruciale dall’articolazione e dal livello del reddito della famiglia rispetto alla struttura dell’imposta. Il risparmio fiscale può essere ingiustificatamente elevato per i contribuenti con alti redditi, specialmente se solo uno dei coniugi lavora, perché il frazionamento porta a tassare tutto il reddito con aliquote più basse; e può essere nullo per una famiglia in cui ambedue i coniugi lavorano ma con basso reddito, sicché il reddito totale e quello frazionato risultano soggetti alla stessa aliquota.

 

Preferibili quindi le deduzioni dal reddito?

 

Per me, sì: deduzioni, accompagnate da assegni per le famiglie esenti da imposta per il basso reddito. Le detrazioni accentuano in modo nascosto la progressività, mentre il quoziente dà risultati spesso incoerenti e a volte iniqui. Vale comunque una raccomandazione sul metodo: non decidere sul tema del trattamento della famiglia prima di avere ben chiara la struttura complessiva dell’imposta personale che si vuole riformare, perché è sui numeri – livelli degli scaglioni e delle aliquote – che si misurano gli effetti delle varie forme di agevolazione alla famiglia.

 

Teme che passando dalla tassazione sulle persone a quella sulle cose ci potranno essere aumenti nei prezzi dei beni di consumo sgraditi a cittadini?

 

Se non si vuole aumentare l’Iva occorre intervenire sulle imposte “verdi”, come quelle sui carburanti o sul possesso di un veicolo particolarmente inquinante. In questo campo ci sarebbe ancora spazio di manovra per il fisco. E si otterrebbe il tanto decantato “doppio dividendo” di un’imposta ecologica: l’incasso per l’erario e la riduzione delle esternalità. In ogni caso, non ho mai visto un’imposta che non faccia arrabbiare cittadini e consumatori. Il ministro dovrà avere le spalle larghe, perché riceverà applausi solo per un minuto per gli sgravi concessi e poi partiranno i mugugni per gli aggravi portati da un’altra parte.

 

Un altro pilastro della riforma è la lotta all’evasione fiscale. Cosa si può fare in questo campo?

 

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Credo che Tremonti dica una cosa vera quando afferma che il federalismo aiuterà, ma non vorrei che si facesse illusioni sul quantum. Le imposte principali sono e resteranno infatti sempre quelle nazionali. È quindi lo Stato che deve in prima istanza organizzarsi per ridurre l’evasione.

 

Tremonti ha però già previsto delle quote premiali per i Comuni: se aiuteranno a scoprire degli evasori, otterranno una parte del gettito recuperato.

 

È vero, ma non mi faccio troppe illusioni: la vera lotta all’evasione si fa con gli studi di settore, che vanno perfezionati, e con la tracciabilità dei pagamenti, che Visco aveva cominciato a ipotizzare, ma che Tremonti ha ritenuto un ostacolo all’attività economica. In realtà, rendendo obbligatori i pagamenti oltre una certa somma attraverso assegni, bonifici o sistemi di pagamento tracciabili diversi dal contante, è più facile contrastare l’evasione.

 

Potrebbe essere d’aiuto un sistema di agevolazioni per i contribuenti, in modo che siano loro stessi a pretendere la fattura per i servizi che richiedono?


È da anni che i cittadini suggeriscono questa soluzione. Ha dimostrato di funzionare nel caso delle agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni edilizie: infatti il contribuente per ottenerle doveva presentare la relativa fattura. Ciò ha permesso di portare allo scoperto alcuni artigiani “sconosciuti” al fisco e che da allora hanno avuto più difficoltà a ritornare nell’“ombra”. In termini puramente economici, però, al cittadino un sistema del genere conviene solo quando il risparmio che ottiene dallo Stato è superiore allo sconto che può avere da chi gli fornisce il servizio senza la fattura.

 

Un sistema quindi poco efficace?

 

Lo Stato deve aumentare le deduzioni se vuole sperare che il sistema abbia successo. E spesso quello che riesce a incassare è meno di quello che deve rimborsare ai cittadini. L’erario quindi rischia di registrare delle perdite. L’unica ragione valida per adottare questo sistema è di andare a “stanare” alcuni professionisti in specifici settori dove si pensa ci sia più evasione.

 

Cosa bisogna fare allora per contrastare l’evasione sull’Iva?

 

Occorrono controlli maggiori e più mirati e la Guardia di Finanza ha già fatto degli enormi passi avanti in questo senso. Non si può fare altrimenti, perché il piccolo che fa piccole operazioni non è direttamente controllabile. Ecco perché sono un sostenitore degli studi di settore.

 

Uno strumento che ha ricevuto molte critiche, oltre a essere detestato dai liberi professionisti.

 

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Sì, perché come al solito lo strumento funziona bene sulla carta, ma perché funzioni bene anche nella realtà necessita di una continua manutenzione, che finora non è stata adeguata. Questo ha determinato applicazioni inique, dove si è mostrato il potere coercitivo dello Stato nei suoi termini più deteriori: il cittadino ha quindi paura e rinuncia a far valere le sue buone ragioni. Questo però riguarda secondo me la minoranza dei casi.

 

In una recente intervista, il Professor Campiglio ha spiegato che secondo lui la maggior parte del nero deriva dalle importazioni e dai processi produttivi a filiera. È d’accordo?

 

Non voglio sottovalutare il fenomeno, ma guardando alla complessità della vita economica credo che l’evasione dell’Iva in Italia avvenga più sui servizi che non sulle merci.

 

Un altro pilastro della riforma è il federalismo fiscale. Teme che possa portare a una situazione in cui ci siano Regioni fiscalmente più convenienti di altre?

 

Non credo che ci sia molto da temere: in definitiva la Regione muove l’Irap e l’addizionale Irpef. L’incidenza di queste due imposte è però marginale. L’effetto rilevante per determinare l’ubicazione di un’impresa e dei cittadini in una Regione sta nell’insieme dei costi e delle prospettive economiche (efficienza, sicurezza sul territorio, la forza dei distretti).

 

Pensa che l’idea prospettata da Tremonti di inviare a casa degli italiani le dichiarazioni dei redditi precompilate sia vincente?


Suggerirei di non dire né sì né no a priori e di fare un esperimento. L’importazione di questi sistemi a volte funziona, a volte genera dei “mostri”, perché richiede un ambiente circostante “allenato”. Quindi prima di introdurre una misura del genere in maniera definitiva, è bene che ci sia un periodo sperimentale.

 

Passando dalle persone alle imprese, non c’è stato ancora nessun intervento sull’Irap.

 

L’Irap non è un’imposta che penalizza le imprese più di altre imposte. C’è sempre stata, secondo me, una cattiva propaganda, l’Irap non è mai stata capita. È una specie di seconda imposta sui redditi non da lavoro dipendente. Dal punto di vista economico funziona bene, ha avuto un ruolo positivo nella storia eliminando ben otto fra tributi e contributi precedenti. Si dice che si paga l’Irap anche sugli interessi passivi o sul costo del lavoro. Qui tocchiamo però il concetto di valore aggiunto, che è fondamentale dal punto di vista economico ed è una buona base imponibile soprattutto considerando che l’Irap è un’imposta regionale e dovrebbe quindi compensare la Regione degli oneri che un’impresa comporta. Le aziende vanno secondo me aiutate con una politica di alleggerimento della spesa pubblica, che riduca complessivamente la pressione tributaria.

 

A proposito di spesa pubblica, i recenti dati Istat dicono che è aumentato il rapporto deficit/Pil. Contemporaneamente la pressione fiscale è tornata ai livelli della fine degli anni ’90.

 

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Aggiungo che non solo è aumentato il deficit, ma è scomparso l’avanzo primario: per la prima volta dal 1991 il saldo tra spese dirette (senza calcolare gli oneri per gli interessi passivi sul debito pubblico) ed entrate è diventato negativo. Si tratta del risultato di anni di grande crisi, quindi è senz’altro una situazione momentanea. È però il segnale che abbiamo ancora una strada lunga e faticosa da fare prima di risanare la finanza pubblica e ridurre il debito.

 

Secondo lei è necessario intervenire prima sulla spesa pubblica o sulla pressione fiscale?

 

Non bisogna diffondere troppe illusioni su un abbassamento rapido e significativo della pressione fiscale. Credo che si debba lavorare da qui in avanti, sfruttando i prossimi tre anni tranquilli dal punto di vista elettorale, per fare riforme strutturali che siano in grado di rendere il Paese più efficiente. Occorre quindi: alleggerire la macchina pubblica, soprattutto nella struttura periferica dello Stato che presenta delle ridondanze; distribuire risorse all’Università e alla ricerca in termini meritocratici: introdurre un federalismo equo e positivo, che punisca gli sprechi e premi gli enti locali virtuosi; avere una giustizia più efficiente, dato che i processi civili sono troppo lunghi, comportando così elevati costi economici. Appena queste riforme cominceranno a produrre effetti, diminuendo la spesa pubblica sul Pil, si potrà diminuire la pressione fiscale.

 

Basteranno tre anni per portare a compimento la riforma fiscale?

 

Ne potrebbero bastare anche solo due per il disegno generale. Forse qualche passo potrebbe essere rinviato. Mi auguro però che tutto il percorso possa nascere ed essere portato avanti in maniera condivisa, magari con un patto nazionale tra le forze politiche e sociali.

 

(Lorenzo Torrisi)

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