CRAC GRECIA/ Giannino: meglio un fallimento “pilotato” degli aiuti a pioggia

Come si esce dalla crisi greca? Con un soft default, dice OSCAR GIANNINO, da pilotare sotto l’egida del Fmi. L’Italia è fuori da disastro europeo creato dalla Germania: proprio per questo però ha bisogno di riforme

03.05.2010 - Oscar Giannino
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Foto Imagoeconomica

Ieri l’Eurogruppo ha annunciato i particolari degli aiuti alla Grecia. Ma io sono tra quelli che credono, conti alla mano, che non ne basterà l’ammontare, pur molto più considerevole di quello che inizialmente già per due volte in due mesi era stato definito, e lievitato grazie al nein tedesco. Come Martin Feldstein, Luigi Zingales e diversi altri, penso che in ogni caso sarà necessaria una forma di soft default, cioè un ridefinizione delle scadenze del debito, e mi auguro che ciò avvenga su base volontaria sotto l’egida del Fmi. Ciò porterà a perdite dei bondholder, a cominciare dalle banche greche ovviamente, e poi di quelle tedesche, francesi etc. Bisogna anzi augurarsi che tali perdite siano sostanziose, perché semplicemente altrimenti una decrescita del Pil greco di quattro o cinque punti per effetto dei tagli draconiani al bilancio pubblico attuati tutti in un colpo e per molti anni a venire avrà comunque l’effetto di accrescerne il debito pubblico sul Pil.

Che cosa insegna la crisi greca? Per quanto riguarda la politica e il suo dato più essenziale, e cioè chi comanda, dimostra che i tedeschi si sono definitivamente liberati da ogni complesso di colpa del secondo conflitto mondiale. È meglio tenerlo ben presente, d’ora in avanti, sempre che ci fosse bisogno di dimostrazioni così crude e non fosse già chiaro in precedenza, dopo un anno e mezzo di nein germanico a ogni risposta europea – condivisa e cofinanziata – alla crisi.

Per quanto concerne invece gli sviluppi stessi dell’euro, forse sarà bene che gli euroentusiasti alla Padoa Schioppa, invece di criticare aspramente economisti e osservatori di diverso avviso com’è avvenuto sul Corriere, comprendano che la più grave crisi dell’euro da che esiste la moneta comune prova inequivocabilmente e irrefutabilmente che l’Europa politica da essi sognata – quella con un fisco comune e politiche condivise, non semplicemente coordinate alla bell’e meglio – semplicemente non ci sarà né ora né mai. Abbiamo toccato con mano gli effetti del rigetto prima e della travagliata adozione condizionata poi al nuovo Trattato. I vincoli costituzionali posti in Germania dalla Corte di Karlsruhe a ogni strumento comune che viva di finanza propria – cioè di un eurodebito condiviso tramite Union bonds, per fare un esempio – sono in realtà insuperabili, incoerenti e ostativi a ogni idea di Europa politica. Tanto vale ammetterlo apertamente, invece di continuare a soffiare inutilmente di sogni nel vento.

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Questo significa che l’euro è più che mai una camicia di forza per soli virtuosi, ma molto pericolosa invece per Paesi con squilibri storici e dovuti a politiche sbagliate. Se fino a ieri era chiaro ma fino a un certo punto, che la virtù doveva esercitarsi nei conti pubblici – e dico fino a un certo punto perché in realtà quando i parametri di deficit sono stati superati da Germania e Francia col cavolo che esse accettarono di sottoporsi a procedura d’infrazione – da oggi è invece chiarissimo che la virtù deve innanzitutto esercitarsi nel non pagare salari troppo generosi ai propri lavoratori.

 

Chi segue quella strada perde ulteriormente competitività rispetto alla Germania, indebolisce la propria bilancia commerciale, peggiora il proprio deficit nelle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Non lo avevano affatto capito, la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l’Irlanda, Paesi che hanno tra loro problemi e forza in realtà molto diversa, ma che tutti hanno seguito la via di un’impetuosa crescita grazie all’euro, a forte componente anche di rafforzamento salariale.

 

È una lunghissima Quaresima, quella imposta dall’euro com’è oggi a ciascun Paese non abbia introiettato nei suoi conti pubblici e privati e nei comportamenti delle sue classi dirigenti e sindacali la vera “lezione tedesca” che abbiamo visto squadernata con geometrica e inesorabile coerenza. Ma poiché non viviamo affatto in Paesi di rigore e consapevolezza germanica, se ne può realisticamente prevedere solo che d’ora in poi verranno altri guai, con conseguenze dolorose.

 

L’Italia è fuori dall’avello più infuocato sol perché aveva toccato prima di altri il calore incandescente del rischio: ma chiedo a voi tutti lettori se nella politica e nel sindacato italiano viva davvero la consapevolezza dei tempi di ferro che ci aspettano, e delle riforme d’acciaio che occorrerebbero per far scendere di trenta punti di Pil il debito pubblico con meno spesa pubblica e meno tasse, con più produttività e più rigore salariale, esclusivamente legando le retribuzioni alla produttività invece che all’egualitarismo giustizialista di cui il nostro Paese resta impregnato.

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