CRAC GRECIA/ 1. Atene non è ancora salva e per l’Italia nuovi pericoli dall’Ue

- int. Domenico Delli Gatti

Il piano di salvataggio della Grecia non sembra aver tranquillizzato i mercati. Ne abbiamo parlato con DOMENICO DELLI GATTI

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Una riunione all'interno della Bce (Foto Imagoeconomica)

Domenica l’Unione europea ha deciso un massiccio intervento in favore della Grecia. Atene in cambio si impegnerà a ridurre il proprio debito attraverso un piano sulla cui attuazione vigileranno gli esperti del Fondo monetario internazionale ed europei. L’allarme non sembra però rientrato: i mercati non si sono ancora ripresi e l’euro perde ancora terreno nei confronti del dollaro. Il mondo finanziario sembra non credere all’impegno greco e di conseguenza teme un contagio agli altri paesi europei, in primis Portogallo e Spagna. Abbiamo parlato della situazione con Domenico Delli Gatti, docente di Economia Politica ed Economia Monetaria all’Università Cattolica di Milano e coordinatore del progetto europeo Polhia che studia le politiche monetarie, fiscali e strutturali in presenza di agenti eterogenei.

Professore, innanzitutto un suo giudizio sul piano varato dall’Ue. Era giusto intervenire in aiuto della Grecia?

Certamente, su questo non ho dubbi, anche se una minoranza di economisti ritiene che non fosse necessario. Penso che sarebbe stato più opportuno intervenire molto prima, perché è evidente che la situazione sui mercati finanziari è peggiorata a causa della mancanza di un piano credibile, cosa che ha comportato l’incremento esponenziale degli aiuti necessari. Se si fosse intervenuti per tempo, la somma da stanziare sarebbe stata inferiore ai 110-120 miliardi di adesso.

Come mai secondo lei l’Europa è arrivata così tardi a decidere un intervento?

Mi sembra che negli ultimi due mesi sia mancata una forte leadership europea, soprattutto da parte della Germania. Personalmente ho sentito molto la mancanza di un personaggio come Helmut Kohl che in passato ha avuto molto più coraggio di quello mostrato da Angela Merkel in termini europeistici. Da questo punto di vista, Italia e Francia hanno mostrato una capacità di leadership maggiore. Grazie al loro impegno, unito a quello del Fondo monetario internazionale e degli Stati Uniti, è stato possibile far decidere al cancelliere tedesco di muoversi nella direzione di un aiuto alla Grecia.

I mercati non sembrano però aver reagito positivamente a questo piano. Secondo lei sarà efficace?

Ho un dubbio su questo. Non tanto perché non siano rilevanti le misure messe sul tappeto, ma per il rischio che una cura così drastica per la Grecia possa avere effetti negativi sulla sua crescita. Questo potrebbe portare a un rapporto deficit/Pil che non scende come si spera. Penso comunque che i tecnici abbiano fatto i conti in modo opportuno tenendo conto anche di questo.

Dopo questo intervento la Grecia corre ancora il rischio di fallire?

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Questo pericolo c’è sempre. Senza il piano di intervento la Grecia non sarebbe stata in grado, secondo il suo ministro delle Finanze, nemmeno di rimborsare il debito per il 2010. Non dimentichiamo che il rapporto debito/Pil della Grecia è al 120% e si prevede in crescita al 150% nel giro di pochi anni. Questo vuol dire che c’è sempre il rischio che la Grecia non abbia modo di rinnovare il proprio debito a tassi di mercato ragionevoli. La spada di Damocle di un possibile default non è affatto esclusa in futuro.

 

Perché si è arrivati a questa situazione?

 

Il governo di Karamanlis aveva fornito cifre ufficiali secondo cui il rapporto deficit/Pil per il 2009 era sotto il 4%. Il dato è stato poi rivisto al 6%, finché, a seguito della vittoria elettorale di ottobre, il nuovo esecutivo di Papandreou è andato a spulciare i conti del governo precedente (come avviene in quasi tutto il mondo). Ha scoperto quindi che il rapporto deficit/Pil era in realtà molto più alto, ben oltre il 12%. A questo punto si è creato un problema di credibilità, dato che era la seconda volta che un governo greco ammetteva di aver truccato i conti.

 

Quando era successo la prima volta?

 

Nel 2003. La Grecia per entrare nell’Unione monetaria europea aveva dichiarato di avere un rapporto deficit/Pil inferiore al 3% (condizione necessaria per rispettare i criteri di Maastricht), ma poi si è scoperto che il dato in realtà si aggirava intorno al 4%. Ora, dato questo precedente, è chiaro che sui mercati finanziari si è scatenato il panico con massicce vendite dei titoli greci, perché tutti si domandavano se la realtà dei conti pubblici non fosse ancora peggiore rispetto a quanto dichiarato. È curioso però notare che non è soltanto la Grecia ad avere una situazione drammatica dei conti nell’area euro. L’Irlanda per esempio ha un rapporto deficit/Pil simile a quello di Atene, mentre Spagna e Portogallo sono messi leggermente meglio. Fuori dall’area euro, Gran Bretagna e Stati Uniti viaggiano intorno al 12%.

 

Lei ha appena accennato all’Irlanda, a cui però non sono stati dati gli stessi aiuti della Grecia. Come mai questa differenza?

 

La differenza sostanziale è di credibilità delle statistiche di finanza pubblica tra i due paesi. L’Irlanda è stata più trasparente, ha avuto un grossissimo problema di sistema finanziario che ha comportato il salvataggio massiccio delle banche. Non bisogna poi dimenticare che il rapporto debito/Pil irlandese è più basso di quello greco. D’altro canto le misure che Unione Europea e Fmi imporranno ad Atene (in una sorta di commissariamento della finanza pubblica) sembrano molto più drastiche di quelle che autonomamente ha messo in campo Dublino.

 

Esiste secondo lei il rischio di contagio del rischio default ad altri paesi dell’eurozona?

 

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Certamente, e lo abbiamo anche visto. Quando le agenzie di rating hanno declassato Spagna e Portogallo, i rendimenti dei loro titoli di Stato sono aumentati in maniera drammatica. Figuriamoci cosa potrebbe accadere nel caso la situazione dovesse peggiorare. Nessuno può dirsi francamente fuori dal mirino della speculazione. Peraltro giustificata nel caso specifico, perché sappiamo da sempre che in un’unione monetaria le differenze tra i tassi sui titoli del debito pubblico sono spiegate solo per il rischio sovrano.

 

L’Italia corre rischi?

 

L’Italia è tra i paesi “virtuosi”, cioè quelli che sono riusciti a mantenere, nonostante una grave recessione, un rapporto deficit/Pil contenuto intorno al 5%. Abbiamo poi un deficit primario migliore della Germania. Fino a pochi anni fa avevamo addirittura un avanzo primario e speriamo di riaverlo presto. Questa situazione non dovrebbe portarci a correre rischi enormi. Il problema è che i mercati valutano la probabilità di insolvenza guardando lo stock di debito accumulato da un paese e il nostro è intorno al 120% del Pil e negli ultimi anni è salito dopo un calo che continuava da prima dell’ingresso nell’euro.

 

Secondo lei è giusto che l’Italia intervenga in aiuto della Grecia con 5,5 miliardi di euro?

 

Assolutamente. Se il disegno dell’Unione monetaria deve essere mantenuto è necessario immaginare anche forme di solidarietà. Non dimentichiamo poi che i fondi sono prestati a un tasso d’interesse del 5%, un saggio più alto di quello che l’Italia deve pagare per finanziare il proprio debito. In teoria, quindi, se tutto va bene, il nostro Paese potrà guadagnare qualcosa da questa operazione.

 

Secondo lei l’euro sopravviverà a questa crisi?

 

Penso che se dovesse esserci un’improvvisa insolvenza della Grecia, allora i problemi sarebbero molto rilevanti, e nessuno sarebbe in grado di disegnare scenari ragionevoli. Non dimentichiamo che non abbiamo nessun meccanismo istituzionale che preveda le modalità con cui un paese possa uscire dall’euro. Certamente non è impossibile che avvenga, ma lo ritengo molto improbabile. Se il piano messo in campo si dimostrerà credibile, nel giro di due o tre anni le cose torneranno in ordine.

 

E se non dovesse accadere?

 

L’alternativa ragionevole sarebbe una ristrutturazione del debito greco. E potrebbe avvenire attraverso un rescheduling, cioè un riscadenzamento del debito. I creditori della Grecia dovrebbe quindi accontentarsi di avere gli stessi soldi, ma in un arco temporale più lungo rispetto a quello originariamente pattuito. Questo sarebbe meno doloroso di una ristrutturazione tout court, dove i debiti sarebbe rimborsati solo parzialmente. Queste opzioni vanno comunque messe in campo prima di un crollo totale della Grecia, perché il rischio sarebbe quello che Atene decida di non rimborsare più nemmeno un euro.

 

Qualcuno ipotizza la nascita di una doppia moneta europea, una per i paesi più solidi e l’altra per quelli più deboli, dato che l’Europa viaggia ormai a due velocità. Lei che cosa ne pensa?

 

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L’Europa procede a velocità diverse (più di due) nonostante l’unione monetaria e c’è chi vede l’eventualità della nascita di un euro del Nord (Neuro) e di un euro del Sud (Sudo). Certo, queste due aeree monetarie sarebbero più uniformi a livello macroeconomico e si potrebbe pensare che il Sudo si svaluti massicciamente nei confronti del Neuro, un po’ come succedeva con la lira italiana nei confronti del marco tedesco negli anni ’90. Questo potrebbe permettere ai paesi del Sudo di crescere più rapidamente di quanto non avvenga con l’euro. Mi sembra però uno scenario improbabile. E poi non sarebbe una soluzione conveniente per la Germania.

 

Perché?

 

Perché è il paese che ha più interesse a tenere l’euro così com’è, dato che è stato quello che ha messo a frutto meglio l’impossibilità di svalutare una volta che l’unione monetaria è stata realizzata. Gli esportatori tedeschi possono ora sfruttare al massimo i vantaggi che hanno in termini di costo del lavoro e produttività. Avere paesi come Italia e Spagna fuori dall’euro annullerebbe questo vantaggio.

 

L’euro è nato però a immagine e somiglianza del Marco tedesco. Tutto questo ha ancora senso?

 

L’unione monetaria è frutto di un grande compromesso di altissimo livello costruito sull’asse franco-tedesco per merito dei politici più che degli economisti. Da un lato la Germania rinunciava al Marco, dall’altro otteneva che l’euro nascesse nelle condizioni più simili al Marco. Per questo la Banca centrale europea ha un assetto prossimo alla Bundesbank (anche si vi sono rappresentanti dei singoli paesi), per questo si è impedito che i singoli paesi avessero politiche fiscali incontrollate (attraverso il patto di stabilità di crescita) in modo da non avere comportamenti lassisti, per questo esiste la clausola del Trattato di Maastricht (bail-out clause) che evita il salvataggio di una nazione. Essendo un compromesso, ogni paese vi vede dei vantaggi e degli svantaggi.

 

Per l’Italia quali sono gli svantaggi e i vantaggi? E quali contano di più?

 

Lo svantaggio più evidente è che non possiamo più svalutare la nostra moneta per favorire le esportazioni e non è un caso che dal 2000 la nostra crescita è prossima allo zero. D’altra parte abbiamo tassi d’interesse più bassi (che aiutano anche rispetto al debito pubblico), inflazione moderata e prezzi delle importazioni contenuti. Direi che i vantaggi sono ancora più degli svantaggi.

 

Il piano varato dall’Ue per la Grecia prevede che il prestito venga erogato dagli stati, mentre adesso buona parte del debito greco è nelle mani delle banche. Questo passaggio banche-stati è da considerarsi positivo?

 

Come accennava, attualmente il debito greco è in mano per la maggioranza a banche francesi e tedesche. In caso di default, queste dovrebbero rivedere al ribasso il valore di mercato dei propri asset, un po’ come quanto avvenuto con i titoli tossici. Se le banche fossero di rilevanza sistemica, le conseguenze andrebbero oltre i confini nazionali e i governi dovrebbero intervenire in loro aiuto, come è già successo nella recente crisi. I fondi stanziati adesso dovrebbero servire a far fronte al debito regresso, quindi quello in mano alle banche. Questo per i governi sarebbe un vantaggio.

 

In molti, tra cui il governatore di Bankitalia Mario Draghi, chiedono di rivedere il Patto di stabilità e i controlli sui debiti sovrani. È una tappa obbligata?

 

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Mi sembra inevitabile andare a mettere mano all’intera architettura, specie per quel che riguarda la politica fiscale. Non è chiarissimo quale strada occorrerà seguire. Per qualcuno basterebbe stringere le viti sui criteri di finanza pubblica, rendendo più restrittivo il Patto di stabilità e crescita, e unificare la politica fiscale. Attualmente infatti questo strumento è lasciato in mano agli stati ed è un bene, perché così essi possono usarlo in caso di shock assimetrico.

 

Cosa intende dire?

 

Se un singolo paese viene colpito da una recessione, la Bce non interviene perché si tratta di un problema di un singolo e non dell’intera comunità, quindi a quel paese non resta che intervenire con la politica fiscale espansiva. Se però si centralizza la politica fiscale, oltre a quella monetaria, un paese si ritrova impossibilitato a farlo e quindi diventa più vulnerabile. Occorre pertanto non riscrivere il patto di stabilità in modo troppo restrittivo come qualcuno ha ipotizzato.

 

A quale ipotesi si riferisce?

 

Ho letto recentemente un articolo di Hans Werner Sinn su The Wall Street Journal in cui sostiene che se un paese ha un rapporto debito/Pil relativamente basso, allora dovrebbe essere autorizzato ad avere un rapporto deficit/Pil relativamente alto. Per questo menzionava il caso della Danimarca, che ha un rapporto debito/Pil del 30% e alla quale dovrebbe essere consentito di arrivare ad avere un rapporto deficit/Pil del 6%. Tutto questo è accompagnato da una formula matematica, che se applicata all’Italia, che ha un rapporto debito/Pil del 120%, dovrebbe costringerci ad avere sistematicamente un avanzo di bilancio.

 

Come potremmo mai ottenerlo?

 

L’Italia, così come gli altri paesi che hanno problemi di debito pubblico elevato, dovrebbe mettere in atto una politica fiscale restrittiva di enormi proporzioni, con grossi rischi per quanto riguarda la capacità di crescita. Credo che questa proposta non andrà in porto, ma occorre fare attenzione a simili iniziative estreme che possono essere pericolose.

 

(Lorenzo Torrisi)

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