FIAT/ 2. Che futuro avrà Pomigliano d’Arco senza Marchionne?

- Merisio Colleoni

Davvero l’unica speranza per gli operai di Pomigliano d’Arco è dire sì al contratto di Fiat? MERISIO COLLEONI prova a rispondere a questa domanda

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Uno stabilimento Fiat (Foto: IMAGOECONOMICA)

Suvvia, facciamo i grandi almeno per un giorno. Fingiamo di essere adulti. E che cosa è tutta questa paura che a Pomigliano non passi l’accordo? Che cosa teme la politica, che cosa teme la Fiat, che cosa temono coloro i quali pur non lavorando in fabbrica a Pomigliano invocano un “plebiscito” al referendum?

La Fiat, si sa, se non ottenesse una valanga di consensi sarebbe pronta ad andarsene a fare auto altrove, fuori dall’Italia. Dopo che in Polonia, pure in Serbia. Bene, se è questo che i lavoratori vogliono, se questa prospettiva non inquieta, che la Fiat allora se ne vada pure. In silenzio e in fretta.

Via, lontano dall’Italia, lontano da una nazione che non la ama, non la capisce e non la celebra come dovrebbe. Lo si vede pure restando fermi all’angolo di una strada: che scandalo tutte quelle Bmw, quelle Audi, quelle Honda, Toyota, Volkswagen e persino Daihatsu, scelte chissà perché dagli automobilisti, quando nei concessionari sono disponibili incomparabili auto prodotte sul nostro suolo dalle forti braccia di lavoratori italiani.

E così se il referendum boccia l’accordo, perché dovremmo trattenere noi Marchionne in Italia? Mica sono bambini gli operai di Pomigliano, mica sono così fessi da non capire che cosa rischiano. Non è cosa né buona né giusta ritenere – come si fa abitualmente nei salotti intellettual-politici di Roma e Milano – che dentro una tuta blu non ci sia del fosforo, e che dunque dobbiamo spiegarglielo noi a quei bamba di lavoratori che se non firmano la resa alla Fiat è finita per tutti. Ma dai, finita per chi?

Tutta questa musica suonata ad alto volume non convince, ed è pure un po’ stonata. Va bene chiedere produttività e competitività, ma gli aut-aut di chi fanno il gioco? Se a Pomigliano non temono la chiusura, a nessuno è venuto in mente che forse è perché da quelle parti pensano di avere un’alternativa?

Forse perché quei lavoratori dentro di loro sanno che ce la possono fare anche da soli, senza mamma Fiat e senza il paternalismo neopadronale di Marchionne? Forse perché gli ultimi veri liberisti in questo paese sono rimasti gli operai delle fabbriche? Che non dicono, ma in cuor loro vorrebbero dire, gridare: se non c’è mercato, che si chiuda, faremo altro, siamo capaci di camminare con le nostre gambe e mica dobbiamo per forza accettare di lavorare sotto padrone, anche di notte e fino alla domenica mattina, per portare a casa poi solo una manciata di euro.

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Che cosa è, allora, questa forma strisciante di statalismo moraleggiante che pretende di distruggere ogni speranza raccontando la storia che non avremo altro lavoro, altra opportunità, all’infuori della Fiat?

 

Oppure a Pomigliano pensano che, in fondo in fondo, a quelli del Lingotto il famoso “Piano B” non conviene poi tanto. Che la fuga dall’Italia comporta troppi costi e problemi di vario tipo. Compreso il danno d’immagine in patria e, alla lunga, anche fuori. Compresa la fine della Fiat simpatica, dinamica, madeinitaly e un po’ froufrou. Compresa la fine della favola obamiana dell’auto che tutto può e tutti salva.

 

E allora, per favore, se c’è un margine per giocare, che si giochi. In libertà. Il tifo e la campagna elettorale non si addicono a questo referendum. Perché il vero vincitore non ha diritto di voto. Perché il mercato, l’industria, il futuro del Sud, non finiscono certo a Pomigliano. (E comunque tranquilli, stravinceranno i sì).

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