FINANZA/ I gestori dei fondi: è meglio stare alla larga dalle borse

- Mauro Bottarelli

Le borse sono in continua altalena. MAURO BOTTARELLI ha raccolto il parere di alcuni gestori di fondi sulla situazione. La direzione dei consigli sembra univoca: è meglio star lontani dal mercato azionario e prendere in considerazione altre forme di investimento

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Foto Imagoeconomica

Borse in altalena, euro ai minimi sotto il livello di protezione di 1,19 sul dollaro salvo poi risalire grazie alle notizie sul dato della produzione tedesco, Tokyo a picco, i beni rifugio alle stelle: ecco la situazione in cui ci stiamo muovendo.

 

Insomma, si naviga a vista. Anche perchè, come ammette con ilsussidiario.net Philippe Gysels, capo del centro ricerche di Bnp Paribas, «i problemi del debito, in Europa, stanno ricominciando ad affiorare pesantemente. La questione ungherese è esaustiva: certamente la mossa è tutta politica, ovvero gettare le colpe dello status quo sul precedente governo, ma poco cambia nei fatti se alla fine il debito non riesce a essere ripagato. Purtroppo sono molte la nazioni che stanno aggiungendosi al club del debito sovrano, c’è troppo debito in giro e non ci sono soluzioni credibili per sbarazzarsene: ecco spiegate la montagne russe delle borse. Se si intravede una soluzione ai problemi, allora i mercati vanno in rally. Se invece non ci sono vie d’uscita, crollano a ogni minima notizia negativa. E questo anche per la totale mancanza di unità interna alla Bce».

Insomma, c’è poco da stare allegri. Anche per Anthony Fry, managing director di Evercore Partners, «il mercato dei bond nei prossimi mesi si trasformerà in un incubo e anche l’azionario andrà preso con le pinze, io invito gli investitori a uscire per un po’ piuttosto che continuare a giocare con la volatilità. I problemi attuali non ci abbandoneranno per almeno cinque anni e il tasso di incertezza resterà veramente alto. Basti vedere il collasso delle trattative tra Prudential e Aia, quando l’accordo è stato posto in essere l’ambiente era completamente differente e quindi si poteva credere a un buon esito: ora è tutto diverso, la volatilità e l’incertezza la fanno da padroni.

Parliamoci chiaro: prima è stata la Grecia, ora l’Ungheria e già voci pesanti circolano attorno a Portogallo e Spagna. I governi sono obbligati a tagliare pesantemente la spesa e se non ce la faranno, ipotesi in alcuni casi probabile, saranno uccisi dai tassi sempre più alti richiesti dal mercato dei bond. Si possono avere tassi più bassi e deflazione, oppure tassi più alti e quindi inflazione più alta oppure può concretizzarsi, come penso, lo scenario da incubo di tassi alti e crollo del prezzo degli assets. In questo caso la situazione degl debito non può che peggiorare e non vedendo azioni politiche credibile per tamponare l’emergenza, la preoccupazione cresce. In primo luogo sui mercati. Il mio consiglio? Uscire da tutto e comprare beni fisici, come terra. Non voglio soaventare nessuno ma visti i tempi che corrono, investire in filo spinato e armi da fuoco».

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Non parla il Beppe Grillo del catastrofismo, ma uno stimato manager di gestione fondi: lettore avvisato.. Per Bob Janjuah di Rbs, l’unica strategia è uscire dall’azionario e buttarsi sull’oro prima che il G20 decida per altri 15 trilioni di dollari in quantitative easing per cercare di far ripartire l’economia: sarebbe il terzo tentativo, il terzo caso di accanimento terapeutico: «La ricetta dei governi è sempre la stessa, creare nuovo debito. I prossimi sei mesi vedranno la deflazione dei settore privato spingere i rendimenti a 10 anni sotto il 2%. Nuovo denaro a pioggia ucciderà del tutto il poco di segnali positivi presenti, quindi meglio prevenire e scappare finché si è in tempo».

 

Oro, quindi. Anche perché, stando a quanto predetto da Egon Von Gruyerz, fondatore dell’azienda di commercioe stoccaggio di metalli prezioni GoldSwitzerland.com, il prezzo attuale dell’oro se aggiustato al tasso di inflazione potrà tranquillamente arrivare a 7mila dollari l’oncia, almeno rapportando al picco aureo del 1980: «L’oro non è affatto in fase di bolla, non c’è un eccesso di domanda sconsiderato. La barriera psicologica è di 1220 dollari l’oncia, rotta la quale potrà esserci una rapido picco di 100 dollari in salita: ci aspettavamo un’accelerazione dei prezzi a marzo e così è stato, ora ci troviamo di fronte a una discrepanza tra domanda e offerta perché a breve non ci sarà abbastanza oro per soddisfare le richieste, basti vedere la riduzione della produzione in Sud Africa.

 

Nei prossimi anni prepariamoci a una banda di fluttuazione tra i 5mila e 10 dollari e in questa fase di alta volatilità, l’apprezzamento di 100 dollari l’oncia in un solo giorno è tutt’altro che peregrina. La crisi del debito sovrano sta garantendo all’oro una lunga e prosperosa seconda giovinezza come bene rifugio globale». Coprirsi, questa è l’unica parola d’ordine. E non solo per gli investitori.

 

Se infatti per alcuni il mercato delle azioni sembra meno sotto pressione rispetto alle previsioni, quello interbancario continua a destare dubbi. Un segnale importante è arrivato dai depositi overnight della Bce, cioè i soldi che vengono “affidati” dai grandi istituti di credito alla Banca centrale europea solo per “una notte”: la Bce remunera questi depositi solo allo 0,25%, cioè sotto il tasso ufficiale di riferimento (il Refi è all’1%), quindi dare i proprio denari a Francoforte con questo meccanismo, non è affatto conveniente.

 

Eppure, i depositi “overnight” hanno superato i 350 miliardi di euro. Si tratta del record dalla nascita dell’euro e significa che le banche non si fidano più l’una dell’altra: preferiscono dare soldi alla Bce. Non a caso, i rischi di riottenere i soldi prestati dalle banche ai paesi in crisi sta crescendo a vista d’occhio, basti vedere l’indice Markit iTraxx Financial Index del credito, ovvero quello che calcola i cds dei principali 25 istituti bancari e istituzioni assicurative europee: più 6 punti base a quota 189, pericolosamente vicino al picco registrato nel marzo del 2009.

 

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Insomma, tutto come preventivato: la Germania cresce grazie all’euro debole e all’export, il resto dell’Europa arranca e cerca di scorgere all’orizzonte una via d’uscita che non c’è. L’America, giustamente, attende, mentre la debolezza dello yen non sembra aiutare i grandi esportatori nipponici come Kanon, tra i peggiori dell’indice Nikkei ieri mattina.

 

Il debito, questa la grande paura di fronte a noi: «Non trovo affatto esagerato parlare di rischio default per l’Ungheria», dichiara Aziz Sunderji di Barclays Capital a Londra, «il mercato è talmente volatile che scoppia per qualsiasi notizia arrivi, sia essa credibile o meno. C’è una totale avversione al rischio e i prossimi anni stanno per regalarci sfide incredibili».

 

In effetti l’Italia, entro il 2013, deve raggranellare 1,07 trilioni di euro per rifinanziare il debito, la Spagna 546 miliardi di euro, la Grecia 152,6 miliardi, mentre Portogallo e Irlanda 80 miliardi a testa: con il mercato dei bond che ormai è definito da tutti gli analisti “junk”, i dati delle aste rischiano di divenire incubi per i vari governi. E per i cittadini che dovranno pagare i costi di questa situazione.

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