MANOVRA/ Quanto costeranno all’Italia le idee di Tremonti?

- Ugo Bertone

La manovra correttiva è ormai in dirittura d’arrivo. UGO BERTONE ci spiega quali sono gli interrogativi che restano in ogni caso aperti sul provvedimento

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Tutto, all’apparenza, è pronto. Anzi, grande novità, Giulio Tremonti si spinge a dire che, dopo il filtro delle commissioni parlamentari e l’aspro duello con gli enti locali, la sua manovra “è perfino migliorata”.

 

Ma probabilmente, il giudizio tende a giustificare la “blindatura” del provvedimento che tanto piace all’Europa e tanto dispiace alla Lombardia, che pure in 150 anni di Stato unitario non è mai stata così tanto rappresentata a livello centrale. Ma non è questo l’unico paradosso della manovra, che ha già riservato le sue sorprese. A partire dalle pensioni, materia epocale che in Italia si discute a suon di blitz.

Già, non è stato un refuso. Rispolverando il suo look da Gian Burrasca il ministro Giulio Tremonti conferma ciò che era lecito sospettare: il salto del tetto dei 40 anni per l’accesso alla pensione non era un refuso presto corretto, come ha dichiarato il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, ma il tentativo di rendere la manovra all’esame del Parlamento “ancor più rigorosa”. “Abbiamo cercato di mettere dentro anche quello – ha confessato Tremonti -ma alla fine l’abbiamo tolto, perché non era quello concordato”.

No comment. Inutile illudersi che la Finanziaria sia o possa essere il risultato di un dibattito politico o, più ancora, la risultante del confronto legittimo tra le vari lobbies. Magari cruento ma alla luce del sole com’è consuetudine del Congresso Usa, dove nessuno si scandalizza se, come è avvenuto, la maggioranza deve contrattare fino all’ultimo la storica riforma della finanza con un deputato del Massachussetts deciso a negare la sua firma se i concessionari auto non fossero stati esentati dalle nuove, severe clausole a tutela dei consumatori di prodotti finanziari (ivi compresi le rate sull’acquisto di auto).

Impari Nicolas Sarkozy: la sua riforma delle pensioni, annunciata con grandi squilli di tromba per distogliere l’attenzione dallo scandalo dei contributi alla sua campagna elettorale da parte di Liliane Bettencourt rischia di risolversi in un vero disastro. Tremonti, intanto, ha adottato con successo la strategia opposta.

A forza di inserire novità in Finanziaria, sfruttando la disattenzione delle forze politiche e dell’opinione pubblica, distratte da scandali, leggi controverse e dal flop degli azzurri ai Mondiali, il ministro dell’Economia è riuscito a inserire nella Finanziaria “un’importante riforma delle pensioni che è stata fatta passare con un emendamento senza che si facesse un solo giorno di sciopero”.

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Non è il massimo, in termini di equità o per la fama del ministro del Welfare che ci fa la figura del Pinocchietto. Ma, come sa ogni buon consigliere del Principe, il fine giustifica i mezzi: erano in molti a sostenere che un aumento dell’età pensionabile fosse necessario, anche se tra questi non figurava Tremonti, pronto a giurare fino all’ultimo che le pensioni non andavano toccate.

 

Alla fine, sono stati accontentati perché il gioco delle finestre mobili si tradurrà proprio in questo. C’è voluto un colpo di mano, giustificato al solito dalla situazione di emergenza, a scapito della democrazia e dell’equità, perché in questo modo vengono toccate solo alcune classi demografiche. Ma un procedimento meno squilibrato, vedi un anticipo del sistema contributivo agli inizi degli anni Duemila, non sarebbe stato possibile, data l’opposizione congiunta di fasce irresponsabili del centro destra e del centro sinistra.

 

Valla a capire, poi, la politica italiana. Il conflitto più aspro ha diviso Roberto Formigoni, da quattro legislature punto di forza del Pdl nella regione più importante e fedele d’Italia, da Giulio Tremonti e la Lega, da sempre sua fedele supporter. Il motivo, in termini contabili, è di facile lettura: in termini assoluti la Lombardia, che già devolve al Sud la fetta più rilevante dei trasferimenti (50 miliardi, secondo il politologo Luca Ricolfi) all’interno del Bel Paese, risulta essere la regione più penalizzata alla luce di scelte che, per colmo di ingiustizia, non premiano le amministrazioni più virtuose.

 

Il federalismo, alla luce dello stop a larga parte dei trasferimenti, risulta ridimensionato ancor prima di partire. È legittimo, a questo punto, nutrire il sospetto che dietro le ragioni contabili si nasconda un ben preciso conflitto politico tra le varie anime della maggioranza che Silvio Berlusconi fatica a controllare (o, secondo i più maligni, forse alimenta secondo la logica del divide et impera).

 

In mezzo a tutto questo si ha comunque la sensazione che il federalismo fiscale rischi di diventare ben poca cosa. Vero è che la burocrazia regionale è fonte di sgravi sprechi ma lo è altrettanto il fatto che le materie di competenza regionale (sanità, istruzione, finanziamenti europei) sono oggetto di fortissima invadenza dello Stato centrale nella determinazione delle funzioni. E non è per niente sicuro che il federalismo di là da venire voglia o possa eliminare i doppioni che prosperano nel sottobosco nazionale e locale.

 

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Federalismo e pensioni sono solo due dei punti trattati da una manovra ambiziosa che ha comunque il merito di aver presentato a Bruxelles molto di più di una serie di buone intenzioni. Ci sarà tempo e mondo per aggredire altre materie, dall’evasione fiscale alla mappa degli sprechi o delle misure, un po’ fumose per la verità, per il rilancio dell’attività economica.

 

La sensazione è che Tremonti, al solito, abbia sfoderato più di un colpo di classe (anche se non gli è riuscito, sulle pensioni, il gol di mano alla Maradona), ma che alla fine si esca dal tunnel con più interrogativi che certezze: sotto l’incalzare dell’emergenza si sono distribuiti sacrifici un po’ a casaccio, si è tarpato le ali alla sussidiarietà nazionale senza metter le basi per un federalismo consapevole.

 

Non era facile far di più o di meglio, in un clima avvelenato in cui perfino la magistratura sprofonda nel ridicolo, gabbando le rivendicazioni sulla busta paga come tutela dell’indipendenza, a dimostrazione che gli interessi collettivi non vivono un buon momento. Guai a sottovalutare questo ritorno al “particolare” che tanti guasti ha provocato in passato.

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