FINANZA/ Tutti i dati che dimostrano l’esistenza del signoraggio

- Giovanni Passali

GIOVANNI PASSALI, rispondendo al commento di un lettore, mostra gli errori delle teorie che negano l’esistenza del signoraggio

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Foto Ansa

Un lettore mi ha inviato un commento all’articolo “FINANZA/ Quanto ci costa il signoraggio delle banche centrali?”. Ecco il testo di quel commento: “Salve, in rete gira questo dossier sulle frottole del signoraggio: http://digilander.libero.it/togiga/signoraggio.pdf e un gruppo facebook che debunkera le sciocchezze dei complottisti: http://www.facebook.com/pages/Signoraggio-informazione-corretta/279217954594 la teoria del signoraggio è una bufala di stampo neonazista”.

 

Conosco il documento proposto, redatto da un tal Gianluca: si tratta di una collezione di luoghi comuni proposti senza prove e infarciti da una serie quasi infinita di sciocchezze, affermazioni confuse e imprecise, citazioni parziali. Tanto da rendere impossibile una risposta su ogni punto. Comunque, ritengo il testo un interessante esercizio, utile per mostrare come alcuni luoghi comuni sulle questioni economiche, quando vengano confrontati con la realtà, ne escano letteralmente a pezzi.

Ritengo doveroso però partire dall’ultima frase del commento sopra riportato: “la teoria del signoraggio è una bufala di stampo neonazista”. Questo tipo di accuse si trovano in rete poiché uno dei maggiori esponenti sulla questione del signoraggio è stato Ezra Pound, noto anche per aver avuto delle spiccate simpatie per il regime fascista.

Per rendere evidente il fatto che il signoraggio non è un argomento appartenente a una ideologia di un certo colore, riporterò quanto scritto da Karl Marx nel suo celeberrimo Il Capitale: “Fin dalla nascita le grandi banche agghindate di denominazioni nazionali non sono state che società di speculatori privati che si affiancavano ai governi e, grazie ai privilegi ottenuti, erano in grado di anticipar loro denaro.

Quindi l’accumularsi del debito pubblico non ha misura più infallibile del progressivo salire delle azioni di queste banche, il cui pieno sviluppo risale alla fondazione della Banca d’Inghilterra (1694). La Banca d’Inghilterra cominciò col prestare il suo denaro al governo all’otto per cento; contemporaneamente era autorizzata dal parlamento a batter moneta con lo stesso capitale, tornando a prestarlo un’altra volta al pubblico in forma di banconote…

Non bastava però che la Banca desse con una mano per aver restituito di più con l’altra, ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all’ultimo centesimo che aveva dato”. (Karl Marx, Il Capitale, cap. 24).

Questa è la definizione di quello che io ho già chiamato “il debito impagabile” della “moneta debito”. No, la questione del signoraggio, o dei privilegi delle Banche Centrali, non è una questione di destra o di sinistra, ma di apertura mentale e disponibilità a osservare la realtà.

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E veniamo al contenuto del documento proposto. Un primo esempio di confusione e di falsità lo ritroviamo nella definizione di signoraggio. Viene riportata la definizione di signoraggio data dalla Banca d’Italia (pag. 4 del documento linkato dal lettore) , il che equivale a chiedere all’oste se il vino è buono (o al venditore di auto se quell’usato è una buona occasione!): “L’insieme dei redditi derivanti dall’emissione di moneta”, cioè la “differenza tra gli interessi sulle poste attive, finanziate da chi emette biglietti e il tasso di interesse, di solito zero, sui biglietti”.

 

Quindi, per la Banca d’Italia, il reddito sono solo gli interessi. Ma, volendo fare i pignoli, cosa si intende per “emissione” di moneta? La cosa pare ovvia, si intende l’atto di distribuire la moneta. Ma facciamo i precisi, utilizziamo la definizione data dalla stessa Banca d’Italia: “La Banca d’Italia… produce … partecipa … concorre … e provvede al ritiro e alla sostituzione dei biglietti deteriorati”.

 

Quindi, per ammissione della stessa Banca d’Italia, la funzione di “emissione” comprende la produzione delle banconote. Ma di tale produzione nel bilancio non vi è traccia. Il bilancio di Bankitalia, pur nel rispetto delle normative vigenti, non rispecchia la realtà dei fatti.

 

“I bilanci dicono che la Banca d’Italia incassa 4,5 miliardi di euro di interessi attivi… Cosa sono tutti questi interessi? Il signoraggio, naturalmente, il vero signoraggio” (pag. 4 in fondo). Il dato non è aggiornato, è del 2006. Ma la cosa interessante, che si evita di dire, è la voce “interessi passivi”: si tratta di interessi che Bankitalia paga a chi deposita il denaro presso Bankitalia, cioè le banche commerciali.

 

Ma quanto tocca di utile allo stato? Nel 2009 allo stato è andato circa un miliardo. Come già notato in un altro mio articolo, il 2009 è stato un anno straordinario. Vediamo in questa tabellina il succo della questione, mettendo fianco a fianco quanto ha intascato lo stato e quanto è toccato alle banche.

 

 

Dati in milioni di euro.

 

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Riepiloghiamo: lo stato ha bisogno di liquidità; emette titoli di stato, che vengono piazzati sul mercato da “intermediari autorizzati” (cioè, autorizzati da Bankitalia); lo stato incassa moneta; quindi la deposita, oppure la spende secondo le necessità; alla fine, in ogni caso, questa moneta arriva al sistema bancario (le banche commerciali). E cosa fanno queste? Depositano le somme presso Bankitalia, ottenendo i relativi interessi e sottraendo così una consistente parte del signoraggio (inteso come reddito sugli interessi). In cinque anni, le banche hanno incassato 9,7 miliardi di euro, contro i 5,6 incassati dallo stato. Per capire l’assurdità del sistema, bisogna tener conto del fatto che la voce “interessi attivi” sono gli interessi pagati dallo stato, a causa dei titoli di stato posseduti da Bankitalia.

 

Un altro elemento interessante è la confusione indotta sulla moneta debito e sulla definizione di signoraggio. “La definizione errata dice che il signoraggio è la differenza tra il valore di una banconota e il costo per produrla…

 

Ogni anno la Banca d’Italia emette banconote per oltre 10 miliardi di euro l’anno. Se le vendesse, nel conto economico ci sarebbero ‘ricavi da vendita di banconote’ per oltre 10 miliardi di euro l’anno. In realtà non c’è né la voce né l’importo, perché la Banca non vende moneta, che non è un bene simile al pane, ma uno strumento per pagare….

 

Inoltre se la Banca vendesse le banconote, non aumenterebbe la quantità di moneta che circola nell’economia: chi cede una banconota da 50 €, incasserebbe 50 €. Si immetterebbe e si ritirerebbe la stessa quantità di moneta, rendendo inutile la Banca Centrale”. (pag. 3).

 

Questo è il livello delle sciocchezze che ci tocca commentare. Il passaggio è comunque interessante, poiché dalla frase “la Banca non vende moneta” alla frase “chi cede una banconota da 50, incasserebbe 50” avviene una sottile trasformazione di cui l’autore del testo (e con lui la maggior parte degli studiosi) non tiene conto: la trasformazione della moneta- merce, in moneta come mezzo di pagamento. Il passaggio linguistico è da “la Banca non vende” a “cede una banconota”. Questo è lo stesso equivoco su cui si basa tutta la costruzione della moderna struttura finanziaria.

 

Al di là dei distinguo linguistici, un fatto rimane incontrovertibile: nei bilanci di Bankitalia, il passivo delle “Banconote in circolazione” (circa 136 miliardi di euro), è bilanciato in attivo dai titoli di stato, cioè da un debito nostro, i cui interessi paghiamo tutti noi. Quindi, non solo la moneta è tutta a debito, non solo è un debito impagabile, ma è un debito di Bankitalia coperto da un debito nostro. In altre parole, Bankitalia socializza le perdite. Gli utili, al contrario, in buona parte (quasi 10 miliardi su quasi 24, in 5 anni) finiscono nelle tasche del sistema bancario privato. Questi sono i fatti.

 

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Un’altra perla. “Il Trattato di Maastricht prevede per le Banche Centrali il ‘divieto di finanziamento monetario agli Stati membri o istituzioni pubbliche dell’area dell’euro; non vengono quindi acquistati titoli della specie in emissione’”. Qualcuno dovrebbe aggiornare l’estensore del documento sul fatto che proprio lo scoppio di questa crisi ha mostrato la fallacia e la fragilità del sistema monetario europeo, poiché la Bce, violando il Trattato di Maastricht, ha proceduto all’acquisto di titoli di stato, in particolare della Grecia.

 

Così si consola l’autore: “Dunque le Banche Centrali non possono acquistare obbligazioni statali al momento dell’emissione, ma possono acquistarli in seguito. Il divieto di acquisto al momento dell’emissione serve a tenere a freno l’inflazione.” (pag. 5). Capite la differenza? Io no. Anche perché la possibile inflazione dipenderà dalla quantità di moneta, non da chi acquista i titoli di stato.

 

Ma vediamo di sistemare anche quest’altra sciocchezza sull’idea che la creazione di moneta generi inflazione. Una sciocchezza ripetuta da fior di economisti e da tutti i principali testi di economia. Lo stesso Gianluca, autore del documento, riporta le frasi di diversi autori di testi: Arcelli, Bagliano e Marotta, Allen. Tutti a ripetere che “l’esistenza di spesa pubblica finanziata con creazione di moneta determina un tasso di inflazione pari al tasso di crescita della moneta” (Bagliano e Marotta), o frasi analoghe.

 

Lo stesso Gianluca tenta di prendere le distanze da simili affermazioni (“È bene chiarire che un aumento della quantità di moneta non fa per forza aumentare i prezzi”, pag. 6), ma con la sua prudenza finisce con il confermarle: “Un aumento della domanda quando ci sono fattori produttivi (come impianti o lavoro) sottoutilizzati può, invece, non influire sui prezzi. Ciò consente a taluni di immaginare emissioni monetarie che non causano inflazione.” Quindi, l’ipotesi di aumento di moneta senza inflazione è solo “immaginazione”.

 

Ma come la mettiamo con i dati reali? Vediamo il caso della Bce, con i suoi dati ufficiali. Questo è il grafico di variazione percentuale della massa monetaria (aggregato M3).

 

 

E questo è invece il grafico dell’inflazione.

 

 

 

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Nel 2007, tanto per dirne una, l’aumento di massa monetaria è arrivato al 12 %, mentre l’inflazione non ha mai superato il 4% e nello stesso periodo era inferiore al 3%. Ma possibile che tutti abbiano sostenuto queste affermazioni, senza mai fare i conti con la realtà, senza portare uno straccio di esempio?

 

Ebbene, uno straccio di esempio lo abbiamo trovato; viene addirittura dal premio Nobel Paul Krugman: nel volume “Economia Internazionale 2” (edizione Pearson 2007), a pagina 115 afferma che “se l’economia si trova inizialmente in una situazione di pieno impiego, un aumento permanente dell’offerta di moneta sarà seguito da un aumento proporzionale del livello dei prezzi”.

 

Bene, questa affermazione è esattamente quella speculare rispetto a quella di Gianluca: “Quando ci sono fattori produttivi sottoutilizzati”, una maggiore quantità di moneta può non influire sui prezzi. Ebbene, la novità è che Krugman ora afferma di portare anche una “evidenza empirica sulla relazione tra l’offerta di moneta e il livello dei prezzi” (titolo del paragrafo a pag. 115).

 

E qual è questa evidenza empirica? “La ampie oscillazioni dei tassi di inflazione in America Latina in anni recenti fanno della regione un caso di studio ideale”. Bene, abbiamo il caso da studiare. “La principale lezione da imparare dalla figura 4.10 è che i dati confermano il forte legame di lungo periodo tra l’offerta di moneta nazionale e il livello dei prezzi previsto dalla teoria economica”.

E vediamo la figura “4.10” (pag. 116 del testo).

 

 

Oh, finalmente uno straccio di prova! Una riga diagonale che segna l’affermazione teorica, e tanti pallini, i dati reali, vicini alla riga diagonale. Non abbiamo una inflazione “pari” alla crescita di moneta, come sostenuto da Bagliano e Marotta, ma almeno un “aumento proporzionale”, come affermato dal premio Nobel Krugman.

 

Tutto a posto? Manco per niente! Come i più attenti tra di voi avranno osservato, la didascalia della figura riporta testualmente “Crescita monetaria media e inflazione nei paesi in via di sviluppo…”.

 

 

Ma “in via di sviluppo” è una condizione radicalmente diversa dalla precedente condizione premessa dalla teoria: “in una situazione di pieno impiego”. Dunque, la figura riportata (“un caso di studio ideale”, come definito da Krugman), prova esattamente il contrario: anche in una condizione con fattori produttivi sottoutilizzati, l’emissione di moneta continua a provocare inflazione (esattamente il contrario di quanto affermato dal nostro Gianluca).

 

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E questo è comprensibile solo se si tiene conto che la moneta debito costa interessi, e gli interessi sulla moneta sono il fattore che, anno dopo anno, continua a far lievitare i prezzi. In una fase di espansione economica, quasi nessuno fallisce, e quindi il costo degli interessi va a pesare sulla dinamica dei prezzi. Ahi, ahi mio caro Krugman, la tua benedetta prova non vale un fico secco!

 

Facciamo così: se mai verrà accettata la mia proposta di definizione di moneta come “strumento temporale di coestensione del valore”, voglio il Premio Nobel pure io. Votate per me! Quanto al simpatico Gianluca, lo invitiamo a ripassare quando, dati alla mano, con l’attuale sistema monetario avrà trovato uno stato moderno che, pur non avendo particolari ricchezze naturali, non abbia debiti.

 

Intanto possiamo concludere questo articolo con una frase del premio Nobel Maurice Allais: “Fondamentalmente la creazione di denaro dal nulla (ex nihilo) effettuata dal sistema bancario è identica, non esito mai a dirlo per fare ben comprendere con cosa si ha a che fare, alla creazione di denaro da parte dei falsari, per questo motivo giustamente condannati dalla legge. Nel concreto essa provoca gli stessi risultati. La differenza è chi ne trae il profitto.” (pag. 14, in nota n. 20).

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