FIAT/ Oltre la Serbia, Marchionne cerca una Fiom “made in Usa”

- Marco Cobianchi

Fiat produrrà la sua nuova monovolume in Serbia: questa scelta dipende dalla scarsa ricerca di consenso di Marchionne o dall’intransigenza dei sindacati? Il commento di MARCO COBIANCHI

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Il motivo per il quale Sergio Marchionne ha deciso di produrre in Serbia la Fiat L Zero si chiama Pomigliano. Nonostante il pressing di stampa, politici, sindacalisti, amministratori locali, leader di partito, i “no” alla proposta di riorganizzazione dello stabilimento proposto dalla Fiat raggiunsero l’inaspettato risultato del 37% dei voti. Un risultato che ha acceso una lucetta rossa di allarme al Lingotto ponendo un problema che la Fiat ha espunto dall’orizzonte delle sue preoccupazioni, quello del consenso.

La Fiat aveva raggiunto una notevole raffinatezza nella tecnica di costruzione del consenso. In anni passati prima del referendum avrebbe fatto un mega convegno invitando ministri, premi Nobel, qualche sondaggista e, ovviamente, tutti i sindacati, per discutere del futuro dell’Italia, della Regione, di Pomigliano. Avrebbe mobilitato i suoi giornali, il suo potere persuasivo in tv, avrebbe perfino organizzato concerti e appuntamenti mondani per accreditarsi come azienda illuminata e attenta al territorio.

Con Marchionne questa capacità di mobilitare il consenso non c’è più se non qualche doveroso articolo sui giornali vicini al Lingotto. A Marchionne non interessa creare il consenso o, meglio, non lo sa fare e pensa che il consenso a un progetto sia il corollario del diritto di proprietà.

Il risultato di Pomigliano dimostra, al contrario, che il consenso, il coinvolgimento, dei lavoratori è fondamentale per l’“agibilità” di uno stabilimento. Ciò non significa scendere a patti che intacchino la doverosa necessità di aumentare la competitività della fabbrica, significa rendersi conto che i dipendenti non sono solo un fattore produttivo ma, prima di tutto, persone.

Ma nel risultato di Pomigliano, che è quello che ha convinto Marchionne del pericolo di scarsa agibilità anche a Mirafiori, anche il sindacato ha le sue gravi responsabilità. Alle elezioni regionali del 2005, 1.494 dipendenti hanno chiesto permessi elettorali (il 36,4% dell’organico) in quanto presidenti di seggio, scrutatori o rappresentanti di lista. Alle politiche del 2006 l’hanno ottenuto in 1.725, alle Comunali del 2006 altri 425, alle elezioni e referendum del 2006, 1.696 permessi e alle politiche del 2008 1.518 permessi.

 

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I direttivi sindacali delle sigle rappresentate a Pomigliano sono più numerose di quelle che si tengono a Mirafiori anche perché ci sono più sigle sindacali e, di conseguenza, molti più dipendenti hanno diritto a chiedere il permesso che dovrebbero durare il tempo della riunione. Spesso durano, invece, tutta la giornata. Per questo la Fiat ha chiesto di revocare i permessi trimestrali di 24 ore per gli incontri dei direttivi sindacali.

 

Quando Marchionne disse che l’assenteismo a Pomigliano è triplo rispetto alla media degli stabilimenti italiani non venne smentito dai sindacati ed è per questo fatale credere che dicesse la verità. I cinque licenziamenti decisi nelle ultime settimane hanno riguardato operai che avevano chiesto permessi per motivi famigliari e poi sono stati visti a una manifestazione sindacale, altri, in sciopero, impedivano a colleghi che volevano lavorare, di farlo.

 

Ma l’immagine del livello di incomunicabilità al quale si è arrivati alla Fiat è quella del licenziamento di un dipendente perché ha usato un pc aziendale per inviare mail personali. È comprensibile il rigore e la richiesta del rispetto integrale dei diritti e dei doveri sanciti nel contratto di lavoro nazionale, ma forse anche la Fiat sta esagerando. Per non essere male interpretato: la volontà di costruzione del consenso non confligge affatto con la doverosa necessità di ottenere produttività e rigore nel rispetto dei contratti e chi pensa il contrario, evidentemente, è rimasto a un secolo fa.

 

Quando Marchionne afferma che “i sindacati italiani sono poco seri” ha forse in mente il modello Usa dove, innanzitutto, il sindacato è unitario e dove è lo stesso sindacato a sanzionare i comportamenti scorretti dei dipendenti prima che lo faccia l’azienda. Perché solo in questo modo il sindacato è credibile, forte e autorevole sia nei confronti dei propri iscritti e, conseguentemente, nei confronti dell’azienda.

 

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È un modello “importabile” questo? Io credo che sia necessario importarlo se non vogliamo assistere al progressivo indebolimento delle sigle sindacali le quali troppo spesso finiscono per apparire organizzazioni che difendono i peggiori e non i migliori, che tirano inopinatamente in ballo addirittura la Costituzione per ergere un muro a difesa del diritto di sciopero (mai messo in discussione dalla proposta Fiat che ha chiesto, e ottenuto, di non pagare più i giorni di malattia se coincidenti con manifestazioni sindacali o elettorali) dopo non essere stato in grado di stroncare l’assenteismo dilagante che ha reso Pomigliano una fabbrica poco produttiva.

 

Il sindacato “poco serio” non riesce a difendere i propri dipendenti e li espone al rigorismo senza volto di un’azienda impaurita dalla competizione. E che, con un interlocutore serio, troverebbe il coraggio di dialogare di più costruendo il consenso e non soltanto pretendendolo.

 

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