FINANZA/ 2. La “ricetta” ungherese può portarci fuori dalla crisi?

L’Ungheria ha varato una finanziaria che ha fatto infuriare le banche e l’Unione europea. GIOVANNI PASSALI ci spiega perché sarebbe il caso di studiarla bene

27.07.2010 - Giovanni Passali
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Gyorgy Matolcsy, ministro dell'Economia ungherese

Una notizia più di altre rende chiari i rapporti che, a livello internazionale, si stanno delineando tra gli stati da una parte e le banche e le istituzioni monetarie dall’altra. La notizia è quella della rottura dei negoziati tra l’Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale e governo ungherese. I negoziati dovevano verificare le riforme economiche e fiscali messe in atto dal governo, dopo il prestito di 20 miliardi di euro concessi nel 2008.

 

L’interruzione dei negoziati è una clamorosa ritorsione, dopo che il governo ungherese ha presentato la nuova finanziaria, nella quale vengono esclusi nuovi tagli alle spese e viene introdotta invece una tassa sugli utili alle banche. Nella legge finanziaria era inclusa anche una diminuzione dello stipendio al Governatore della Banca Centrale.

Con tale finanziaria, il governo intende raggiungere l’obiettivo di contenere il deficit entro il 3,8% per il 2010, valore concordato con lo stesso Fmi. L’effetto ottenuto finora è quello invece di una rabbiosa reazione di alcune banche, che hanno inviato una lettera di protesta al governo ungherese e ai rappresentanti del Fondo Monetario Internazionale contro l’introduzione di una tassa sui loro utili.

Ma tali banche non sono ungheresi. Esse sono Intesa Sanpaolo, CIB Bank (controllata da Intesa), Unicredit, Bayern LB, Raiffeisen International ed Erste Bank. Dopo aver lucrato in Ungheria, proponendo mutui in valuta estera a tassi vantaggiosissimi, ora le banche non vogliono che venga intaccato il loro business. Soprattutto con una legge che si propone di attuare un fondo del governo a difesa dei sottoscrittori dei mutui, in modo che non perdano la casa. Sono contrarie, l’hanno esplicitamente detto.

Per loro si tratterebbe di una clamorosa violazione di un principio sacro: non si aiutano i debitori; al limite si aiutano le banche creditrici, che non riescono più a riavere indietro la moneta che loro hanno creato dal nulla, in modo che possano tornare a fare ancora prestiti, a creare ancora debito impagabile.

Oltre a ciò, il governo ungherese si appresterebbe a fare esattamente il contrario di quanto non deciso all’ultimo G20, e cioè una tassa sul sistema bancario e finanziario. Sarebbe un affronto intollerabile. Con la stessa legge finanziaria, il governo ha intenzione di portare la tassa per le nuove imprese al 10% (oggi è al 19%) e applicare invece una nuova tassa al sistema bancario.

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Non lo possono permettere. Soprattutto non possono permettere che una simile esperienza mostri i suoi frutti: potrebbe avere successo, e l’Ungheria, in un mondo sempre più indebitato e in recessione, potrebbe realmente risollevare le proprie finanze. Potrebbe diventare addirittura un esempio da seguire.

 

Il Fmi ritiene che il governo ungherese dovrà varare manovre aggiuntive e ulteriori misure di austerità, cosa che il ministro dell’Economia ha escluso. Da qui la decisione di sospendere i negoziati e riprenderli a settembre. Fino ad allora, il governo ungherese non potrà accedere ai 5,5 miliardi di euro che ancora restano inutilizzati del pacchetto di aiuti da 20 miliardi di euro varato da Fmi e Ue a favore del governo magiaro.

 

I mercati finanziari hanno immediatamente punito la nuova situazione, con un ribasso del fiorino ungherese. In questo modo, chi ha contratto un mutuo in valuta estera, si trova a pagare rate sempre più care. Una volta, un dittatore o un re avrebbe nazionalizzato le banche, anche le filiali locali di banche straniere. Oggi, al contrario, l’Ue ha il potere di esautorare le autorità locali, quando un governo è fuori dai parametri imposti e subisce i richiami e le sanzioni delle commissioni europee.

 

Questo abbiamo permesso, con il Trattato di Lisbona. Un Trattato mai approvato da nessun popolo, poiché il precedente trattato era stato bocciato dai pochi stati in cui si era svolto un referendum. Allora a Lisbona hanno fatto un Trattato, costituito da una lunga e stucchevole serie di modifiche alla costituzione precedente, in modo da approvare le modifiche senza aver mai approvato alcun Trattato. Perché nessuno avrebbe mai approvato una Costituzione senza radici.

 

Questa è la radice del male della politica europea: un vuoto di potere politico, che diviene lo spazio di strapotere del sistema bancario europeo, governato dalle leggi del profitto e della finanza speculativa.

 

Rispetto a questo quadro, il principio di sussidiarietà si muove in direzione esattamente opposta. La direzione è quella del sostegno alle comunità e alle autorità locali, non lo scontro e il ricatto. Proprio il volume “Sussidiarietà e Pubblica Amministrazione – Rapporto sulla Sussidiarietà 2009” recentemente pubblicato, mostra con le indagini condotte e le esperienze concrete raccontate dagli stessi protagonisti, la direzione che è indispensabile prendere affinché i cittadini non siano semplici utenti, ma protagonisti e coautori dei servizi sociali di cui la Pubblica Amministrazione mantiene indirizzi e responsabilità. Un percorso di condivisione che vive soprattutto di reciproche responsabilità.

 

Senza nascondere i problemi ancora presenti, dovuti a una situazione in cui i vari protagonisti della società faticano a trovare il punto di equilibrio di un rapporto che è ancora agli inizi (“un possibile aspetto negativo costituito da una dialettica pubblico/privato senza una storia cui fare riferimento” , pag. 231), occorre ribadire che “per questo bisogna investire molto anche sulla formazione continua di chi lavora nella pubblica amministrazione” (pag. 245).

 

Proprio il volume in questione mostra come in molti esempi sarebbe possibile applicare un sistema di Moneta Complementare per sostenere quelle iniziative che vengono attuale secondo il principio di Sussidiarietà. Per esempio, alle pagine 224-225 si descrive l’introduzione dei voucher chilometrici, utilizzabili per il servizio di trasporto e accompagnamento per disabili denominato “Muoversi” e realizzato in Trentino. Il costo del servizio, pari a quasi 2 milioni di euro, per il 10% è a carico degli utenti.

 

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Ebbene, cosa impedisce che tale 10% sia una, Moneta Complementare, sotto forma di buono sconto? Tali buoni sconto potrebbero essere distribuiti dalla Provincia di Trento agli utenti fruitori del servizio. Verrebbero accettati dalla società di trasporti, che avrebbe la facoltà di utilizzarli nel tessuto economico locale (all’interno di un circuito di esercizi commerciali convenzionati) o per il pagamento di tasse locali. Le Amministrazioni Locali potrebbero di nuovo rispendere questi buoni nel circuito dei negozi locali convenzionati. Tali buoni, circolando, farebbero davvero il lavoro di una moneta. Sarebbero vera moneta.

 

E ci si potrebbe non limitare al 10%, ma si potrebbe arrivare al 20%, destinando il 10% agli utenti del servizio, e il restante 10% all’azienda fornitrice del servizio, sempre con la possibilità di utilizzare tali buoni come pagamento parziale delle tasse o negli esercizi commerciali locali convenzionati.

 

Lo stesso dicasi per i Voucher di conciliazione. “I voucher sono titoli di spesa, il cui valore economico è compreso tra 900 e 1500 euro. L’utente compartecipa al costo con un importo pari almeno al 10% del valore del buono. I voucher consentono di acquisire dei servizi di educazione e cura di minori dai 3 mesi agli 11 anni, organizzati in forma complementare rispetto ai servizi erogati allo stesso titolo dalle realtà istituzionali operanti sul territorio”.

 

L’aggettivo complementare non l’ho inserito io, è proprio così nel testo. “I servizi complementari intervengono nelle fasce orarie e nei periodi di chiusura dei servizi ordinari” (pag. 224-225). “La volontà è quella di intervenire sulla filiera […] per rafforzarla”. E questa è precisamente una delle caratteristiche fondamentali dei circuiti di Moneta Complementare: il rafforzamento dell’economia locale e il sostegno alle filiere di produzione di beni e servizi.

 

Il massimo dell’efficacia si raggiunge poi quando si hanno situazioni di filiere di beni e servizi localizzati. In tal caso, oltre al cointeresse che coinvolge tutti gli attori di una stessa filiera (i buoni profitti di un attore della filiera finiscono col riversarsi anche agli altri), vi è un vero risparmio finanziario per tutti gli attori della filiera (soprattutto in presenza di una Amministrazione Locale che accetta i buoni in parziale pagamento dei tributi e li rispende ovviamente sul territorio medesimo).

 

Il buon funzionamento di una filiera finisce con il coinvolgere anche gli altri attori presenti nel tessuto economico locale. E che questa sia la strada viene affermato a chiare lettere, laddove “si afferma la volontà di estendere l’applicazione del voucher ad altri target di utenza, trasformandolo da un servizio 0-3 anni a un servizio 0-100” (pag. 226). Lo stesso dicasi per la provincia di Verona: “La prospettiva è quella della diffusione di un sistema di accreditamento” (pag. 229).

 

Ovviamente, all’appello non poteva mancare la Regione Lombardia, con quello che giustamente è considerato il fiore all’occhiello di un politica sussidiaria: il buono scuola, la cui positiva esperienza ha permesso la nascita di una riforma “di tutta la filiera istruzione-formazione-lavoro, dando un quadro organico e unitario al sistema” (pag. 242).

 

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Ma qual è la logica che è implicata in questo tipo di riforme? “Da qui l’adozione della Dote, che implica un sostanziale ribaltamento della logica di finanziamento: dal finanziamento dell’offerta a quello della domanda, che concretizza il riconoscimento della responsabilità dei singoli e della capacità della società di auto-organizzarsi” (pag. 242).

 

Ecco il cuore del rovesciamento dell’economia. Ecco la ragione profonda della moderna crisi. E il rovesciamento si comprende in pieno se si comprende e si afferma una definizione di moneta. Cosa sarà mai la moneta? Uno strumento finanziario in mano a tecnici e sistemi bancari, al di fuori di ogni controllo statale e governativo? Oppure un bene di natura eminentemente sociale? E se si tratta di un bene, è logico che venga prodotta soltanto a debito? Sarà mai sostenibile questa economia del credito, cioè del debito?

 

Voucher, buoni sconto, Dote. Sono tutte forme particolari di Monete Complementari. Occorre rendersene conto, e utilizzare questi strumenti monetari al massimo delle loro potenzialità, per il bene comune, in modo da affrancare le istituzioni e i cittadini dal giogo del debito.

 

La vera Moneta Complementare è sussidiaria per definizione, rispetto alla moneta ufficiale: bisognerà chiamarla Moneta Sussidiaria, laddove venga accettata e sostenuta da una Pubblica Amministrazione Locale che voglia dare attuazione concreta al principio di Sussidiarietà.

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