FINANZA/ Tutti gli errori di chi vuol smentire il signoraggio

- Giovanni Passali

GIOVANNI PASSALI risponde alle critiche giunte al suo ultimo articolo dedicato al delicato tema del signoraggio

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Un addetto alla Zecca di Stato (Foto Imagoeconomica)

Secondo il premio Nobel Krugman, il signoraggio corrisponde “alle risorse reali che il governo guadagna stampando la moneta che spende in beni e servizi”. Riprendiamo anche la citazione del premio Nobel Allais: “Fondamentalmente la creazione di denaro dal nulla (ex nihilo) effettuata dal sistema bancario è identica, non esito mai a dirlo per fare ben comprendere con cosa si ha a che fare, alla creazione di denaro da parte dei falsari, per questo motivo giustamente condannati dalla legge. Nel concreto essa provoca gli stessi risultati. La differenza è chi ne trae il profitto.” Questo per rispondere alle baggianate di chi, scrivendo su Wikipedia, afferma che certe cose non le afferma nessun economista.

 

Gli ultimi articoli proposti sul signoraggio hanno suscitato, come prevedibile, un vivace dibattito, sia di chi mi invita ad approfondire l’interessante argomento, sia di chi argomenta con espressioni squalificanti, del tipo “la solita bufala”; commenti, questi ultimi, conditi a volte da toni un po’ fuori le righe, ma soprattutto da argomentazioni che, di fronte ai dati ufficiali e a documenti delle stesse Banche Centrali, mostrano tutta la loro inconsistenza. Sono per lo più di luoghi comuni, sostenuti e favoriti da una ideologia nichilista, di cui spesso non ci si rende conto; luoghi comuni che non reggono appena il confronto con il buon senso e la lettura dei dati.

Il buon senso, proprio questo invoco, prima di ogni presunta conoscenza di economia o della struttura di funzionamento del sistema bancario o dei mercati finanziari. Proprio quel buon senso che mi permette di dire che tutta la moneta è debito. Mi è stato detto: eh no, ignorante, la moneta è debito per la Banca Centrale, mica per tutti noi! Ma la Banca Centrale con cosa copre quel debito? Con titoli di stato, cioè con un debito i cui interessi paghiamo tutti noi.

A tal proposito, una ulteriore questione è bene porre in evidenza dell’attuale sistema: quanto paga di interesse la Banca Centrale per il suo debito? Nulla, iscrive la moneta nei passivi senza avere alcun debitore concreto, a cui pagare gli interessi. E perché lo stato dovrebbe pagare un interesse alla Banca Centrale, la quale copre un suo debito (privo di interessi) con un nostro debito (che frutta interessi)? Non vi pare completamente immorale, oltre che finanziariamente discutibile?

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In un commento all’ultimo articolo, mi viene detto: “Lei dice di non trovare differenza tra il collocamento primario e quello secondario. Se aspira al Nobel dovrebbe almeno ripassare la differenza tra monopolio e concorrenza nella domanda di mercato”. E poi mi si accusa di disonestà intellettuale: ma onestà intellettuale vorrebbe che non si estrapolasse la mia frase dal contesto, e che si affermasse che quella frase era relativa al giudizio sull’inflazione.

 

E lo ripeto: non si capisce cosa c’entri l’inflazione con il fatto che la Banca Centrale acquisti i titoli di stato direttamente o li acquisti da un privato. Casomai l’inflazione dipenderà dalla quantità di moneta prodotta. Ma se si affermasse questo semplice criterio, potrebbe venire in mente di controllare cosa ha fatto la Bce; invece, ideologicamente, non si deve controllare la Bce, e si deve impedire a chiunque di pensare soltanto a un intervento dello stato. Per questo la risposta ideologica è sempre la stessa: se lo stato stampa la moneta, arriva l’iperinflazione, arriva lo Zimbabwe, arriva il dittatore Mugabe.

 

In questo senso, l’ideologia attualmente vigente nelle Banche Centrali non permetterà mai un processo inflattivo: smettendo di creare nuova liquidità, creeranno rarefazione monetaria (mancherà la moneta per pagare i debiti con gli interessi, anzi lo stanno già facendo) e quindi casomai deflazione, che aumenterà il peso reale dei debiti, con conseguenti fallimenti e perdita reale dei posti di lavoro. Non avremo mai inflazione dalla Bce, anche a costo di farci morire tutti disoccupati.

  

A questo indirizzo del SIC (“Signoraggio informazione corretta”; molto scorretta, a dir la verità) è stato recentemente pubblicato un lungo articolo che dovrebbe smentire le mie considerazioni sul signoraggio. Riprendo alcune frasi per aiutarci ad approfondire alcuni concetti espressi, con tutte le loro conseguenze. Ci aiuterà a comprendere meglio il nocciolo della questione.

  

“Se chi emette moneta considerasse un profitto il valore nominale, avendo avuto come costi solo quelli di produzione, agirebbe come un falsario. Sarebbe ingiusto anche dal punto di vista etico, con un costo irrisorio, appropriarsi di un valore molto più grande. Questo vale per chiunque, Stato, banca centrale o qualsiasi altro ente. Come fare allora affinché questo non avvenga? Chi emette la moneta deve considerarla un proprio debito. Accade quindi che le banche centrali considerino la moneta che emettono come un proprio debito. Se una banca centrale stampa una banconota da 100 euro, non consegue alcun guadagno, perché non ha fatto altro che stampare un proprio titolo di debito, come se avesse in tasca un proprio assegno”.

 

Tutto giusto, tutto vero, anche se tacendo un giudizio fondamentale: se a compiere l’azione da “falsario” fosse lo stato, il beneficio sarebbe per tutti. Ma andiamo oltre, andiamo alle ragioni profonde. La prima considerazione è sul fatto che un sistema monetario in cui tutta la moneta è debito è insostenibile: pagare quel debito pari a tutta la moneta con la stessa moneta sarà sempre strutturalmente impossibile. L’unica alternativa praticabile è il ricorso al rinnovo del debito; e poiché non si può realmente pagare un debito con un altro debito, già conosciamo il finale: il fallimento. E siccome, a livello mondiale siamo in una economia “chiusa” (il numero degli stati è limitato), avremo per primi i fallimenti dei più deboli. Come la Grecia in area euro.

 

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La seconda contestazione è sul fatto che questa moneta debito non rappresenta adeguatamente la realtà, poiché in natura e nell’ambiente sociale in cui viviamo vi sono molte cose che sono date, sono donate, e il cui utilizzo da parte di qualcuno non costituisce un debito, una mancanza per qualcun’altro. Invece, nell’attuale sistema finanziario, tutto è debito. Questo è un tipico dogma del moderno nichilismo, che discende da una errata concezione del concetto di proprietà, cioè l’idea che la proprietà privata è un bene del quale il proprietario può fare quello che vuole.

 

Si tratta di un pregiudizio, tipico del nichilismo moderno, che scambia la definizione di libertà con l’idea di fare quello che pare e piace. Ma questa “morale” è possibile solo se nulla ha valore, se tutto il valore si consuma nell’istante e nel possesso. E per negare la positività della realtà, occorre che tutto ciò che è positivo venga definito “debito”. Secondo la dottrina sociale della Chiesa, invece, occorre “riconoscere la funzione sociale di qualsiasi forma di possesso privato” (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 178). La moneta è prima di tutto un bene sociale. Ed è per questo che occorre che l’Autorità Monetaria sia una funzione dello Stato.

 

Un altro commentatore mi accusa scrivendo: “A quanto ho capito vorrebbe tornare alle svalutazioni. Svalutare significa rubare alla gente”. Il ragionamento schematico è che stampare moneta vuol dire creare inflazione (o “svalutare”); l’inflazione è una tassa occulta; l’inflazione è cattiva. Al contrario, ora veniamo proprio da un (quasi) decennio di Bce, cui abbiamo avuto un aumento selvaggio di massa monetaria, che nessuno può smentire visti i dati ufficiali della Bce: eppure, inflazione molto scarsa o praticamente nulla. Ancora, si parla subdolamente di “tassa occulta”: da sempre l’inflazione è definita una tassa occulta, ma è difficile definire occulta una tassa che conoscono tutti. E ancora più subdolamente ci raccontano dell’inflazione “cattiva”.

 

Ma l’inflazione “cattiva” è in realtà l’unica inflazione che ci hanno fatto conoscere, una inflazione cattiva che dipende da un sistema finanziario cattivo: cioè quella per cui i prezzi salgono mentre gli stipendi rimangono inalterati. Ma se i primi a salire sono gli stipendi, l’effetto inflattivo sui prezzi diventa nullo rispetto agli stipendi.

 

Nell’attuale sistema perverso, la massa monetaria aumenta e (attraverso un sistema bancario che persegue unicamente i propri interessi) finisce soprattutto nei mercati finanziari; come effetto collaterale abbiamo anche un processo inflattivo, mentre i salari sono fermi. Ma se la massa monetaria finisse direttamente negli stipendi, l’inflazione sarebbe solo un normale adeguamento dei prezzi alla nuova moneta che è già presente negli stipendi.

 

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Ora lo dico esplicitamente: quello che spero si realizzi è un sistema monetario e finanziario in cui per tutti i dipendenti pubblici vi sia un aumento costante dello stipendio, del 2% per ogni mese, con moneta stampata dallo stato, quindi senza creare alcun debito. Già immagino gli sberleffi di alcuni commentatori, quelli che parlano di frottole del signoraggio, tanto inclini a ripetere i luoghi comuni e così poco inclini al ragionamento.

 

“Robe da matti – diranno – così finiremo con una inflazione folle, come lo Zimbabwe”. E giù via a sproloquiare: con un aumento del 2% mensile, nella ipotesi che gli stipendi di tutti si adeguino a questa crescita, calcolando un interesse composto per 12 volte avremmo un aumento del 12% annuale della massa monetaria . Quindi dovremmo avere un aumento inflattivo “pari” come dicono alcuni, o almeno proporzionale, come dicono altri.

 

Ma cosa accade nella realtà, ora che abbiamo la Bce? Vuoi vedere che la Bce ha fatto lo stesso, ma non a favore degli stipendi? Vediamo i dati ufficiali della Bce, ossia il grafico pubblicato sul suo sito dell’aggregato monetario M1 (quello relativo a banconote e conti correnti). I dati sono espressi in milioni di euro.

 

 

Questo è quello che ha combinato la Bce. Secondo i dati pubblicati dalla stessa Bce, l’aumento annuale dal luglio 2009 si è stabilizzato tra il 10% e il 13,4 %, mentre l’ultimo valore registrato a maggio è pari al 10,3%. Stiamo parlando quindi di aumenti superiori a quelli da me ipotizzati (superiori perché nel mio esempio non tutti in realtà sono dipendenti pubblici). Un aumento indiscriminato che finisce in mano a sistema bancario e speculatori, mentre tutti noi abbiamo sempre gli stessi soliti stipendi.

 

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Ancora dalla pagina del Sic: “Ossia lo Stato avrebbe, dal nulla, un utile di 100 euro, ossia tutto il valore nominale della moneta creata dal nulla. […] Equivale a stampare soldi gratis e farne ciò che si vuole. Questo è inammissibile eticamente, e anche sciocco, perché nessuno accetterebbe una moneta che qualcuno emette come un falsario”.

 

Ecco, proprio questo è il punto: si tratta precisamente di una questione etica. La gestione della moneta è una questione etica. E ognuno di voi può giudicare se una questione etica di tale portata può essere gestita unicamente dal sistema bancario o da loro emissari. E una questione così grave dovrebbe essere quantomeno oggetto di referendum popolare, non soggetto a un processo di privatizzazione, in modo da divenire soggetto alle leggi del libero mercato.

 

E soprattutto, visto che parliamo di etica e di moneta, bisogna iniziare ad affermare che lo Stato è un valore, e che la sua capacità di stampare moneta è il riconoscimento di questo valore. Il valore sottostante alla moneta stampata dallo Stato è precisamente quella fiducia sociale di cui occorre recuperare il valore. Proprio quella fiducia che è l’esatto contrario del nichilismo. Quella fiducia il cui carattere sociale definisce il valore sociale della moneta.

 

Quella fiducia che nella pagina del Sic viene negata: “Passali parla di fiducia, omettendo di citare il motivo unico che genera la fiducia che quella moneta sarà accettata dalla collettività: il corso forzoso, ossia il fatto che l’accettazione è imposta dalla legge, la certezza morale è una novità, priva di alcun significato, di Passali”.

 

Ma uno stato, in cui il motivo unico di fiducia sociale è la forza, si chiama dittatura. Questo sarebbe uno Stato che si afferma solo in virtù di una violenza, e non delle ragioni che costituiscono la convivenza civile. Per pensare a una configurazione di Stato che non sia la dittatura sotto le mentite spoglie della moneta debito e del corso forzoso, proponiamo un brano della lettera del prof. Auriti ai vescovi italiani.

 

“La Dottrina Sociale della Chiesa è sinteticamente ed esaurientemente formulata in cinque parole del Pater Noster: ‘Dacci oggi il nostro pane quotidiano’. Qui la parola più importante non è ‘pane’, ma ‘nostro’ che sta a significare che non bisogna dare solo il pane, ma anche il diritto di pretenderlo, cioè la ‘proprietà’. Il pane soddisfa il bisogno di mangiare comune a tutti gli esseri viventi. Il diritto di pretendere, che distingue l’uomo dalla bestia, soddisfa il bisogno di giustizia, il bisogno della certezza del diritto e conferisce all’uomo la dignità giuridica di essere ‘soggetto’, non ‘oggetto’, di diritto”.

 

Uno Stato, quindi, per generare fiducia, deve affermare l’uomo e la sua dignità, insieme all’ambiente naturale che costituisce tale dignità (la famiglia). Se tutti gli esseri umani hanno un uguale diritto a utilizzare i beni della terra, come sarà possibile realizzare questo diritto? Come sarà mai possibile fare in modo che questo diritto sacrosanto non rimanga una pia intenzione, senza una equa distribuzione gratuita di risorse monetarie?

 

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Per questo la ripresa della sovranità monetaria da parte degli stati è solo il primo passaggio indispensabile; il secondo è la ridefinizione di cosa siano la moneta e la finanza, e di come queste possano essere utilizzate per il bene comune. E se la moneta rientra tra i beni sociali, va redistribuita anche gratuitamente, così come accade per diversi servizi sociali. Per questo occorre una adeguata formazione culturale sulla questione monetaria, in modo che, raggiunto lo scopo, nessuna parte politica osi tornare indietro, pena la sollevazione popolare. E allora torniamo col dito sulla piaga della mala informazione.

 

“E qui casca l’asino”. Così commentano quelli del Sic la mia spiegazione di come funziona la creazione di moneta da parte delle banche commerciali, esposta in un mio articolo. Ma tale spiegazione io l’ho copiata proprio dal sito della Banca Nazionale Svizzera, esattamente a questa pagina dove ciascuno di voi può verificare quanto riportato. Sono asini pure loro?

 

Ebbene, la volete sapere tutta? L’esempio di cui sopra, così come tutti quelli analoghi reperibili su internet e sui libri di testo, non sono precisi, poiché danno l’idea che gli impieghi nascono dai depositi: prima qualcuno deposita, poi la banca offre i prestiti. Ma nella realtà non è così. Sono gli impieghi a creare i depositi. Prima un soggetto A prende a prestito; poi spende la moneta presso un soggetto B, il quale deposita. Quindi i depositi sono paragonabili ai prestiti per definizione, non perché le banche prudentemente prestano non più di quanto depositato.

 

Un sistema monetario e finanziario dove tutto nasce a debito, corrisponde forse alla realtà in cui viviamo? La rappresenta adeguatamente? O sarà destinato al fallimento, nella sua capacità di costruire il bene comune di un popolo? Per definizione, può dal nichilismo nascere qualcosa di buono? Questo è il peccato originale del moderno sistema monetario. Di “peccato originale” parleremo dunque in un prossimo intervento.



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