IDEE/ Quadrio Curzio: cambiamo la Costituzione per far ripartire l’economia

Una modifica del Titolo III della Costituzione, spiega ALBERTO QUADRIO CURZIO, può essere utile ad affrontare le sfide economiche del XXI secolo. Purché non venga pensata e studiata dal mondo politico

11.08.2010 - Alberto Quadrio Curzio
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In giugno ,in seguito a una ipotesi di revisione dell’art. 41 della Costituzione avanzata da Giulio Tremonti, si è aperto un certo dibattito con favorevoli e contrari. Su una tematica più ampia, e cioè quella della Costituzione economica italiana, noi ci siamo intrattenuti spesso da quasi 20 anni anche con due monografie (Noi, l’economia e l’Europa (1996); Sussidiarietà e Sviluppo. Paradigmi per L’Europa e per l’Italia (2002)) che, in un contesto più ampio, hanno discusso di vari aspetti economici della Costituzione italiana confrontata ai Trattati europei. Argomenti che abbiamo ripreso anche in successivi studi.

 

La grande portata del tema rende difficile ogni sintesi che tuttavia tenteremo. Innanzitutto è noto che dal 1948 molti sono stati i tentativi di modifica della nostra Costituzione e che l’unico di notevole portata riuscito è quello del 2001 sul Titolo V (“Le Regioni, le Provincie, i Comuni”).

Un problema che si è posto da tempo, tra gli altri, riguarda una modifica del titolo III (“Rapporti economici”, artt. 35-47) della Costituzione. In particolare spesso sono sorti interrogativi sugli artt. 41,42,43 della Costituzione al punto che degli stessi si interessò nell’aprile del 1999 anche la Commissione affari costituzionali della Camera avviando un’indagine conoscitiva che poi s’è spenta. A nostro avviso le opinioni sul tema si possono riassumere in tre.

La prima opinione è che una riforma del Titolo III non è necessaria. Per taluni perché la Costituzione è infatti perfetta. Per altri perché la costituzione economica materiale e i Trattati europei, l’ultimo dei quali è entrato in vigore nel 2009, hanno già superato e integrato la nostra Costituzione formale introducendo nel sistema economico italiano quella «economia sociale di mercato» esplicitamente richiamata all’art. 3 del Trattato.

La seconda opinione è che la modifica sarebbe utile (ma non necessaria, per le ragioni europee e di fatto prima dette) per dare una nuova forte spinta ideale al sistema economico e agli operatori per affrontare le sfide del XXI secolo. Questo vantaggio andrebbe tuttavia soppesato con i rischi, non remoti, di pasticciare e litigare (visti i passati tentativi di riforma) su un testo costituzionale che è già stato reinterpretato e integrato dai fatti e dall’Europa.Sarebbe quindi preferibile adeguarsi meglio ai Trattati, che non sempre l’Italia rispetta, senza imbarcarsi in avventure di riforma.

La terza opinione è che la riforma risulta indispensabile subito in quanto l’impronta statal-dirigista della Costituzione frena o addirittura blocca la piena operatività della nostra economia e il nostro sviluppo.

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Noi siamo della seconda opinione e riteniamo che oggi il ceto politico dovrebbe dedicarsi a ben altre priorità. Riteniamo però che una Convezione economica Costituente (CEC),composta da non-parlamentari e non-politici, analoga a quella che fu la Commissione economica del Ministero per la Costituente, creata nel 1945, potrebbe essere utile per una riflessione non partitica e non ideologica sia sul Titolo III della Costituzione sia su altri articoli, collocati in altri titoli, tra cui l’art. 53 (sulla capacità contributiva e sul sistema tributario) e l’art. 81(sulle leggi di bilancio). In altri termini su tutta la Costituzione economica a confronto con i Trattati Europei.

 

Considerato che il tema del federalismo fiscale è già in attuazione, la CEC dovrebbe concentrasi su quello che nella nostra terminologia riguarda il liberalismo sociale o liberalismo comunitario. Con tutto il rispetto e la riconoscenza per i nostri Costituenti , tra i quali vi erano straordinarie personalità che nel tempo d’allora fecero quanto di meglio, l’impronta economica della nostra Costituzione ci pare abbia due sottolineature.

 

Una è lavorista e inizia all’art. 1 comma primo,che recita «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», ove “lavoro” appare una soluzione di compromesso rispetto a chi in sede di Costituente voleva un riferimento classista ai ”lavoratori”. Di ben diverso tono e prospettiva è l’art. 2 «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale» (simile all’art. 1 della “Costituzione” tedesca), che sarebbe stato meglio apparisse al primo comma dell’art 1.

 

Il tema del lavoro e dei lavoratori è trattato estensivamente negli articoli 3, 35, 38, 43, 46. Vi è un elenco completo sui diritti dei lavoratori, sulle libertà sindacali e sul diritto di sciopero, il cui esercizio avrebbe dovuto essere regolato per legge, il che è accaduto solo dopo decenni e piuttosto debolmente. Tutti diritti importanti che lasciano però un poco in ombra i doveri specifici (le «utilità sociali») che pure contano.

 

La seconda sottolineatura è dirigista. Al proposito è soprattutto l’art. 43 che colpisce affermando: «A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti, determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale».

 

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Da tutto ciò emerge una certa asimmetria tra le imprese che appaiono come soggetti liberi, ma da vigilare e i sindacati dei lavoratori che appaino soggetti da potenziare mentre entrambe meritano di essere soggetti liberi e vigilati, su un piano di parità e responsabilità, in vista dello sviluppo.

 

Noi non siamo favorevoli né al liberismo libertario, né al liberismo individualista, né al sindacalismo dogmatico, né al sindacalismo corporativo. Crediamo invece in un paradigma europeista del liberalismo sociale o comunitario che combina Istituzioni, Società ed Economia (ove si colloca il mercato) operanti in base a principi chiari di sussidiarietà e solidarietà. Solo così, e valorizzando anche i molti soggetti sociali spesso trascurati o sottovalutati, si può evitare anche la polarizzazione contrappositiva tra Stato e mercato.

 

È questa un impostazione che probabilmente all’inizio del XXI secolo molti dei nostri Costituenti Repubblicani considererebbero più adatta all’odierna Italia, non sempre sollecita nel recepimento dei Trattati Europei.

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