FINANZA/ 1. Dalla Spagna una minaccia al federalismo italiano

- Mauro Bottarelli

L’indebitamento delle regioni spagnole sta mettendo in difficoltà il governo di Madrid. MAURO BOTTARELLI spiega i rischi che ne derivano per l’Europa e l’insegnamento che può trarne l’Italia alle prese con il processo federalista

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Questo è il classico giorno in cui, dopo aver riflettuto, viene da esclamare “l’avevo detto”. Anzi, l’avevamo detto, visto che sono mesi che ilsussidiario.net, attraverso i contributi di vari autori, fa notare come l’attuale situazione monetaria e macro dell’Ue sia null’altro che una scelta strategica di Berlino e Francoforte, ovvero del governo tedesco e della sua “reale” banca centrale, ovvero la Bce, per favorire la Germania a spese dei cosiddetti Pigs.

 

Berlino sa che le sue banche sono esposte in maniera pesante sui mercati periferici del debito e che una crisi dell’eurozona non salverebbe nessuno: quindi, mettiamo fieno in cascina e pronti alla seconda opzione, ovvero quell’eurozona a due velocità e due monete (euro1 ed euro2) cui Deutsche Bank ha dedicato più di un report nell’ultimo periodo (gli analisti studiavano come scaricare i cugini del Sud, mentre i traders, forti del bando sul naked short imposto da Frau Merkel, facevano indigestione di cds greci, spagnoli e portoghesi).

Stando a dati diffusi venerdì scorso, la locomotiva tedesca ha archiviato un secondo trimestre d’oro. Il Prodotto interno lordo della Germania ha segnato, nel secondo trimestre dell’anno, secondo i dati preliminari rilevati dall’ufficio statistico federale corretti per gli effetti stagionali, un aumento del 2,2% rispetto al trimestre precedente. Il dato batte le stime del consensus di analisti che, secondo un sondaggio di Bloomberg, avevano previsto in media un rialzo intorno all’1,3%. Anno su anno la crescita è del 4,1% (+2,1% rivisto nei primi tre mesi).

L’economia della Germania sta così crescendo al ritmo più veloce dalla riunificazione: «Non c’é mai stata una crescita così forte nella Germania riunificata», sottolinea l’Ufficio federale di statistica che ha rivisto la crescita del primo trimestre al rialzo dallo 0,2% allo 0,5%. La congiuntura tedesca sta cogliendo le opportunità offerte dalla ripresa della domanda globale, quindi dal rilancio delle esportazioni favorite dalle quotazioni dell’euro che (con un calo del 10% rispetto al dollaro in un anno) rende più competitiva l’offerta europea. Esportazioni e investimenti, ha indicato l’ufficio di statistica tedesco, sono stati i driver principali della crescita nel secondo trimestre.

Si impicchino, scusate la figura retorica. Non tanto perché i ligi tedeschi dovrebbero pagare l’atteggiamento da cicale dei Pigs, anzi. Bensì perché fa lievemente perdere le staffe il fatto che la Bce, che dovrebbe fare gli interessi di tutti i i membri, stia agendo da mesi come potentissima succursale della Bundesbank: questo non va bene (ora si capisce anche il “niet” di Weber alla Bce dichiarato qualche settimana fa dal Financial Times).

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Anche perché il giorno precedente alla pubblicazione del dato record, l’eurozona aveva nascosto un’altra notizia: ovvero, il dato che vede l’economia greca ulteriormente depressa dalle misure di austerità imposta dal governo e dal tandem Fmi-Ue. «L’Europa continentale ha performato in maniera ottima durante il periodo di crescita dell’export: certo potrebbe non durare, ma non è una sorpresa, la Germania non è certo il problema dell’Europa», ha dichiarato Peter Toogood, direttore dei servizi di investimento alla Old Broad Street Research.

 

Insomma, la debolezza dell’euro creata dall’alto dei debiti dei Pigs è stato il motore della rinascita tedesca: mors tua, via mea. «Chiaramente queste figure mettono in evidenza la storia e il trend dell’anno: Grecia e Irlanda combattono per sopravvivere mentre Germania e Francia stanno facendo bene«, dichiara Guillaume Salomon, stratega alla TD Securities, secondo cui «lo scenario da incubo sarebbe quello di un grosso rallentamento sia dell’Europa continentale che dei paesi periferici, ma non ci aspettiamo che questa sia la situazione che ci attende. Il problema è che prima del lancio dell’euro i paesi più piccoli e più in difficoltà potevano svalutare la loro moneta, ora non possono più».

 

Insomma, un’Europa ufficialmente spaccata in due. Per Steven Major, capo dei ricercatori di Hsbc, «quelle che abbiamo appreso sono grandi novità per la Germania, ma altri paesi non stanno assolutamente performando. Le tensioni all’interno dell’area euro potrebbero essere pronte a ritornare. Questo potrebbe costringere il mercato a concentrarsi sulle preoccupazioni riguardo la solvibilità: Irlanda e Portogallo sono nel mirino in queste ore. I rendimenti della Germania sono troppo bassi rispetto al tasso di crescita, il bund è caro. Problema opposto è quello irlandese: per quanto il mercato continuerà a pensare che le cose vanno bene?».

 

Già, per quanto? Il tempo sembra già scaduto. E non solo per irlandesi e portoghesi, visto che una seconda ondata di crisi sta per colpire pesantemente la Spagna a causa dell’aumento del costo dei prestiti da parte dei vari governi regionali. La Catalogna, che pesa per un quinto sul Pil nazionale, è stata letteralmente sbattuta fuori dal mercato dei bond pubblici dallo scorso marzo e l’extra-rendimento che deve pagare sul debito governativo nazionale è oltre che triplicato quest’anno.

 

La Galizia ha addirittura chiesto di congelare il pagamento del debito di 2,6 miliardi di euro che ha nei confronti del governo centrale, richiesta respinta dal ministro delle Finanze, Elena Salgado il 27 luglio scorso e la regione di Madrid ha postposto una vendita di bond lo scorso mese. Le regioni spagnole, che prendevano denaro a prestito più o meno allo stesso tasso del governo centrale nel 2007 all’inizio della crisi, giocano un ruolo centrale nella battaglia di Zapatero per rimettere in ordine il budget e abbassare i costi dell’indebitamento: controllano circa il doppio di quanto spende lo Stato, impiegano più della metà dei dipendenti pubblici e si sono arrampicate letteralmente sul debito durante la recessione.

 

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«Se gli investitori dovessero concentrarsi di più sui problemi delle regioni, diventerebbero immediatamente meno ottimisti sul debito governativo spagnolo e dichiarerebbero che il rally di giugno è stato gonfiato», ha dichiarato Olaf Penninga, uomo che gestisce un portafoglio di 140 miliardi di euro presso la Robeco Group di Rotterdam e ha venduto bond spagnoli lo scorso anno: «Se il governo centrale dovesse aiutare le regioni, potrebbe aggravare una situazione già grave».

 

Il rendimento dei bond a 10 anni del governo spagnolo è crollato di 79 punti base al 4,09% dal 16 giugno, stando alla prezzatura rilanciata da Bloomberg. Gli extra-rendimenti richiesti per detenere bond spagnoli invece che bund tedeschi è sceso la scorsa settimana a 165 punti base, in calo dal massimo di due mesi fa di 221 punti base. La Catalogna, poi, paga lo scotto peggiore alla bolla immobiliare.

 

La regione, che attrae il maggior numero di turisti di tutto il paese, ha pagato 300 punti base in più rispetto all’Euribor a tre mesi per un prestito a quattro anni da 1 miliardo di dollari lo scorso mese: la Fomento de Construcciones&Contratas SA, la quarta azienda edilizia spagnola, lo scorso 2 agosto ha accettato di pagare uno spread extra di 260 punti base per estendere un prestito da 1,1 miliardi di dollari fino al 2014.

 

Mentre i dati governativi pubblicati il 9 agosto dimostrano come la Catalogna abbia venduto 1 miliardi di euro di controvalare di bonds a 5 anni attraverso la cassa di risparmia La Caixa a giugno, la realtà ci dice che la regione non ha emesso un solo bond denominato sul benchmark in mercati pubblici dal marzo scorso, questo nonostante il governo regionale abbia investito ulteriore denaro nel mese di aprile per un road-show in Asia al fine di trovare sottoscrittori primari. «Il mercato del debito è chiuso a doppia mandata», dichiara al riguardo Adam Sedo, portavoce del governo autonomo.

 

Con un rendimento del 5,5%, il bond catalano a 10 anni è pari a quello del Perù: evviva il federalismo e il modello catalano dei motori d’Europa! Anche perché i problemi di finanziamento della regione rischiano di creare ulteriori tensioni tra Barcellona e Madrid, visto che la Catalogna spinge per ancor maggiore autonomia e la legge spagnola vieta il salvataggio delle regioni dal default: gli investitori sono invece certi che Madrid lo farà se sarà necessario, con i costi che questo comporterà per lo Stato. E il cds sul debito sovrano, per dirla con CarCarlo Pravettoni, s’impenna!

 

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Per Diego Fernandez, manager di un fondo che controlla 240 milioni di euro alla Inverseguros a Madrid e ha tagliato le posizioni sul debito regionale, «c’è una certa percezione che esista un grande fratello dietro le quinte. Potrebbe infatti esserci una regione che ha maggiori difficoltà e così potrebbe necessitare di maggiore aiuto, il quale non si materializzerebbe come un salvataggio vero e proprio ma come un ampio trasferimento».

 

Per José Carlos Diez, capo economista alla Intermoney Valores, maggior collocatore di bond iberici, «lasciar fallire una regione farebbe schizzare anche i rendimenti del bond governativo spagnolo e questo sarebbe un suicidio, un’assurdità visto che in questo mondo non si fa fallire una banca ma si pensa di poter far fallire un’intera regione».

 

La crisi è iniziata con l’esplosione della bolla immobiliare che durante la decade del boom garantiva alle autorità locali introiti fiscali da favola ma ora, visto che la legge richiede alle province di tenere in ordine i bilanci, il debito totale delle autonomie è salito al 9% del Pil nel primo trimestre di quest’anno contro il 5,5% durante il picco del boom. Le regioni hanno acconsentito a tagliare il loro deficit combinato dal 3,2% al 2,4% quest’anno, garantendo uno shortfall della percentuale annuale sul Pil dal 4,2% al 3,3%: nelle intenzioni di Zapatero, poi, il deficit nazionale il prossimo anno dovrebbe scendere al 6% contro l’11,2% del 2009.

 

Wishful thinking, visto che queste previsioni ottimistiche non hanno convinto Fitch, l’agenzia di rating che il 4 agosto scorso ha dato outlook negativi a quattro regioni, decisione che vede ora tutte le dieci autonomie coperte dal giudizio dell’agenzia a rischio di downgrading. I rating vanno dall’A+ di Catalogna e Valencia, il più basso da quando Fitch le ha sotto giudizio, al massimo dei Paesi Baschi, l’unica regione con rating AAA: la stessa Fitch, lo scorso 28 maggio ha tagliato il rating spagnolo a AA+.

 

È evidente che ogni ulteriore deterioramento della qualità del credito regionale, unita a uno dei più alti tassi di debito privato dell’eurozona, potrebbe azzerare gli sforzi di Zapatero e innalzare i costi dell’indebitamento per la Spagna. La quale, chiosa ancora Olaf Penninga, «dovrebbe prepararsi a essere colpita ancora dalla crisi». Meditate al governo, meditate profondamente prima di parlare di federalismo.

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