IDEE/ Marcegaglia: guardiamo a Usa e Germania per superare i limiti di un certo sindacato

- int. Emma Marcegaglia

EMMA MARCEGAGLIA, presidente di Confindustria, ha parlato ieri al Meeting di Rimini, ricordando la grande sfida della competitività che deve affrontare il nostro paese

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Giunta ieri al Meeting di Rimini, Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, non ha potuto evitare di affrontare i temi che affollano le prime pagine dei giornali. Oltre alle dichiarazioni e alle smentite su possibili elezioni anticipate, l’attenzione è concentrata anche su quanto è accaduto a Melfi, dove Fiat, simbolo dell’industria italiana, ha riammesso in fabbrica, ma non alle linee di lavoro, i tre dipendenti che aveva licenziato e di cui il tribunale del lavoro ha sentenziato la reintegrazione.

 

Presidente Marcegaglia, cosa pensa di quanto è successo a Melfi?

Penso che quanto ha fatto Fiat sia in linea con la legge e con la prassi. Le sentenze vanno rispettate e Fiat non sta tenendo un comportamento contrario a quanto deciso dai giudici. L’azienda sta continuando a pagare gli stipendi e permette di fare attività sindacale a questi tre dipendenti. Si parla tanto dei loro diritti, che sono sacrosanti, ma che ne è di quelli degli altri lavoratori che volevano fare il loro dovere e non hanno potuto proprio per l’atteggiamento tenuto dai tre colleghi? Non dimentichiamo poi che anche le imprese hanno il diritto di veder rispettato ed eseguito un contratto che hanno siglato.

Cosa accadrà ora?

Credo che Fiat attenderà, come è prassi, le prossime decisioni dei giudici. Vorrei in ogni caso ricordare che a Melfi i Cobas hanno proclamato fino al 2014 lo sciopero dello straordinario. Non vorrei inoltre che concentrarsi troppo su questa situazione particolare distragga dal vero tema che è più ampio.

E quale sarebbe?

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Capire se questo paese vuole avere un futuro industriale. I dati dicono che il 70% della crescita potenziale dell’Italia arriva dall’industria e nonostante la crisi siamo ancora il secondo paese manifatturiero in Europa dopo la Germania. Fiat vuole riportare in Italia una produzione che ora è all’estero, con investimenti per 20 miliardi di euro, e chiede non dei sussidi, ma di avere una gestione chiara degli stabilimenti. Se si fa un accordo con il sindacato in cui si stabiliscono certe turnazioni, certi livelli di produttività, occorre che poi sia rispettato da entrambe le parti. Oggi siamo in una situazione in cui non è possibile fare questo.

 

Perché?

 

Basta che dei lavoratori blocchino un carrello (come avvenuto a Melfi) perché la produzione si fermi e non si raggiungano di conseguenza gli obiettivi di produttività che ci si era prefissati. Il vero passaggio da compiere è quindi cambiare il sistema di relazioni industriali nel nostro paese. Non si tratta, come strumentalmente dice qualcuno, di seguire quello cinese, ma quelli tedesco e americano.

 

Cosa succede di particolare in Germania e negli Usa?

 

In Germania i sindacati dei metalmeccanici, considerati i più “cattivi” d’Europa, hanno accettato un aumento dell’orario di lavoro a parità di salario. Negli Stati Uniti i sindacati dell’auto hanno accettato che i giovani vengano assunti con un salario di 14 dollari l’ora. Le condizioni della competizione, come è facile intuire, non li detta né la Fiom, né la Confindustria: le detta il mondo. Chi pensa che tutto sia possibile, parlando solo di diritti, dovrebbe rendersi conto di tutto questo e ricordarsi che l’Italia ha perso negli ultimi otto anni 32 punti percentuali di produttività rispetto alla Germania. Se vogliamo stare nella competizione dobbiamo accettare le regole globali e cercare di vincere. Se non accettiamo di entrare in questa logica, questo paese non avrà futuro.

 

Una “rivoluzione” possibile?

 

In Confindustria pensiamo che questo sia il momento giusto per fare questo passo. Abbiamo già fatto a gennaio una revisione degli assetti contrattuali che parla di deroghe e sanzioni per entrambe le parti nel caso non si rispetti l’accordo firmato. Intendiamo seguire questa strada e con Fiat ci siamo dati come obiettivo comune quello di rendere possibile all’interno del contratto dei metalmeccanici l’accordo di Pomigliano. Questo vale però non solo per Fiat, ma anche per tutte le aziende che vogliono continuare a investire in Italia.

 

Qualche tempo fa Marchionne aveva ipotizzato un’uscita da Federmeccanica, in modo da poter creare un contratto di lavoro compatibile con il progetto di Pomigliano. Si è poi parlato di un contratto ad hoc per il settore auto. A che punto siamo ora?

 

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Mi sono incontrata personalmente con Sergio Marchionne il 28 luglio e abbiamo deciso di andare avanti insieme. Grazie alla riforma degli assetti contrattuali varata nell’aprile 2009 oggi è possibile fare delle deroghe ai contratti nazionali. Una delegazione di Federmeccanica e dei sindacati è già al lavoro per definire le deroghe necessarie al contratto nazionale per far sì che si possa applicare a Pomigliano. Sono già state fissate alcune date in cui sindacati, Federmeccannica e Fiat si incontreranno per definire le deroghe. Sono ottimista, anche perché esistono già casi di questo tipo, per esempio nella siderurgia.

 

Per concludere, uno sguardo alla situazione politica: si parla di governi tecnici, di scontri nella maggioranza e di possibili elezioni anticipate. Cosa ne pensa?

 

Su questo tema la posizione di Confindustria è molto chiara. Non crediamo in governi tecnici che debbano fare la riforma elettorale. Pensiamo che questo governo abbia ricevuto per tre volte la fiducia degli elettori (alle politiche del 2008, alle europee del 2009 e alle regionali di quest’anno) su un programma che contiene anche delle riforme che riteniamo importanti. Questo governo deve quindi andare avanti. In un momento in cui si parla del rischio di una nuova recessione negli Stati Uniti, dove la ripresa in Europa è molto fragile e la disoccupazione resta alta, parlare di elezioni e notare un clima di odio politico con tanto di insulti è francamente inaccettabile.



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