FINANZA/ Si chiama Hindenburg Omen la prova che la recessione è alle porte

- Giovanni Passali

I dati lo confermano, non andiamo in recessione: ci siamo dentro. Continuare a creare liquidità, se la moneta è a debito, non fa che peggiorare la situazione. L’analisi di GIOVANNI PASSALI

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Foto Imagoeconomica

I recenti articoli di Mauro Bottarelli ci hanno informato sul verificarsi dell’indicatore chiamato Hindenburg Omen. Bottarelli non si offenderà se faccio le pulci a quanto da lui scritto (sempre di grande interesse e molto preciso), ma oltre alle condizioni da lui descritte per la verifica dell’Hindenburg Omen ve ne deve essere un’altra decisiva: le condizioni descritte devono verificarsi almeno due volte, nel giro di 36 giorni.

Ebbene, a confermare la fibrillazione degli operatori dei mercati finanziari, il 22 agosto scorso è arrivato un nuovo segnale Hindenburg Omen, che rende completato il segnale di un possibile crollo dei mercati finanziari. Ricordiamo solo che non tutte le volte che si è completato questo indicatore, si è verificato un crollo dei mercati; ma negli ultimi 25 anni, ogni crollo è stato preceduto da un Hindenburg Omen verificato.

Ma qui non si tratta solo di indicatori più o meno affidabili o esotici: qui si tratta di una economia che, nonostante stimoli fiscali o monetari di tutti i tipi, non ne vuol sapere di riprendersi. Ed il motivo fondamentale, ma taciuto da tutti, è proprio quello che da queste pagine abbiamo tanto spesso ripetuto: se tutta la moneta è a debito, tentare di risolvere i problemi finanziari con sempre maggiore creazione di liquidità equivale a iniettare in un corpo malaticcio lo stesso sangue infetto che ha reso malaticcio quel corpo.

A tal proposito, interessanti sono le testimonianze riportate dallo stesso Bottarelli nel suo articolo. Così si esprime Albert Edwards, capo analista strategico presso Société Générale: «Gli investitori si preparino per uno shock molto brutale. L’economia globale sta scivolando in recessione…». Diciamo subito che non siamo d’accordo. Non stiamo scivolando in recessione, poiché in realtà dalla recessione non siamo mai usciti. I dati parlerebbero chiaro, se ad essi si togliesse l’effetto distorcente della moneta creata dal nulla e diffusa a piene mani dalle banche centrali. Ma essendo moneta a debito, ora i bilanci di tutti gli stati si trovano gravati di debiti impagabili. Si propongono pesantissime cure dimagranti per le macchine statali, ma al di là del fatto che in molti casi si riuscirebbero finalmente a togliere di mezzo una serie infinita di sprechi, in realtà nessuno spiega come potrebbe riprendersi l’economia di uno stato dove l’attore principale (lo stesso stato) riducesse il proprio impegno finanziario.

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Non solo non siamo mai usciti dalla recessione, ma occorre parlare chiaramente di depressione. Se le parole hanno ancora un senso, si parla di depressione quando il calo è a doppia cifra (cioè maggiore o uguale al 10%). Basta prendere i dati sulle immatricolazioni di nuove auto: nel pieno della crisi abbiamo avuto un calo del 50%; poi, con iniezioni di liquidità e incentivi di tutti i tipi, un aumento del 20-30%. Ma questo vuol dire che prima siamo passati da 100 a 50 (calo del 50%), e poi da 50 a 60-65 (aumenti del 20-30% su 50). Quindi siamo ben al di sotto dei livelli precedenti all’inizio della crisi. Siamo in piena depressione.

Si continua a paventare il pericolo di una nuova recessione. No! La depressione è già qui! La vendita di nuove case negli Usa è crollata di oltre il 17% , ai minimi degli ultimi 15 anni. E la cosa peggiore è che, siccome nessuno parla di depressione e ovviamente nessuno si muove per tentare di evitarla, in depressione economica andremo sicuramente.

 

A conferma di ciò, c’è il numero dei disoccupati, che, nonostante l’ottimismo profuso a piene mani e alcuni conti aziendali tornati in positivo, purtroppo continua a crescere. E come ben sa ogni economista (e ben capisce ogni persona di buon senso), non vi può essere vera ripresa senza ripresa dell’occupazione. Se i conti migliorano e gli occupati non crescono, questo vuol dire solo che pochi ricchi stanno diventando sempre più ricchi.

Sia ben chiaro: senza uno sguardo positivo sul reale, è ben difficile costruire qualcosa di buono. Ma il reale occorre guardarlo sul serio, senza nascondersi nulla. E allora lo ribadiamo a chiare lettere: senza crescita dell’occupazione, ogni presunta ripresa è un trucco sui dati, magari aiutato da un massiccio intervento monetario. Si parla tanto di snellire la macchina statale, o di fusioni tra aziende per ottimizzarne la struttura produttiva; tutti bei paroloni che in concreto vogliono dire una cosa sola: gente da licenziare, minori stipendi in circolazione, calo del potere di spesa, calo dei consumi, calo dell’economia.

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Per questo non sono d’accordo con quanto riporta Bottarelli nel prosieguo dell’articolo, in particolare con le valutazioni sull’Ungheria. Sicuramente la Ue, nei suoi vari commissari o esponenti, faranno forti pressioni sull’esecutivo ungherese, per evitare che la strada scelta dal premier Orban mostri tutta la sua efficacia. Sarebbe uno smacco terribile per l’Europa e per la Bce: l’evidenza di uno stato che, senza l’euro, si difende meglio dalla crisi internazionale e magari ne esce del tutto. La grande arma nelle mani del governo, cioè il potere monetario, è strutturalmente l’elemento di debolezza e di forza di quella situazione. Di debolezza, perché andrà incontro ad una inevitabile svalutazione; ma anche di forza, perché proprio grazie alla svalutazione quel mercato diverrà attraente per i capitali stranieri. A quel punto, la capacità di attrarre capitali dipenderà veramente dalla capacità produttiva del paese.

 

L’unica grossa criticità riguarderà i mutui che gli ungheresi hanno sottoscritto in valuta straniera. Ma anche in quel caso, con una svalutazione della moneta locale in corso, un riscatto degli immobili (necessariamente in valuta locale, svalutata) da parte delle banche straniere non porterà a grossi profitti. Al contrario, il governo potrà sempre intervenire in soccorso delle persone che hanno perso la casa, con opportune politiche sociali, monetarie e fiscali (vedi tassa sulle banche, per cui la Bce e il FMI hanno duramente protestato, ma finora invano). Uno stato padrone della propria moneta potrà sempre operare una opportuna politica economica.

 

Al contrario della Grecia. Hanno salvato (temporaneamente!) quel paese, con massicci interventi monetari. Cioè, lo hanno salvato dal default sul debito accollando nuovo debito. Ma, quello che è veramente grave, non hanno cambiato per nulla le condizioni interne dell’economia. Anzi, mentre la disoccupazione va alle stelle, la classe dei ricchi, in questo periodo, è diventata sempre più ricca. Chi è molto ricco, non avrà mai problemi a spostare i propri soldi o i propri affari all’estero. Anzi, in situazioni di distruzione dell’economia, chi ha disponibilità finanziaria, potrà più facilmente fare affari, comprando a poco prezzo e lucrando sui fallimenti altrui. In ogni caso, non ci sono le condizioni affinché la Grecia possa ripagare il suo debito. La Grecia ha l’euro, non può procedere a svalutazioni per difendere il mercato interno e attrarre capitali esteri.

 

Stesso discorso per l’Irlanda. Hanno l’euro, non possono svalutare (la Germania e l’opinione pubblica tedesca non lo permetterebbe). E le banche irlandesi sono in grave difficoltà. A settembre scadranno bond per 25 miliardi. Si troverà qualcuno pronto ad acquistarli? Che prospettive di crescita può avere l’economia di quel paese? Altrimenti, l’alternativa sarà solo una: un acquisto dei bond da parte della Bce, facendo così carta straccia degli statuti, dei trattati e delle belle intenzioni degli uomini della Bce. Senza contare l’inutilità di simili manovre: nuova moneta debito per coprire il vecchio debito.

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 La strada principale, quindi, di fronte ad una crisi del debito, è ovviamente quella dell’inflazione, che nel tempo attutisce il peso del debito, mentre la deflazione aumenta tale peso. Una strada, quella dell’inflazione, ostacolata (per statuto e per ideologia) dalla Bce; avremo quindi deflazione e distruzione dell’economia reale, disoccupazione in costante aumento e (ovviamente) consumi in costante calo. Un avvitamento a spirale tipico delle depressioni economiche.

 

Per questo la Fed ha intrapreso la strada degli interventi massicci. Ha il privilegio di trovarsi in una situazione di forza, e lo usa. Il privilegio è quello di lucrare un reddito da signoraggio (il profitto per chi stampa moneta) su gran parte dell’economia mondiale, quella economia che utilizza il dollaro per la compravendita di materie prime. E questo è il motivo per cui, per ora, non si manifesta inflazione: tutta questa liquidità finisce nei mercati finanziari o all’estero, non nell’economia reale statunitense. Ma il giochino non può durare a lungo.

 

Anche quella moneta è tutta creata a debito. Si arriverà al punto per cui, chi ha utilizzato quella moneta fino a ieri, non avrà più convenienza ad utilizzarla. E cercherà di disfarsene. Inizierà il crollo del dollaro. E non è un caso se la Cina ha diminuito considerevolmente la propria esposizione in dollari. Allora, il vero pericolo arriverà dall’Asia. Dal crollo dell’economia reale cinese (prima o poi sarà fisiologico un semplice rallentamento della crescita del pil, che sarà però disastroso per la crescita dell’economia mondiale) al crollo della borsa giapponese. In ogni caso, un evento sul quale le politiche monetarie di Fed e Bce non potranno fare nulla.

 

Allora, l’unica ancora di salvezza per una economia locale sarà una moneta locale, una moneta dedicata a quella economia, non convertibile, non soggetta alla speculazione, che difenda i prodotti locali e i posti di lavoro locali. Occorre concepire fin da ora una struttura economica e sociale, in modo che moneta internazionale e moneta locale funzionino e siano coordinate secondo una modalità sussidiaria, per il bene comune.

 

Ci vuole proprio una rivoluzione. Una rivoluzione delle idee, prima di tutto.



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