FINANZA/ I 30 milioni di posti in meno “interrogano” i grandi players?

- Mauro Bottarelli

Siamo tutt’altro che fuori dalla crisi: lo testimoniano i dati macroeconomici sul mercato del lavoro e la percezione dei più su quello azionario «avvolto da una cappa oligopolio dei grandi player». L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Foto Imagoeconomica

«Il mercato del lavoro è in una fase di grave crisi. La grande recessione ci ha lasciato alle spalle una terra persa di disoccupazione». A dirlo non è il sottoscritto, purtroppo, ma Dominque Strauss-Kahn, capo del Fondo Monetario Internazionale, nel corso di summit a Oslo organizzato dalla International Labour Federation (ILO). Strauss-Kahn ha aggiunto che l’ipotesi di una recessione double-dip resta improbabile ma ha sottolineato come il mondo non sia ancora uscito da una più profonda crisi sociale e che è stato un grosso errore da parte dell’Occidente pensare di essere scampato all’abisso che abbiamo intravisto lo scorso anno: «Non siamo salvi». Un report congiunto di FMI-ILO ha evidenziato come dall’inizio della crisi siano stati persi oltre 30 milioni di posti di lavoro, tre quarti dei quali nelle economie più ricche: la disoccupazione globale ha raggiunto i 210 milioni di unità.

«La grande recessione ci ha lasciato in eredità ferite ancora aperte, un alto tasso di disoccupazione di lungo periodo rappresenta un rischio per la stabilità stessa delle democrazie esistenti», mette in guardia il documento. Lo studio sottolinea, inoltre, che le vittime ventenni della recessione patiranno danni per tutta la vita, oltre a perdere fiducia nelle istituzioni pubbliche: anche perché per andare in pari con l’emorragia occupazionale il mondo dovrà creare 45 milioni di posti di lavoro all’anno per un decennio intero, la presunta ripresa in atto e a breve, infatti, non potrà mai riassorbire tutti gli espulsi dal ciclo produttivo. Per Olivier Blanchard, capo economista dell’FMI, «il tasso di disoccupazione di lungo termine questa volta è allarmante, soprattutto negli Usa, dove metà dei disoccupati sono fuori dal mercato da oltre sei mesi, un qualcosa che non si vedeva dalla Grande Depressione» (vedi grafici allegati, clicca qui e qui).

La Spagna ha subìto lo shock peggiore con il tasso di disoccupazione al 20 per cento mentre in Gran Bretagna in due anni si è passati dal 5,3 per cento al 7,8 per cento attuale, qualcosa come 2 milioni e 480mila senza lavoro. Blanchard ha chiaramente parlato della necessità di extra misure monetarie di stimolo come prima linea difensiva «in caso si materializzi il rischio di downturn della crescita» ma ha chiaramente detto che le autorità non devono affatto scartare a priori l’ipotesi di un nuovo stimolo fiscale, nonostante i timori per il debito: «Se uno stimolo fiscale può aiutarci ad evitare la disoccupazione strutturale, si ripagherebbe da solo come investimento. Molte nazioni avanzate non devono dar vita a politiche di restrizione fiscale prima del 2011, visto che questa scelta potrebbe minare alla base la già debole ripresa».

Non una parola però, nel report, rispetto alla politica di “arbitraggio lavorativo” posto in essere dalle politiche globali che consentono alla aziende di aprire aziende in paesi a basso tasso salariale per poi riportare i prodotti in Occidente e neppure sulla distorsioni create dal ricatto monetario cinese e dalla falsa rivalutazione dello yuan: uniche parole, il fatto che «le nazioni che vantano un surplus devono giocare il loro ruolo nel ribilanciamento globale».

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Per l’FMI, inoltre, potrebbe esserci un collegamento tra la crescente ineguaglianza all’interno delle economie occidentali e la deflazione della domanda: d’altronde, gli storici dicono a chiare lettere che il gap di benessere ha raggiunto livelli di divaricazione riscontrati solo nel 1928-1929 e qualcuno arguisce che l’eccessiva concentrazione di ricchezza potrebbe causare un fenomeno di iper-capacità, ovvero investimenti che superano – e di molto – la domanda. A quel punto, lo capite da soli, un altro tonfo sarebbe qualcosa di automatico a causa di uno squilibrio ingestibile in una situazione di crescita lentissima e disomogenea.

Anche perché, al di là dei dati macro che sono quantomeno preoccupanti, è l’ambiente stesso del mercato ad essere avvolto da una cappa di disincanto e oligopolio strutturale dei grandi player. A confermalo ci hanno pensato martedì due fonti non tacciabili di massimalismo come Cnbc e Associated Press, pubblicando un sondaggio in base al quale, a cinque mesi da flash crash che colpì Wall Street il 6 maggio scorso, l’86 per cento dei 1.035 interpellati pensa che il mercato azionario sia manipolato e hanno scarsissima fiducia sul fatto che i regolatori siano in grado di fare qualcosa al riguardo: insomma, per la stragrande maggioranza, il mercato è equo solo con le grandi banche di investimento, gli hedge funds e i traders professionisti e completamente unfair con i piccoli investitori.

Solo l’8 per cento degli interpellati dichiara di aver un alto tasso di fiducia dei regolatori mentre la quasi totalità attacca la volatilità del mercato e ammette di non scommettere più su singole azioni: volatilità che, a detta degli stessi professionisti di Wall Street, è da imputare al trading computerizzato ad alta velocità combinato con il volume di mercato, stesso mix letale che avrebbe reso possibile il flash crash, quando il Dow crollo di mille punti in meno d mezz’ora gettando letteralmente a zero diversi titoli. Ma – e questo dovrebbe far riflettere – molti investitori individuali imputano invece alla debolezza dell’economia e alle cattive notizie che giungono dal mondo corporate la persistente volatilità dei mercati.

 

A mio avviso la ragione è da cercarsi in un mix letale delle due teorie, visto che gli investitori individuali pesano per l’11 per cento sul mercato azionario a fronte del 56 per cento (dati Tabb Group) delle aziende che operano in high-frequency in un mercato il cui volume, da un anno a questa parte, si è contratto del 30 per cento. Non è un caso che proprio questa settimana la Financial Industry Regulatory Authority abbia censurato l’operato e comminato una multa da 2,26 milioni di dollari alla Trillium Brokerage Services di New York e a suoi 11 dipendenti per una strategia di high-frequency tradind definita «illegale», poiché immetteva numerosi e non bona fide ordini per generare vendite o acquisti su titoli specifici creando in apparenza un legittimo flusso di ordinativi.

 

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Bene, peccato che una multa da 2 milioni di dollari per una azienda che quei soldi li guadagna in mezz’ora con l’high-frequency più che apparire un deterrente, si limita a fare ridere: ecco spiegata la totale mancanza di fiducia dei piccoli investitori nei regolatori. Inoltre, nel sondaggio si nota che il 38 per cento degli investitori guarda al trading ad alta frequenza senza giudizio specifico, il 35 lo giudica buono o positivo mentre il 28 per cento lo reputa cattivo o negativo. Ma, soprattutto, la stragrande maggioranza degli investitori individuali punta su azioni da tenere long fino a quando il prezzo non sia salito di molto mentre solo il 21 per cento punta a politiche short di acquisto/vendita, accontentandosi anche di piccole variazioni di prezzo.

 

Atteggiamenti risaputi che però confermano la netta frattura tra i comportamenti e i protagonisti del mercato, il quale ha sì visto crescere le azioni del 60 per cento dai minimi del marzo 2009 ma vede ancora il Dow Jones e lo Standard&Poor’s 500 giù del 25 per cento dai massimi del 2007: per il 39 per cento degli interpellati, ormai la Borsa è come il gioco d’azzardo, «un ambiente in cui serve più la fortuna della preparazione». Il problema più grande è questo. Non i mercati, non i dati macro, nemmeno il debito o la disoccupazione: occorre restaurare, al più presto, la fiducia, nel senso pieno, nobile, trascendente e totale del termine. E’ questa, infatti, la principale e più preziosa vittima della crisi. Regolatori, banchieri e politici ci pensino e agiscano. In fretta.

P.S. Non voglio sembrare troppo filosofico, per queste cose abbiamo già un ottimo ministro delle Finanze e quindi in chiusura vi elenco quattro brutti segnali giunti in rapida successione nelle ultime ore. Primo, l’oro ha toccato la quotazione record di 1269 dollari l’oncia, chiaro segnale del timore di nuove bolle e quindi di rincorsa al bene rifugio per antonomasia (dura pensare a pura speculazione con prezzi simili). Secondo, per la prima volta dal 2004 il Giappone è intervenuto sui mercati monetari per bloccare la galoppata dello yen contro il dollaro per salvaguardare una già traballante ripresa: l’operazione è tanto semplice quanto esemplificativa del momento, vendita di yen e acquisti di dollari.

 

Al momento non c’è stata reazione ufficiale da parte del Treasury statunitense rispetto a questa mossa protettiva per l’export nipponico e per evitare l’erosione della competitività ma Dow Jones Newswires si è premurata di rendere noto immediatamente che la vendita di yen da parte del ministero delle Finanze giapponese era pari a circa 300 miliardi di yen (2,7 miliardi di euro).

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 Terzo, gli investitori internazionali sta costruendo posizioni mostruose sui cds di debito sovrano Ue nella certezza che l’Unione europea non ascolterà le richieste dei regolatori e di Angela Merkel di mettere al bando alcuni tipi di operazioni finanziarie. L’ammontare degli swaps bought and sold su quindici nazione Ue, dalla Grecia alla Germania, al 10 settembre ha toccato i 134,5 miliardi di dollari, stando ai calcoli della Depositary Trust & Clearing Corp. dai 124,6 miliardi del 4 giugno.

 

Quarto, meno preoccupante ma significativo, il fatto che a certificare lo stato di recessione totale della Grecia ci ha pensato ieri Ikea, la catena svedese di arredamento a basso prezzo, che ha annunciato come nella penisola ellenica il suo complemento più noto e venduto, la libreria Billy verrà venduta con uno sconto del 22 per cento rispetto allo scorso anno.

Vi verrà da ridere ma la libreria Billy è un vero e proprio benchmark del potere d’acquisto, visto che il centro studio di Ikea, situato in Olanda, monitora continuamente vendite e prezzi in tutte le tredici nazioni europee servite dal gigante dell’arredamento ma lo fa anche Bloomberg News: ebbene, in tutte quelle nazioni il prezzo della libreria Billy è sceso nell’ultimo anno. Certo, non è l’indice Vix ma forse anche l’indice Billy deve dirci qualcosa.

 

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