TIRRENIA/ Tre mosse per salvarla senza far pagare i cittadini

- Andrea Giuricin

Nonostante ingenti sussidi, e forse proprio a causa loro, Tirrenia non è stata in grado di risollevarsi dallo stato di profonda inefficienza in cui versa tuttora. Quale futuro l’attende? L’analisi di ANDREA GIURICIN

Tirrenia_cartelloR375_17nov08

Tirrenia è morta, ma il futuro della “barca di Stato” non è ancora chiaro. Sono state prospettate diverse soluzioni, tra le quali alcune troppo simili alla vicenda Alitalia. Gli errori commessi nel caso della compagnia aerea non sembrano aver insegnato molto alla politica e ai sindacati, che ripropongono la suddivisione tra good e bad company.

La bad company a carico dei contribuenti e la good company ad imprenditori di Stato? L’asta per la vendita di Tirrenia pareva cominciata bene, dato che erano arrivate al Ministero ben sedici offerte di acquisto. Lentamente diversi operatori si tirarono indietro, anche a causa del conflitto sindacale presente nell’azienda e il colpo di grazia arrivò nel momento in cui vennero aperti i libri di Tirrenia agli offerenti. I dati di bilancio dell’operatore marittimo erano così difficili da leggere che quasi tutte le offerte vennero ritirate.

Ne rimase solo una, quella di Mediterranea Holding. A capo di questa cordata tuttavia c’era la Regione Sicilia, che aveva oltre il 37% delle azioni della nuova società. Il Governo garantiva sussidi pubblici per i prossimi anni con il mantenimento degli oneri pubblici per le rotte operate da Tirrenia. Nonostante questo assegno in bianco per centinaia di milioni di euro, neanche questa cordata riuscì a concludere il processo di acquisto.

Ad inizio agosto, nel pieno del periodo estivo, Tirrenia ha portato i libri in tribunale, senza che nessun compratore avesse fatto un’offerta. Il gruppo Tirrenia aveva già fatto uno scorporo nel 2009 delle filiali regionali, che mostravano dei conti economici molto problematici. I diversi Governi regionali avevano visto assegnarsi queste compagnie con un aggravio per le finanze pubbliche locali.

PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO, CLICCA >> QUI SOTTO 

Nonostante questa “ripulitura” dell’azienda, la compagnia senza aiuti pubblici non poteva navigare nel mare della concorrenza. Purtroppo per la “carretta di Stato” arrivò il 2009 e con esso la crisi globale che ebbe anche un effetto negativo sul trasporto marittimo. Il valore della produzione scese di oltre 80 milioni di euro in un solo anno e se non vi fossero stati i sussidi pubblici il bilancio avrebbe registrato perdite per oltre 130 milioni di euro.

 

Per competere e rimanere in vita, Tirrenia necessitava di sussidi e questi venivano puntualmente concessi tramite una procedura che è utilizzata anche nel trasporto aereo. Gli oneri di pubblico servizio sono “aiuti” concessi dallo Stato per aiutare a sviluppare il traffico per le zone svantaggiate territorialmente. Questi aiuti erano invece concessi a Tirrenia anche per delle tratte che potevano stare sul mercato e che venivano effettuate in concorrenza con operatori privati.

 

La stessa Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato aveva segnalato questa problematica il 13 luglio del 2009 per le tratte nel Golfo di Napoli, effettuate da Caremar (società regionale di Tirrenia). Gli oneri pubblici si trasformavano per magia in sussidi alla continuazione dell’operatività di Tirrenia, con grave danno per il funzionamento del mercato.

 

Nel corso dell’ultimo quinquennio il gruppo Tirrenia ha ricevuto oltre un miliardo di euro in contributi pubblici. La procedura di assegnazione delle tratte in servizio pubblico non è mai stata troppo trasparente ed è probabile che, se avesse vinto la cordata guidata dalla regione Sicilia, ci sarebbe stata una continuazione di questa procedura alquanto “oscura”.

 

PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO, CLICCA >> QUI SOTTO 

Anche in questo caso, lo Stato imprenditore si è rivelato ancora una volta inefficiente e di fronte all’apertura alla competizione ha agito come sempre. In un primo tempo ha cercato di mantenere in vita artificialmente Tirrenia tramite dei sussidi. Nonostante tali sussidi – o, forse, proprio per causa loro -l’inefficienza dell’azienda è stata cosi grande che la crisi non ha avuto uno sbocco differente dalla bancarotta.

 

Il punto interrogativo più grande è sul futuro di Tirrenia. Alcune parti dell’azienda sono ancora sane, mentre altre non possono reggere in un mercato concorrenziale. È molto probabile che si arrivi a uno spezzatino, mentre è certo che gran parte dei debiti dell’impresa saranno pagati (come al solito) dai contribuenti italiani. Se mai verrà fatta la good company di Tirrenia, questa dovrà essere messa all’asta e non dovranno essere commessi gli stessi errori del caso Alitalia.

 

Sarebbe molto meglio agire in tre fasi:
a) Mettere in liquidazione l’azienda
b) Le rotte profittevoli, che non hanno bisogno di sussidi, non dovrebbero essere più sussidiate.
c) Le tratte non profittevoli, che necessitano di oneri si servizi pubblici, dovrebbero essere messe all’asta in modo da minimizzare l’esborso da parte dello Stato.

 

Lo Stato imprenditore, così come gli imprenditori di Stato, sono due soluzioni molto lontane dal mercato che provocano perdite sicure per i contribuenti italiani.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori