SCENARIO/ Pelanda: siamo la prossima Grecia, alcune prove

- Carlo Pelanda

Il modello economico italiano, spiega CARLO PELANDA, deprime troppo la crescita. Non ci vorrà molto tempo perché il nostro paese arrivi a una situazione come quella della Grecia

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Foto Imagoeconomica

Mi sembra sia un buon momento per una riflessione di fondo che appare sempre più necessaria. In generale, ormai è evidente che il modello economico italiano deprime a tal punto la crescita da rendere probabile l’avvio di una tendenza di declino industriale e di impoverimento della nazione.

Negli ultimi due decenni analisti e commentatori hanno dibattuto sull’esistenza o meno del declino, le due parti ciascuna con qualche argomento, gli antideclinisti con più prove a favore pur registrando il difetto di crescita. Ora tale difetto è diventato così depressivo da rendere certo il declino nel futuro se l’Italia non cambierà modello economico al più presto.

Questa è la cattiva notizia. La buona è che se si inizia ora seriamente a cambiare il modello a favore di più crescita economica c’è ancora un’Italia sufficientemente ricca e industrialmente robusta per reggere le inevitabili tensioni del cambiamento. Quindi prima è meglio è.

Ma le democrazie tendono a cambiare solo quando il problema è talmente evidente da non lasciare alternative. Solo l’emergenza è in grado di fornire consenso al cambiamento di sistemi costruiti nel tempo e sostenuti da interessi che si oppongono al cambiamento stesso. Il declino italiano sta arrivando a questo punto di emergenza, come accaduto alla Grecia qualche mese fa?

Dalla stagnazione negli ultimi due decenni, l’Italia sta passando ora a una tendenza di decrescita strutturale, molto chiara nei dati, ma con un processo lento che la rende meno evidente nei fatti. Pertanto, e per fortuna, non avremo una catastrofe a breve perché l’impoverimento toccherà alcune parti del sistema, anno dopo anno, e non tutto in un colpo.

Ma poi, a un certo punto, il sistema indebolito andrà in crisi evidente alla prima turbolenza. Quando? Difficile prevederlo, ma non è lontano. Il debito non ridotto renderà vulnerabile l’Italia a una prossima crisi recessiva globale o finanziaria. Il sistema industriale non modernizzato, poco capitalizzato e carico di costi anomali potrebbe non reggere un’altra recessione di grandi dimensioni. E comunque non sta reggendo la sfida competitività da parte di altri sistemi economici.

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Si può dire che entro una decina d’anni potremmo avere uno di questi due macroproblemi, non trovare bilanciamenti, e pertanto subire una destabilizzazione strutturale. Ma anche senza eventi di particolare intensità l’economia italiana sta scivolando verso una progressiva deindustrializzazione per mancanza di sufficiente produttività dovuta a un modello che non ne favorisce il costante incremento.

 

Basterà il federalismo fiscale a invertire la tendenza? È un passo necessario, utile, soprattutto, a rafforzare le aree più economicamente forti del Paese che poi traineranno le altre, ma non basterà da solo. Inoltre andrà in vigore dopo il 2016, se verrà approvato: troppo tardi. Il progetto va accelerato e reso strumento per la riduzione delle tasse, cosa ancora ambigua. Bisogna, in particolare, rivedere i concetti base dello Stato sociale e riformarlo per dare più spazio all’impresa, all’impiego produttivo del capitale, alla crescita economica, riducendo le protezioni e i vincoli che soffocano il mercato.

 

Io mi auguro che il governo riesca a finire la legislatura perché altre elezioni, con le stesse offerte politiche del passato, in una situazione di debito insostenibile, crescita stagnante, disoccupazione elevata e produttività piatta non cambierebbero in meglio la situazione. Ma se poi continuerà a fare poco per riforme e crescita la situazione economica peggiorerà. Il dirlo e argomentarlo sui giornali spero dia un po’ più di responsabilità ai nostri politici.

 

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