UNICREDIT/ Ecco perché qualcuno vuole la testa di Profumo

- Marco Cobianchi

Se davvero oggi Alessandro Profumo lascerà il posto di Ad di Unicredit occorrerà capire chi lo ha fatto dimettere, perché e quali conseguenze la sua uscita potrà avere sul sistema bancario italiano. L’analisi a caldo di MARCO COBIANCHI

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Alessandro Profumo (Imagoeconomica)

Se davvero oggi Alessandro Profumo lascerà il posto di amministratore delegato di Unicredit occorrerà capire chi lo ha fatto dimettere, perché e quali conseguenze la sua uscita potrà avere sul sistema bancario italiano.

Primo: chi lo ha fatto dimettere. Quello della crescita della partecipazione dei libici nel capitale dell’Unicredit appare come un’ottima occasione per accusare Profumo della scarsa performance del titolo, del pessimo rapporto con i sindacati (erano in programma 4.700 esuberi in un clima di scontro), della diffidenza degli azionisti italiani ovvero delle Fondazioni bancarie che, dopo le ultime elezioni, si sono colorate di verde padano. Tutti sanno che i libici non hanno alcuna possibilità (né, probabilmente, la volontà) di salire con la loro partecipazione oltre il 10% nel capitale della banca. Questo è quanto annunciò il vicepresidente Bengdara in un’intervista di qualche anno fa.

E, d’altra parte, tutti sanno che la partecipazione nell’Unicredit è stata concordata a livello politico e l’unico “addebito” che si può addossare all’amministratore delegato è quello di non essersi opposto come gli azionisti forti avrebbero voluto, anche se non si capisce su quali basi avrebbe potuto farlo. E, soprattutto, non si capisce su quali basi giuridiche Profumo avrebbe dovuto avvertire il presidente Dieter Rampl dell’intenzione della Banca Centrale Libica e della Lybian Investment Authority di voler salire nel capitale, visto che se lo avesse fatto avrebbe violato le norme che impongono riservatezza sulle operazioni svolte dalla banca d’investimento dell’Unicredit (che ha materialmente compiuto l’operazione di acquisto dei titoli per i clienti libici). Strani questi banchieri che prima invocano le regole e poi si lamentano se qualcuno le rispetta.

Perché lo ha fatto dimettere. A Profumo Dieter Rampl, il presidente della banca, tedesco, ex leader della Hvb di Monaco acquistata nel 2005, attribuisce la responsabilità del calo del valore del titolo e della scarsa performance dei conti.

Il titolo Unicredit è passato da 2,8 di due anni fa a 1,9 della chiusura di ieri passando per lo 0,6 del febbraio 2009 (il titolo Intesa è passato da 3,8 a 2,4 in due anni). Un livello, quello di 0,6 euro, che avrebbe più che giustificato l’uscita di scena dello stratega di Piazza Cordusio. Invece dai minimi il titolo ha triplicato il proprio valore.

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Sui conti: la banca ha varato aumenti di capitale di una certa importanza che hanno anche mandato in fibrillazione alcuni suoi soci storici come le Fondazioni. Ma è stato il prezzo che Profumo ha deciso di pagare (d’accordo con l’assemblea dei soci, d’altra parte) per rifiutare i costosi Tremonti bond. In questo senso la performance del titolo va considerata tenendo presente dell’aumento di capitale di circa 4 miliardi realizzato all’inizio del 2010. I conti: l’ultima semestrale ha chiuso con un utile di 699 milioni di euro mentre nel trimestre l’utile è stato di “appena” 148 milioni invece dei 251 previsti dagli analisti che, però, per fine anno prevedono una crescita dell’utile netto a 1,84 miliardi di euro rispetto agli 1,7 dell’esercizio precedente. I crediti deteriorati e il “guaio” in Kazakhstan davvero valgono la testa dell’amministratore delegato? O c’è qualche cosa che il mercato dovrebbe sapere e non sa?

 

Che cosa succede ora. Dopo un periodo più o meno lungo di interregno di Rampl la banca dovrà trovare una propria guida. E già si fanno i nomi dei candidati. Il rischio che si può paventare è che il successore di Profumo non sia solo la legittima espressione delle aspettative dei soci (a proposito: e i libici potranno dire la loro?) ma che interpreti il proprio ruolo in modo meno indipendente di come lo ha interpretato Profumo. Il pericolo è quello di una scelta “al ribasso” orientando la scelta verso una persona che più che del bene della banca, che è di proseguire sulla via dell’internazionalizzazione, pensi ad accettare i diktat dei soci. Che potrebbero anche essere quelli di una ritirata dall’Europa della banca più internazionale d’Italia. Sarebbe un male perché se è vero che “il territorio” è il brodo di coltura di qualsiasi istituto di credito, è anche vero che in questa fase storica il fatto di non avere alcun istituto di credito seriamente orientato verso l’estero sarebbe un male per il paese.

 

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