FINANZA/ C’è un nuovo allarme debito che scuote l’Europa

- Mauro Bottarelli

Crescono i timori degli investitori, spiega MAURO BOTTARELLI, sul fatto che i paesi europei più inguaiati con il debito possano rimborsare i propri bond senza ricorrere a ristrutturazioni

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Foto Imagoeconomica

E tre! Dopo Peter Orszag e Christina Romer, ora anche Larry Summers, principale consigliere economico di Barack Obama, ringrazia e saluta: a novembre tornerà a insegnare ad Harvard. Difficile dar loro torto: da un lato la situazione appare sempre meno gestibile, dall’altro la scelta della Fed di dar vita a una nuova ondata di stimolo rischia di creare le condizioni della “bolla perfetta” di debito pubblico.

 

Anche perché nelle stanze della politica di Washington cominciano a circolare voci preoccupanti, filtrate ovviamente da New York: lo yuan cinese, infatti, potrebbe deprezzarsi ulteriormente più che apprezzarsi a causa della bolla del settore real estate cinese che starebbe per esplodere. La pensa così, almeno, Jim Chanos, fondatore dell’hedge fund Kynikos Associates, notoriamente protagonista di politica “da orso” verso la Cina.

Una bella scommessa, visto che da nove giorni a questa parte lo yuan si sta apprezzando contro il dollaro dopo le sparate congiunte di Barack Obama e Tim Geithner contro il mancato rispetto degli accordi monetari da parte di Pechino. «Pensiamo – dichiara a ilsussidiario.net Chanos – che ci sia una grossa bolla speculativa in Cina e questo potrebbe avere un effetto urto nei confronti di certe commodities e materiali. Non faccio mistero del fatto che noi come fondo siamo short su aziende di costruzione immobiliare e anche aziende che trattano materiali basici per l’edilizia».

Il problema è che oggi l’export netto non contribuisce più come prima alla crescita economica del paese e le autorità cinesi stanno prendendo in seria considerazione una nuova politica di stretta per quanto riguardo il mercato immobiliare. In questo quadro, quindi, il rischio è un deprezzamento dello yuan, ipotesi che rimetterebbe il turbo alle esportazioni, ma che creerebbe problemi insopportabili per gli Stati Uniti.

«Occorre mettersi ottime lenti quando si guarda ai dati macro offerti dalle autorità cinesi, perché ciò che vediamo è quasi sempre ciò che vogliono farci vedere. La loro unica preoccupazione ora è di correre sempre di più per mantenere quei numeri legati al Pil, questo è il problema. In Cina tutto è legato ai numeri, alla politica del salvare la faccia e questo anche perché rispetto all’Occidente in Cina non esiste libero mercato, la maggior parte delle attività economiche sono fatte attraverso imprese controllate dallo Stato e banche statali o semi-statali», prosegue Chanos.

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Attraverso la tentazione di una politica di stretta, la Cina si starebbe quindi preparando il terreno per un atterraggio morbido dall’esplosione della bolla, «il problema è che la storia ci insegna che normalmente gli avvenimenti si palesano in maniera più incontrollabile quando si va verso il basso, piuttosto che quando si cresce», conclude Chanos. Se a questo uniamo il fatto che la domanda per nuovi mutui immobiliari è scesa per la quarta settimana di fila negli Usa, -0,03 a quota 4,44%, nonostante i tassi fissi a livelli mai così bassi, allora capite che è la situazione macro a mandare segnali sconfortanti: ancora uno 0,1% di declino è arriveremo al record negativo del 1990.

 

Oltretutto, il guaio è rappresentato anche dal fatto che in vista della nuova politica di stimolo della Fed, l’oro sta puntando diretto verso i 1300 dollari l’oncia: ieri mattina la quotazione era di 1293,5, +1,51% in un giorno. Ma sui mercati non c’è appetito solo per il bene rifugio per antonomasia, anche i bond dei paesi periferici europei vanno a ruba (le aste degli ultimi giorni lo confermano) ma i rendimenti che i paesi sono costretti a pagare per finanziarsi sono insostenibilmente alti e, quindi, vedremo i paesi che emettono costretti a ristrutturare il loro debito. Insomma, cresce la paura riguardo la capacità di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna di ripagare il loro debito: «Quando paghi quasi quattro punti più del bund, sia te che io potremmo prendere a prestito del denaro», sentenzia Irwin Stelzer, direttore dell’Hudson Institute ed eminenza grigia negli Usa di Rupert Murdoch.

 

«Il problema è che sui mercati gli investitori stanno diventando sempre più nervosi riguardo la capacità di questi paesi di far fronte al loro debito, non vedo la possibilità di poter continuare su questa strada, con questi tassi di interesse, senza una qualche sorta di ristrutturazione. La matematica, d’altronde, è molto semplice: non si può andare avanti così», prosegue Stelzer.

 

Molto preoccupato al riguardo anche Par Magnusson, capo analista per il mercato nordico a RBS, secondo cui «ovviamente è abbastanza facile vendere bonds con rendimenti di quel genere, il problema è che prima o poi quel denaro devi ripagarlo. Per esempio, come diavolo può la Grecia ripagare un tasso di interesse dell’11% con il rapporto debito/Pil al 100%? Siamo a quota 12,5% del Pil soltanto in pagamento di interessi».

 

Che fare, quindi, visto che ad esempio la Grecia ha già beneficiato e sta beneficiando degli aiuti dello European Financial Stability Facility (EFSF), un fondo recentemente valutato con rating AAA dalle principale agenzie di valutazione? Per Stelzer, però, «l’EFSF non è grande come si pensava all’inizio e quindi non sarebbe in grado di aiutare le nazioni in crisi per un lungo periodo di tempo. Inoltre, chiunque ancora oggi guardi alle agenzie di rating come una sorta di guida o di valutatore di strumenti e mezzi, significa che non ha letto i giornali negli ultimi dieci anni».

 

Il guaio, da un certo punto di vista, è che la questione della ristrutturazione del debito da parte di alcuni paesi è stata messa nel dimenticatoio nel momento stesso in cui la Bce ha deciso di entrare nel mercato dei bonds e comprare obbligazioni sovrane, politica sufficiente a calmare artificialmente i mercati e non porre sotto esame la questione della ristrutturazione. Non la pensa così Magnusson, secondo cui «la Bce fa quello che può. Il problema sono i governi di quei paesi che stanno soltanto facendo rotolare in avanti la palla di neve, il problema è che così facendo prima o poi ci sarà la valanga».

 

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Già, prima o poi arriverà la valanga. Oppure la vendetta sovrana contro l’eccesso di speculazione creata ad arte dalle agenzie di rating e dalle banche d’affari: un haircut secco dei rendimenti del 30-40% in ossequio all’emergenza oppure la loro spalmatura su archi temporali più lunghi oppure ancora legislazioni punitive a livello di imposizione fiscale sulle obbligazioni. Certo la Bce non sarà contenta, visto che sono soprattutto le banche – tedesche in testa – a fare incetta di bonds sovrani in cerca di yields che fanno ingolosire ma tant’è: se ci sarà da scegliere tra un default a catena e la scornatura di qualche speculatore istituzionale, penso si propenderà per la seconda ipotesi. Perché se casca il castello di sabbia, soffocano tutti: chi prima, chi poi.

 

P.S. Agenzia Reuters, tarda mattinata di ieri: «Il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, sollecita le fondazioni bancarie azioniste di Unicredit a fare barriera contro una eventuale espansione dell’influenza tedesca sulla banca dopo l’addio dell’amministratore delegato Alessandro Profumo. In una apparente critica all’operato delle fondazioni, che sono anche espressione delle autorità politiche locali, Bossi osserva che Profumo è stato sfiduciato dal consiglio di amministrazione “al buio, senza avere un sostituto prima. Spero che le fondazioni non stiano con le mani in mano, che si organizzi una difesa. Penso che Giuseppe Guzzetti (presidente della Fondazione Cariplo e dell’associazione delle fondazioni bancarie Acri, ndr) sia in grado di organizzare qualcosa”, ha detto Bossi ai giornalisti a margine dei lavori della Camera. «Avevo paura che la Germania potesse mettere le mani sulla banca ma ho visto che non hanno i numeri. Se c’è un minimo di intelligenza da parte delle fondazioni non ce la possono fare».

 

Bene, ieri avevo detto che non intendevo esprimere il mio parere sull’affaire Profumo: ho cambiato idea. Sottoscrivo però ogni parola dell’editoriale di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera di ieri, perfetto e sintetico. Vi invito, però, a riflettere sulle parole del leader leghista, sufficienti di per sé a farvi capire cosa ci fosse veramente dietro alla sfiducia all’ex ad di Unicredit. Altro che quote libiche e malcontento dei bavaresi, i primi a dover tacere visto lo stato di salute di BayernLB e Hvb, acquistata proprio da Piazza Cordusio per salvarla dal fallimento. I timori di Giulio Tremonti per la dipartita di Alessandro Profumo sono tardivi, colpevoli e forse anche un po’ falsi: via XX Settembre ora si tenga stretti Luca Zaia e Flavio Tosi, veri capitani coraggiosi capaci di sbrogliare la matassa.

 

D’altronde, i leghisti la sanno lunga in fatto di economia e finanza: lo testimonia quel capolavoro ingiustamente dipinto come truffa che rispondeva al nome di Credieuronord… Volevate potere, posti e rendite di posizione per le vostre Fondazioni? Bravi, ora fatevi cannabalizzare da Monaco di Baviera, la quale certamente – in fase di piano di riorganizzazione, con circa 3mila esuberi già sul piatto – avrà certamente un occhio di riguardo per l’Italia, molto più dell’italiano Alessandro Profumo. Non a caso, da ieri mattina, nella City il titolo Unicredit è sulla lista “sell” dei principali fondi (altri lo hanno passato da “buy” a “neutral”).

 

Divertitevi ora, care Fondazioni, retaggio di un’Italia corporativa e feudale, le stesse che quando le scelte di Profumo portavano dividendi d’oro non hanno mai aperto bocca contro il loro amministratore delegato e le sue strategie aggressive di internazionalizzazione, salvo poi chiamarsi fuori dalle cash calls di ricapitalizzazione e divenire schizzinose portinaie dello stabile contro l’ingresso libico, destinato a portare quei soldi necessari a stabilizzarsi e ricreare nel medio termine i dividendi tanto amati in un passato recente.

 

Preferite Monaco e i suoi debiti a Tripoli e i suoi miliardi? I pazzi siete voi, non Alessandro Profumo: Barclays è praticamente una banca araba ma nessuno, in Gran Bretagna, pare preoccupato. Anzi. Pecunia non olet, soprattutto in vista di Basilea 3 e della nuova crisi del debito sovrano che sembra destinata a scatenarsi. Questa è una guerra politica e di potere, la golden share leghista sul governo è sempre più marcata: attenzione, la situazione politica – già dalla prossima settimana – potrebbe precipitare. E i cds tornare a impennarsi in maniera preoccupante.

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