FINANZA/ Le agenzie di rating tornano a terrorizzare l’Europa

- Mauro Bottarelli

Portogallo, Irlanda e Spagna vivono sul filo del rasoio, pronte a finire nel mirino delle agenzie di rating. L’Italia è chiamata a muoversi per dare segnali confortanti, come spiega MAURO BOTTARELLI, se non vuole trovarsi in brutte acque

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Foto Imagoeconomica

Ogni promessa è debito, oggi si parla d’Europa. Chi mi conosce e mi legge sa quale sia il mio giudizio riguardo le società di rating, quindi quanto sto per dire non dovrebbe trarre in inganno: questa volta, proprio tutti i torti i tagliatori di notch non li hanno, almeno riguardo Lisbona.

 

Aguas de Portugal, la società statale che gestisce le acque, infatti, non sembra aver percepito il fatto che il paese è in crisi nera, perennemente nel mirino dei mercati: due settimane fa, infatti, ha acquistato trentaquattro (34!) nuove auto, tutti ultimi modelli di Bmw, Renault e Citroen, per i suoi manager: è dovuto intervenire il governo, dicendo che passi per questa volta ma adesso basta shopping a spese dei contribuenti. Con un deficit al 9,4% che il governo intende portare al 2,8% entro il 2013, non si sa come, appare quantomeno insultante pensare al rinnovo del parco macchine di un’azienda statale: non si stupiscano, quindi, che le agenzie di rating picchino come martelli.

Tanto più che per cercare di tagliare il deficit, il governo non solo pensa di alzare le tasse e congelare i salari – i portoghesi ne saranno deliziati – ma anche di vendere le aziende da esso controllate, tra cui la punta di diamante rappresentata dalla Sociedade Portoguesa de Empreendimentos. Non a caso questo cosiddetto “National salvation budget” e l’appello del presidente, Cavaco Silva, all’opposizione affinché lo voti senza dar vita a ostruzionismi, ha permesso al rendimento dei bonds portoghesi di calare di 15 punti base al 6,5%: poco, molto poco visto che quei rendimenti ancora alti sono sostanzialmente cedole da staccare e ulteriore debito che si crea. Tant’è, per qualcuno è sufficiente a sorridere. Speriamo.

Spread in ribasso anche per i bonds irlandesi, dopo però aver toccato il record a 440 punti base, nonostante Standard&Poor’s abbia detto a chiare lettere che il salvataggio di Anglo Irish Bank costerà alle casse di Dublino ben più dei 23 miliardi di euro preventivati, sfondando addirittura quota 35 miliardi. Per Trevor Cullinan, analista di S&P, se la situazione della banca evolverà secondo questo scenario, un possibile nuovo downgrading sarà automatico: lo scorso agosto l’agenzia aveva già abbassato il rating di Dublino ad AA-. Il governo oggi presenterà il piano per Anglo Irish Bank, si spera fornendo anche le cifre: solo a questo punto sapremo se i mercati potranno respirare e i rendimenti scendere in maniera strutturale e non spot.

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Chi continua ad aver dubbi sulla situazione del debito nelle aree periferiche dell’eurozona è invece Bnp Paribas, i cui analisti definiscono il quadro «molto pericoloso», soprattutto dopo il “nein” secco della Merkel alla trasformazione del piano di salvataggio dell’Ue da 440 miliardi di euro in un fondo permanente, richiesta avanzata ieri dalle colonne del Financial Times anche da quattro famosi economisti, tra cui l’italiano Tommaso Padoa-Schioppa. Inoltre, il fatto che lunedì Moody’s abbia raggelato il mercato degradando di tre notches il debito di Anglo Irish Bank a Baa3, la soglia della spazzatura, non depone a favore di un atteggiamento responsabile da parte delle “tre sorelle” in questa fase così delicata: i funzionari irlandesi hanno negato qualsiasi ipotesi di haircut su questa categoria di debito, nei fatti però vista come sacrosanta.

 

Dall’inizio della crisi nessun detentore di bonds ha fronteggiato il defualt sul senior debt di banche in America e in Europa: c’è sempre una prima volta, si fanno sfuggire dalle agenzie di rating. Se così sarà, allora dovremo affrontare un evento spartiacque sui mercati. A mio avviso l’Irlanda, con ulteriori sacrifici e un haircut netto e inevitabile su quei bonds, potrebbe essere in grado di far fronte alla situazione e non dover ristrutturare il suo debito, ma è chiaro che se le agenzie di rating proseguiranno nella loro azione di destabilizzazione a orologeria, il tutto si renderà molto più complicato.

 

Serve un’agenzia di rating indipendente europea, ora più che mai: quanto ci vorrà prima che i politici e i regolatori dell’Ue lo capiscano? Ci sarà bisogno di un default e un aggravarsi della crisi per fargli aprire gli occhi? Speriamo di no, ma i fronti di instabilità nei periferici sono tanti, troppi. Oltre a Portogallo e Irlanda, infatti, anche la Spagna paga un pesante scotto alla crisi e al debito fuori controllo. Nei giorni in cui José Zapatero conosce il primo sciopero generale della sua leadership in contrasto alle misure di austerity imposte dal governo, Moody’s si prepara al più che probabile declassamento del credit rating spagnolo, AAA dal 2001: a confermarlo, un panel di investitori internazionali – che insieme gestiscono portafogli per 700 miliardi di dollari – interpellati dal ramo di investment advising dell’agenzia di rating.

 

Cinque su otto di loro predicono un declassamento di un notch a Aa1 mentre gli altri tre pronosticano un tagli di due notches a Aa2: una cosa è certa, da New York filtrano indiscrezioni riguardo il fatto che il downgrade sarebbe questione se non di ore, di giorni visto che il 30 giugno scorso l’agenzia aveva messo sotto revisione il debito spagnolo dicendo che i risultati sarebbero giunti dopo circa tre mesi. Per Moody’s, d’altronde, alla Spagna serviranno diversi anni per riprendersi dall’esplosione della bolla immobiliare e prevede una crescita del Pil poco superiore all’1% da qui al 2014: il giudizio dell’agenzia è di grande importanza, perché un declassamento di un notch porterebbe il rating di Moody’s al pari di quello di Fitch, mentre due notches appaierebbero Moody’s al giudizio di Standard&Poor’s sulla penisola iberica.

 

Per Andrew Ball, gestore portafogli europei alla sede londinese di Pacific Investmente Management Company, «con condizioni di mercato così instabili, un downgrade di due notches avrebbe un impatto serio. Noi teniamo sempre un occhio aperto su quanto fanno le agenzie di rating, a volte come un indicatore, a volte come un qualcosa di più importante in termini di sentiment del mercato».

 

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I rendimenti dei bonds decennali spagnoli sono scesi al 4,23% dal 4,56% della fine di giugno, sia per i risultati degli stress tests che hanno evidenziato come le banche iberiche necessitino di meno di 1,8 miliardi di euro di nuova capitalizzazione (una bugia colossale certificata dai criteri ridicoli e truffaldini di quei tests, Core Tier 1 in testa), sia per le misure draconiane di budget imposte dal governo: se arriverà il downgrade e la spallata dei sindacati innescherà nuove tensioni sociali, tali da costringere il governo ad allargare i cordoni della borsa, per la Spagna rischiano di essere guai, ben peggiori di quelli di Portogallo e Irlanda.

 

Anche perché la Spagna è strutturalmente più fragile delle altre sorelle in disgrazia: Madrid è cresciuta solo dello 0,2% nel secondo trimestre e dello 0,1% nei primi tre mesi dell’anno, mentre il tasso di disoccupazione è sempre rimasto sopra il 20%, il più alto dell’eurozona. L’economia quest’anno si contrarrà dello 0,4%, prima di crescere dello 0,5% nel 2011 e dell’1,4% nel 2012, almeno stando al giudizio medio degli economisti interpellati sulla questione da Bloomberg. Chi vede meno nero è Toby Nangle, direttore dell’asset allocation alla Baring Asset Management di Londra, secondo cui «il debito spagnolo potrebbe avere una risposta muta, ovvero poco traumatica, all’eventuale downfrade visto che Moody’s ha reso note le sue intenzioni in anticipo e non da un giorno all’altro. Nei casi come questo di downgrade annunciato, la price action tende a concretizzarsi all’80% prima della decisione. All’atto della notizia, interviene un altro 20% di impatto».

 

Di buono c’è poi il fatto che le banche spagnole stanno prendendo a prestito meno dalla Bce, un taglio del 3,5% di asset in agosto rispetto al 4,1% di luglio, stando ai calcoli di ING Group, mentre le banche irlandesi hanno aumentato le loro liabilities al 5,7% di assets dal 5,4% e quelle portoghesi sono rimaste ferme all’8,8%. Ad alleggerire inoltre la pressione nei confronti di un eventuale downgrade, c’è poi un’altra condizione: per Robin Marshall, gestore di investimento su fixed-income per 20 miliardi di dollari alla Smith&Williamson Investment Management di Londra, infatti, «di fatto la Spagna è stata trattata come una nazione AA sul debito dai mercati già da tempo. I mercati vedono più lungo delle agenzie di rating e hanno avuto ragione nel loro trattamento della Spagna, posizionata come margine di rischio sul rating all’Italia e lontana da Spagna e Portogallo». Insomma, la situazione è grave, ma se qualche “manina del mercato” non ci si metterà d’impegno, probabilmente i danni e i costi saranno meno catastrofici di quanto sembrasse: gravissimi ma non catastrofici.

 

E l’Italia? Nonostante l’asta di bond triennali e decennali dell’altro giorno sia stata un successo, il costo italiano per prendere denaro a prestito è salito come reazione degli investitori alla capacità dei paesi periferici di tagliare i loro deficit: per detenere il loro debito, servono rendimenti più alti. Quindi, 2,21% per i triennali contro il 2,07% dell’asta del 30 agosto e 3,9% per i decennali contro il 3,81% dell’asta precedente. Colpa del debito certo, ma anche dell’instabilità politica, lungi dall’essere conclusa dopo la pantomima di ieri alla Camera.

 

Per Marco Annunziata, capo economista di Unicredit Group a Londra, «se Berlusconi si fosse dimesso avremmo osservato un ampliamento di alcuni spread, visto che gli investitori si sarebbero reimpostati su un nuovo scenario politico e su prospettive di politica fiscale, ma la mossa sarebbe stata moderata e temporanea». Insomma, stiamo meglio di altri a livello di deficit – non di debito pubblico, però – ma non cresciamo e abbiamo un tasso di disoccupazione giovanile impressionante: dopo la manfrina di ieri, speriamo che seguano i fatti.

 

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Subito il ministro per lo Sviluppo economico (nominare non uno “yes man” che fino a ieri ha fatto il notaio o il dentista sarebbe gradito), la nomina del presidente della Consob, una politica fiscale da riformare, pressione sulle banche affinché riattivino il credito verso cittadini e piccole e medie aziende e, soprattutto, taglio netto degli sprechi per finanziare investimenti e abbassare le tasse: via il carrozzone delle province, no a quel pozzo di debito che già si prospetta essere la Banca del Mezzogiorno (l’unica nota positiva dell’addio di Alessandro Profumo è proprio l’aver complicato l’operazione) e sblocco immediato dei fondi relativi alle grandi infrastrutture già cantierabili (almeno 5 o 6 progetti), per i quali, dal mondo delle imprese, arrivano segnali di lentezza ossessiva.

 

Tutti i torti, in tal senso, Emma Marceglia non li ha. Anzi, ha tutte le ragioni del mondo. Giulio Tremonti se ne faccia una ragione, il tempo del rigore assoluto è finito.

 

P.S. Stando agli indicatori tecnici utilizzati da Dennis Slothower, uno dei più noti analisti tecnici del mondo (in effetti in grado di anticipare il disastro del 2008), oggi avrà inizio il collasso azionario negli Usa, frutto di mesi e mesi di manipolazione del mercato garantita dal denaro stampato in cantina dalla Fed e pompato nel sistema.

 

Non aspettatevi un -9%, come accaduto per il flash crash a Wall Street, ma teniamo sotto controllo l’evolversi della situazione, anche graficamente. Slothower sarà anche un catastrofista (per molti lettori lo sono anch’io, salvo poi dovermi dare ragione), ma ci prende quasi sempre. Se poi pensiamo al fatto che in agosto è risuonato due volte l’Hindenburg Omen, che prevede i crash azionari con 130 giorni di anticipo, c’è da tenere le dita bene incrociate.

 

D’altronde, che i cosiddetti regolatori abbiano creato artificialmente un rally fasullo è sotto gli occhi di tutti, se questa bolla esploderà concretizzando un collasso non è preventivabile. Certamente, una bella correzione è in arrivo.

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