LETTERA/ Senza visione strategica il futuro dell’Italia sarà solo un sogno

- Gabriele Grecchi

«Ho fatto un sogno: ho intravisto il nostro Paese come sarà tra cinque anni. Forse si trattava soltanto di un patriottico miraggio?» Saremo capaci di un nuovo Rinascimento? Se lo chiede GABRIELE GRECCHI

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Raffaello, La Scuola di Atene (1509-11)

Caro direttore,

Ho fatto un sogno: ho intravisto il nostro Paese come sarà tra cinque anni. Forse si trattava soltanto di un patriottico miraggio, ma nel sogno c’erano comunque uomini da tutto il mondo che mi parlavano dell’Italia come del Paese delle opportunità: tutti volevano visitarla, e non più solo per le sue bellezze naturali e artistiche. Dall’Africa e dall’Asia, dall’ America del Nord e dall’America Latina, dall’Oceania e dal Medio Oriente, tutti desideravano poter arrivare nel nostro Paese per realizzare i propri sogni e le proprie ambizioni. E quelli che arrivavano ai nostri aeroporti e ai nostri porti non erano disperati, bensì erano donne e uomini di buona volontà e innamorati del nostro Paese avendolo anche soltanto visto in cartolina, pronti a donare la loro vita se fossero stati «adottati».

Un luogo dove non era possibile incontrare corporazioni o lobby di potere che limitassero l’iniziativa di imprenditori vivaci e dotati di quella capacità di vedere il mondo capovolto, fuori dagli schemi, per offrire nuove soluzioni a problemi vecchi, anticipandone anche alcune per quelli nuovi. Perché le logiche di potere non esistevano, non erano concepibili ed erano disincentivate da una fortissima e responsabile coscienza civica. Ciò che vinceva erano soltanto l’intelligenza e l’intraprendenza. Non c’era spazio per raccomandazioni o ingiustificabili favoritismi. Era un Paese dotato di numerosissimi distretti tecnologici e di conoscenza, dove le università e le imprese erano tanto integrate tra di loro da attirare brillanti menti anche dai Paesi emergenti, interessate a far fruttare la propria intelligenza in un contesto quasi rinascimentale.

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Al Sud si sfruttavano le favorevoli condizioni climatiche per ingegnare nuove tecnologie nel settore delle energie rinnovabili, al Centro si progrediva a velocità spedita nel campo della bioingegneria, con incredibili innovazioni nella soluzione ai problemi di mobilità di persone disabili. Al Nord si sviluppavano strumenti e risorse per l’incubazione di idee imprenditoriali legate al mondo della creatività, dell’arte e del turismo, favorendo un ulteriore progresso armonico delle incredibili risorse del nostro Paese. L’Italia del mio sogno era un luogo dove i cittadini correvano in competizione tra di loro per essere i migliori, i più preparati, i più smart, i più generosi, i più altruisti: la meritocrazia e l’onestà erano gli unici reali poteri in grado di far avanzare o indietreggiare la carriera di una persona, perché solo i migliori e i più onesti potevano portare il Paese a sfondare nuove barriere, superando soglie ritenute prima irraggiungibili, nel rispetto del dissenso e della libertà altrui.

E costoro avevano la responsabilità di agire e di portare con sé anche chi non ce la poteva fare da solo. Come un fratello maggiore nei confronti dei fratelli minori, i più capaci riuscivano a stimolare la curiosità e l’intraprendenza dei più pigri, creando un circolo virtuoso di imitazione positiva, dove l’onestà intellettuale e un innato senso etico facevano da comun denominatore. E il contesto era imperniato di pragmatismo e di una cultura di pace senza eguali nel resto del mondo: la concretezza dell’agire degli italiani era invidiata da anglosassoni e cinesi, da brasiliani e iraniani.

 

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La nostra capacità di saper offrire fiducia e una sponda pacifica per dirimere questioni spinose ci aveva regalato un posto importante all’interno dello scacchiere internazionale, meritandoci l’appellativo di «portatori di pace». La nostra razionalità, la creatività e lo spirito di sacrificio erano state ereditate da una storia millenaria costellata di errori e di evoluzioni da cui il nostro Paese era riuscito a trarre lezioni importantissime. Ma dov’era la fonte di così tanto successo del nostro popolo? Era nel rispetto delle poche e semplici regole della Legge – tanto chiare e condivisibili da essere subito adottate con fervore anche da quanti giungevano nel nostro Paese da luoghi remoti e ancora arretrati – e in una profonda consapevolezza che gli investimenti in educazione e in progresso tecnologico ci avrebbero garantito dividendi futuri per innumerevoli generazioni.

È forse questo un sogno irrealizzabile? Non credo, benché lo scetticismo possa cogliere soprattutto le anime più «vissute». L’Italia è stata al centro del Rinascimento tanti secoli fa, ormai così lontani nella nostra memoria da farci desistere in un qualsiasi tentativo d’imitazione. Ma un Nuovo Rinascimento Italiano è alle porte, perché questo è il futuro che le giovani donne e i giovani uomini vogliono e possono desiderare. Non c’è bisogno di rivoluzioni per sbloccare la situazione, bensì la buona volontà di persone eticamente oneste, patriottiche, consapevoli della limitatezza di questo mondo. L’Italia è stata per troppo tempo soggiogata da atteggiamenti populisti e da una odiosa mancanza di visione strategica: rispondere alle necessità di breve termine, alle emergenze, è stato per troppo tempo l’elemento caratterizzante la nostra classe politica. Ora l’Italia ha bisogno di noi, di quelle giovani donne e di quei giovani uomini che vogliono realizzare un sogno e che sperano di poterlo concretizzare già nei prossimi cinque anni, in un Nuovo Rinascimento Italiano.
 

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