FINANZA/ Gli “europeisti” dell’Ecofin? Aiutano le banche e penalizzano l’Italia

- Sergio Luciano

L’Ecofin ha dato il via martedì alla prima forma strutturata di coordinamento delle politiche economico-finanziarie degli Stati membri. Luci e ombre secondo SERGIO LUCIANO

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Una seduta di Ecofin, il consiglio dei ministri economici e finanziari europei

Il consiglio dei ministri economici e finanziari europei – l’Ecofin – dando il via, martedì, alla prima forma strutturata di coordinamento delle politiche economico-finanziarie degli Stati membri, ha fatto un deciso passo avanti in direzione del progressivo superamento della sovranità nazionale sulla gestione dei conti statali. Come questo passo avanti sia compatibile con una parcellizzazione dei centri decisionali di entrata e di spesa quale sarebbe prevista dal disegno di legge italiano per il federalismo non è facile a capirsi e sarà ben difficile a farsi…

D’altronde, il caso-Grecia e il rischio-Spagna – oltre alle carsiche per quanto infondate paure di Francia e Germania sullo stato di salute finanziaria di Portogallo, Irlanda, Belgio e anche Italia – hanno creato il terreno ideale per questo scenario di accentramento decisionale, tanto più inquietante perché varato in assenza di una qualsiasi forma di reale coordinamento politico dell’Unione, vista la debolezza del Parlamento europeo.

Nei fatti, si sa che per ora il cosiddetto “Semestre europeo” sarà soltanto un meccanismo di monitoraggio tra Stati membri, con l’intento di coordinare le politiche economiche e le riforme strutturali dei paesi dell’Unione. A partire dal 2011, in teoria, episodi improvvisi come lo sfiorato crack della Grecia non dovrebbero più accadere. Ogni anno, a marzo, sulla base di un rapporto della Commissione, il Consiglio europeo individuerà per ciascun Paese le principali sfide economiche, emanando delle raccomandazioni generali sulle politiche da seguire, sulla cui base ad aprile i singoli paesi dovranno reimpostare i programmi di stabilità e di riforme nazionali nel campo di aree come occupazione e “inclusione sociale”.

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Ulteriori raccomandazioni arriveranno poi dal Consiglio entro luglio e i singoli Paesi stenderanno le loro Finanziarie alla luce di tutto questo lavorio di preparazione. Quale spazio resterà per le contrattazioni economiche nazionali, e ancor più per quelle regionali? Ben poco, a lume di logica. Il “vincolo estero” sarà preponderante.

 

Ma non basta: l’intesa dell’Ecofin introduce anche tre nuove autorità di controllo a livello europeo, strutture ridondanti rispetto a quelle nazionali, che dovranno monitorare i settori dei mercati finanziari, delle banche e delle assicurazioni. Insomma, si stanno ponendo le premesse per un’ulteriore integrazione istituzionale economica europea, nell’assenza di qualunque sintomo di progresso per l’integrazione politica. E che il deficit di politica sia acuto lo conferma il mancato accordo sull’unico punto operativo e immediatamente politico dell’ordine del giorno dell’Ecofin, cioè il varo di una tassa sulle banche, caldeggiata dal fronte franco-tedesco e dal presidente della Commissione Europea, Josè Manuel Barroso: “Difendo la tassazione delle attività finanziarie e il prossimo autunno presenteremo una proposta”, ha tuonato.

 

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Ma intanto i Paesi membri si sono confermati più che mai divisi e per ora non se n’è fatto niente. Tassare le banche significa veramente disturbare il manovratore, ed è chiaro che su un punto così dirimente l’accordo politico non c’è. Ma sarà un bene o un male, per l’Italia, il rafforzarsi del “vincolo estero” sulla nostra politica economica?

 

Comunque si riveli, e comunque lo si voglia interpretare, sarà una sconfitta in più, visto che dopo otto anni dall’avvento dell’euro una maggior credibilità degli Stati più deboli – quindi non solo l’Italia ma anche il nostro Paese in questo gruppo – avrebbe potuto permettere non tanto di arrestare il cammino dell’integrazione delle politiche economiche, che sono già di fatto integrate dalla condivisione della valuta, quanto di imporne un sincronismo con l’integrazione politica e quindi condizionare questa nuova tornata di strumentazione comunitaria sulla politica economica alla contestuale ripresa del cammino della Costituzione europea, la famosa e ormai abbandonata Carta di Nizza.

 

Per finire con una zoomata sulle nostre povere cose, è evidente che l’unico politico italiano a uscire più forte dalle ultime decisioni Ecofin è il nostro ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che si conferma sempre più come il vero rappresentante dell’Italia su quei tavoli internazionali dove si decidono i famosi “saldi” macroeconomici che diventano poi le forche caudine sotto le quali ogni provvedimento di politica economica nazionale deve transitare. Bravo Tremonti, dunque, peccato che anche lui sia più un economista che un politico.

 

 

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