FINANZA/ “Troppo grandi per fallire”? Forse ora tocca a Citigroup…

- Mauro Bottarelli

Alla scarsa credibilità sia delle banche che dei regolatori si aggiungono altri elementi di preoccupazione, come il recente crollo dell’export tedesco. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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La buonanima di mio padre mi ripeteva sempre che le bugie hanno le gambe corte. Detto fatto, anche la pantomima degli stress test – che contestiamo nel merito ormai da settimane – è crollata come un castello di sabbia. L’altro giorno la denuncia al riguardo del Wall Street Journal ha affossato i titoli bancari in Europa come negli Usa, trascinando al ribasso gli indici e facendo tornare di drammatica attualità la situazione di Citigroup, ancora in lotta con il punto di resistenza della prezzatura del titolo sotto pesante attacco di short: per molti analisti la prossima “too big to fail” a raggiungere Lehman potrebbe essere proprio lei.

D’altronde, cari lettori, come fidarsi e come orientarsi in un mondo in cui sia le banche che i regolatori chiamati a metterle sotto stress dicono bugie: non contabilizzano le posizioni short da coprire, non danno evidenze reali sulle esposizioni sovrane, mettono a bilancio assets assolutamente inutili in una situazione di stress. Lo diciamo da almeno due settimane, in tutte le lingue e lo abbiamo ripetuto anche martedì. Ora che in contemporanea lo ha certificato anche il Wall Street Journal e non solo Ilsussiadiario.net e quel catastrofista del sottoscritto, forse, la gente comincerà a crederci. E a vedere le banche e le istituzioni Ue per ciò che sono.

La Core Tier 1 ratio delle principali banche europee, tutte promosse tranne nove avendo superato l’asticella del 6, non supera in realtà l’1,7-1,9 per cento. Di più, i veri stress test che stanno conducendo le aziende private e che l’Ue sarà costretta a mettere in cantiere se non vorrà vedere concretizzarsi una sell-off pericolosissima dei titoli bancari, dovrà infatti prevedere il livello di 9 per la Core Tier 1, ovvero il 6 di prammatica più un 3 per cento denominato di “riserva cuscinetto” in caso di worst case scenario. La realtà, piaccia o non piaccia ai banchieri e ai cosiddetti regolatori, è questa. Punto.

Ma non solo le banche e la Borsa ci danno dei grattacapi e prefigurano un ulteriore periodo di difficoltà, anche i dati macro che il mese scorso avevo fatto stappare lo champagne a Jean-Claude Trichet. L’indice degli ordinativi industriali tedeschi, infatti, è sceso inaspettatamente del 2,2 per cento rispetto al dato di giugno, segno di un ripresa lentissima nell’eurozona e del fatto che il boom dell’export di Berlino ha già perso il suo momentum: quando noi parlavamo di contingenze favorevoli e non di crescita solida e strutturale venivamo tacciati di miopia pessimistica. Ecco a voi il responso dell’oculista del mercati!

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Lo sperato decouple tedesco rispetto alla situazione dell’economia globale era solo un sogno della signora Merkel, alla quale ora converrà stare con gli occhi bene aperti visto che in luglio, dopo tre mesi di crescita, anche l’export è sceso dell’1,5 per cento da giugno. Un dato di normalizzazione dopo un trimestre turbo, certo ma che se inserito in un contesto europeo a forte rischio recessivo da qui a fine anno potrebbe accelerare il processo di Ue a due velocità, visto che per reggere il peso di un’unione da tenere insieme a tutti i costi la Germania dovrebbe accettare un periodo nemmeno troppo breve di inflazione al 5 per cento.

 

Chi ha già perso il sonno, sono invece i mille dipendenti della Johnny Walker in Scozia, licenziati dalla sera alla mattina (e se si licenzia nell’industria del whisky proprio nella sua patria natia, c’è poco da stare allegri) e in cui potrebbero cascare presto i 10mila dipendenti di Connaught, azienda legata al settore immobiliare, che ieri ha bloccato la trattazione del suo titolo sull’indice Ftse 100 della Borsa di Londra e che ha detto a chiare lettere di essere sull’orlo del collasso. Insomma, è "main street" a piangere, non i "fat cats" della City. E questa realtà porta con sé un rischio enorme non calcolabile da analisti e indici: quello di instabilità sociale.

 

Anzi, nel caso della Grecia, addirittura di “guerra civile” per usare le parole esatte pronunciate dal direttore del prestigioso IFO Institute di Monaco, il professor Hans-Werner Sinn, al Workshop Ambrosetti di Cernobbio. Per Sinn, «questa tragedia non ha una soluzione. La politica di "svalutazione interna" forzata, la deflazione e la depressione potrebbero portare con sé il rischio di una Grecia in bilico verso un clima da guerra civile. E’ impossibile tagliare gli stipendi e i prezzi del 30 per cento senza mettere in preventivo scontri di piazza. Si sarebbe dovuto lasciar andare la Grecia in bancarotta senza misure di salvataggio. Tutte le altre alternative sono terribili ma la meno peggio era quella di vedere quel paese fuori dall’eurozona, anche se questo avrebbe distrutto le banche greche. La Grecia avrebbe dovuto andare in default nel periodo tra il 28 aprile e il 7 maggio, senza vedersi promettere denaro dall’Ue».

 

Ma, soprattutto, il fatto di non prevedere nel piano di salvataggio un haircut per le banche, si è trasformato in un invito per le stesse al moral hazard, la madre di tutte le cause di questa crisi. Per Sinn, «dovrebbe esserci una procedura di quasi insolvenza per le nazioni. I creditori devono accettare un haircut prima che un solo centesimo arrivi nei piani di salvataggio, altrimenti non avremo mai una disciplina del debito nell’eurozona. Siamo onesti, oggi siamo in pieno nella seconda ondata di crisi greca». In effetti, c’è poco da dar torto al cattedratico tedesco.

 

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Nonostante gli ulteriori 80 miliardi di euro di nuovi prestiti al 5 per cento e i 30 offerti dell’Fmi, l’azione di sollievo dalla bufera dei mercati appare già finita come certifica lo spread sul debito governativo a lungo termine, tornato ai livelli della crisi con circa 800 punti base, dato che implica un alto rischio di default. Guarda caso, ieri il servizio statistico greco (Elstat) ha rivisto al ribasso anche la stima di crescita del secondo trimestre ellenico anno-su-anno, con un contrazione fino a giugno che ha toccato quota -3,7 contro il 3,5 preventivato mentre mese-su-mese la contrazione è stata del -1,8 contro l’1,5 stimato. Inoltre, tanto per unire danno alla beffa, la Grecia a tutt’ora non ha reso noto ai regolatori – in questo caso l’Ue – i dettagli completi delle operazioni finanziarie segrete poste in essere per cercare di tamponare la crisi del debito prima del rischio default dello scorso maggio.

 

A confermarlo ci ha pensato ieri Walter Radermacher, capo dell’agenzia di statistica Ue, Eurostat, secondo cui «ad oggi nessuno ha potuto visionare i documenti reali ma bisogna essere molto chiari con Atene e la sua logica passata di contratti opachi: ora siamo in una nuova era». Tanto più che la Grecia, profumatamente salvata a spese dei contribuenti Ue, è l’unico paese membro ad aver apertamente mentito rispetto l’uso di complessi contratti swap, visto che nel 2008 Eurostat chiese chiarimenti a tutti per compilare un report.

 

E tanto per restare in Europa e al blocco di debito che la fa tremare, oggi più di ieri, la decisione irlandese di estendere le garanzie sul sistema bancario e sui depositi ha fatto toccare allo spread sui decennali livelli mai conosciuti. D’altronde lo schema governativo di garanzia Nama aveva preventivato profitti per 2,4 miliardi di euro, mentre ora si parla chiaramente di perdite: una situazione che potrebbe vedere Anglo Irish Bank divenire l’agnello sacrificale per evitare un pericoloso effetto domino. Chiude il cerchio il Portogallo, paese che ieri ha consentito alle Borse – ancora deboli in apertura per le difficoltà del settore bancario – di virare in positivo a metà seduta grazie al successo dell’asta di bond lusitani per circa un miliardo di euro (661 milioni a scadenza 2013 e 378 a scadenza 2021), andata a gonfie vele e con richieste doppie rispetto all’emissione, mentre l’emissione di giugno registrò una bid-to-cover ratio del 2,4.

 

Evviva, c’è appetito per le obbligazioni periferiche, buon segno! Insomma. Per piazzare i suoi bond, infatti, Lisbona pagherà rendimenti del 4,086 per cento per i biennali rispetto al 3,597 della scorsa asta del 9 giugno e del 5,973 per i decennali contro il 4,171 dell’asta dello scorso 10 marzo: non a caso sei mesi fa la bid-to-cover ratio fu dell’1,6 per cento contro il 2,6 di ieri. Quei rendimenti vanno ripagati e oggi, nei fatti, creano solo nuovo debito: lungi dal pensare ad un rischio insolvenza, c’è invece la possibilità che – in nome dell’emergenza – Lisbona decida di applicare un haircut del 20-30 per cento sui rendimenti oppure di imporre una tassa sulle obbligazioni o ancora una futura poison pill al fine di facilitare la collocazione solo presso soggetti istituzionali per evitare un bagno di sangue finanziario. Non a caso, esistono i cds. Di cui gli investitori stanno facendo incetta. E quelli portoghesi, proprio ieri, hanno visto un aumento del 10,84 per cento a quota 329,2 punti base. Auguroni.

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