FINANZA/ 1. C’è un piano che può mettere l’Europa nei guai

- Mauro Bottarelli

L’Unione Europea si prepara a discutere una legge sul sistema finanziario che, spiega MAURO BOTTARELLI, porterebbe più danni che benefici

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Foto Ansa

Oplà, il Portogallo è andato! Avanti il prossimo! I mercati sono certi: Lisbona chiederà aiuto a Ue e Fmi entro questa settimana e in ambienti tedeschi già si quantifica tra i 60 e gli 80 miliardi di euro il supporto finanziario necessario a stabilizzare i conti del paese lusitano (dopo i 110 garantiti alla Grecia e gli 85 all’Irlanda): si sarebbero già tenuti colloqui informali e la Gran Bretagna avrebbe detto sì al pagamento di una piccola porzione del fondo di salvataggio (il salasso irlandese è stato pesante per le casse del Treasury in periodo di austerity).

Detto fatto, i rendimenti delle obbligazioni periferiche sono schizzati alle stelle, proprio all’inizio di una settimana fondamentale poiché piena zeppa di aste di bond, oggi in Grecia per un controvalore di 1,5 miliardi di euro in treasury bills semestrali, domani in Portogallo, poi in Spagna, Irlanda e Italia. Gli yields portoghesi decennali sono schizzati sopra il 7%, mentre quelli greci hanno conosciuto ieri il dato monstre di oltre 1001 punti base di spread verso il Bund tedesco: in salita anche i rendimenti delle obbligazioni spagnole, italiane e belghe, queste ultime colpite dalla perdurante incertezza politica interna che ha portato lo spread di rendimento del decennale verso il Bund salire di 15 punti base a quota 141.

Da settimane dico che l’unica speranza per bloccare il domino era puntellare i periferici più grandi acquistando in massa ma una tantum bond spagnoli e italiani per disarmare la speculazione: lo ha fatto, per quanto riguarda le obbligazioni iberiche, la Cina mentre la Bce dorme e osserva la comune casa europea andare a fuoco. Non ha dormito, invece, il Commissario Ue al mercato interno, Michael Barnier che, come da noi anticipato la scorsa settimana, ha presentato ufficiosamente la bozza del nuovo documento di regolamentazione bancaria, eufemisticamente definito “di consultazione”, circolato in ambienti londinesi già venerdì mattina e certamente non in grado di rendere euforici i mercati.

Da Bruxelles, infatti, è pronto a entrare in vigore il “Framework for Bank Recovery and Resolution”, di fatto l’embrione di una legge comunitaria vincolante che ricalca pedissequamente la draconiana cura imposta in Scandinavia per risolvere la crisi bancaria dei primi anni Novanta. L’obiettivo è quello di «porre fine al modello di moral hazard e della sottovalutazione del rischio che ha generato i timori riguardo il debito dell’Europa». Cosa sia il moral hazard, caposaldo dell’ubriacatura finanziaria pre e post-Lehman, è presto detto: l’azzardo morale è il processo in base al quale un operatore finanziario (ad esempio, una banca) agisce rischiosamente sul mercato perché è consapevole che ci sarà sempre un soggetto terzo che coprirà eventuali perdite (ad esempio, la Banca centrale o lo Stato).

Insomma, basta con le vecchie abitudini. Tanto più che Michael Barnier, commissario per il Mercato interno dell’Ue, ha dichiarato chiaro e tondo che «le banche falliranno nel futuro e devono essere in grado di farlo senza far collassare l’intero sistema finanziario», rendendo noto che la bozza porterà «a una proposta legislativa per armonizzare il regime comunitario» già da quest’estate, con una struttura per le insolvenze pronta entro il 2012 e la creazione di una European Resolution Authority nel 2014.

 

Stando alla bozza del documento, qualora l’Ue dovesse intravedere una banca in situazione di pericolo, potrà commissariarla, azzerare il consiglio di amministrazione, licenziare i dirigenti e imporre tagli ai rendimenti sul debito senior dell’istituto (colpendo quindi gli investitori che ne detengono le obbligazioni) al fine di non far più pagare ai contribuenti i costi della finanza (per debito senior si intende il debito che viene rimborsato in via prioritaria a certi creditori se la società diventa insolvente, in sostanza sono i primi bond a essere rimborsati).

 

Detto fatto, quest’ultima ipotesi ha agitato immediatamente i mercati con i cds sul debito senior delle principali banche europee schizzati alle stelle e l’indice Markit iTraxx Senior Financial salito di 16 punti base a quota 196. Gli istituti più colpiti sono stati quelli italiani e spagnoli, segnale tutt’altro che rassicurante per le nostre banche: Banco Santander e altri istituti dei cosiddetti paesi periferici hanno visto i loro cds salire a livelli mai toccati dal maggio scorso, in quello che fu definito il “momento Lehman”.

 

Stessa storia per gli spread, come abbiamo già riferito, ovvero i differenziali sulle obbligazioni e i cds sul debito sovrano, con i credit default swaps di Portogallo, Spagna, Irlanda e Belgio in netto aumento, questi ultimi due a livelli record (stando a dati diffusi ieri da CMA, nell’ultimo trimestre del 2010 la Grecia è diventata il più pericoloso creditore del mondo superando il Venezuela, mentre Spagna, Portogallo e Irlanda sono più a rischio dell’Iraq). Insomma, i mercati reagiscono alle proposte di commissariamento e taglio dei rendimenti dell’Ue con la pressione speculativa pura. Il cds, infatti, è spesso paragonato per brevità a un contratto assicurativo, ma è in realtà molto diverso.

Superficialmente somiglia a un’assicurazione, poiché permette al compratore di acquistare una protezione nell’eventualità che un debitore, in questo caso gli Stati che emettono debito o le banche che si rifinanziano, non riesca a onorare gli impegni presi. Se ciò si verifica, la società che vende la cosiddetta “assicurazione” è obbligata ad aiutare l’acquirente a recuperare le perdite. Tuttavia, a differenza di un contratto di assicurazione, l’acquirente di un cds non deve necessariamente possedere una porzione dell’attività oggetto della speculazione.

 

Anzi, l’investitore che scommette sull’inadempienza di un operatore ha ogni incentivo a fare in modo che questo avvenga: in questi casi, acquistare un cds è come stipulare un’assicurazione contro gli incendi su una casa che non si possiede e poi cercare di appiccare il fuoco. Ecco spiegata, quindi, la danza dei cds scatenatasi ieri mattina, quando la bozza ha rivelato che il piano comunitario verrà applicato a tutte le classi di debito senior, su una base di valutazione caso per caso dipendente dal tasso di rischio sistemico, ovvero il potenziale contagio che può avverarsi in caso di default dell’istituto.

 

Ma peggio ancora per le banche, la nuova regolamentazione garantirà la “presenza permanente” di ispettori europei negli uffici degli istituti sospetti. Inoltre, ogni anno si terrà uno stress test finalizzato a testare la resistenza della banca «a uno scenario di shock di bassa probabilità ma alto impatto». I regolatori, infine, potranno imporre al cda di licenziare dirigenti, ridurre l’esposizione alla leva, vendere assets o ristrutturare il debito: insomma, un vero e proprio commissariamento che in casi estremi consentirà il potere preventivo di controllo dell’intera banca e la decapitazione del top management, ad esempio quando la ratio di capitale Tier 1 scende sotto un livello prefissato (ovvero la “classe principale” del patrimonio di una banca composta da capitale azionario e riserve di bilancio provenienti da utili non distribuiti al netto delle imposte). Come se questo non bastasse, le banche più forti saranno chiamate a coprire i costi del fallimento dei colleghi più deboli, creando nelle intenzioni della Commissione un ulteriore cuscinetto di sicurezza tra l’industria finanziaria e i contribuenti.

Ma nonostante le buone intenzioni, esistono non poche criticità al piano di Barnier, soprattutto in un quadro di instabilità e nervosismo come quello attuale. Primo, le implicazioni legali che i tagli dei rendimenti sul debito esistente potrebbero comportare. Secondo, la volontà di ridurre a zero l’azzardo morale potrebbe causare la fuga degli investitori dal mercato obbligazionario dell’eurozona. Terzo, in un contesto simile di regolazione, chiedere ai soggetti più forti – già nervosi per la prossima introduzione delle norme Basilea 3 – di coprire in parte i costi dei fallimenti altrui, rischia paradossalmente di diventare un’istigazione all’aumento dell’azzardo morale per poter far fronte oltre che alle proprie necessità di bilancio e capitalizzazione, al salvataggio di soggetti terzi.

 

Il “ghostbuster” dell’Ue è pronto per dare la caccia ai mostri evocati da Giulio Tremonti a Parigi, quale sarà la reazione dei mercati resta la più inquietante delle incognite. Anche se la danza di rendimenti, spread e cds ci dice chiaramente già da ora che chi detiene la leva del mercato non intende affatto pagare una parte del prezzo alla crisi. Ormai il contagio è partito, le aste di bond divengono vere e proprie roulette russe e le difficoltà di rifinanziamento per banche e Stati – un combinato da circa 850 miliardi di euro – sono altrettanti proiettili nelle armi della speculazione: la quale, oggi gode dei grandi rendimenti offerti ma non appena sentirà puzza di haircuts reali farà partire la svendita fuggendo dall’obbligazionario.

 

Si chiama, in gergo, sell-off e rappresenterebbe la fine ufficiale dell’Unione europea così come la conosciamo.

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