FINANZA/ Scartata la cura Merkel, l’Europa torna a sperare?

- Mauro Bottarelli

Le dichiarazioni di Olli Rehn e Angela Merkel di ieri fanno ben sperare per la tenuta europea, come spiega MAURO BOTTARELLI

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La bandiera europea (Foto: IMAGOECONOMICA)

Eppur (qualcosa) si muove! Dopo mesi e mesi di colpevole immobilismo dettato dall’agenda rigorista tedesca, l’Europa ha deciso di guardare in faccia la realtà e ieri, attraverso il Commissario per gli affari economici, Olli Rehn, ha di fatto confermato l’ampliamento del Fondo di salvataggio e il suo cambiamento operativo, se non addirittura statutario. Insomma, la quota europea raddoppierebbe da 440 a 880 miliardi, mentre quella del Fmi salirebbe a oltre 500: inoltre, il Fondo diverrebbe soggetto attivo del mercato comprando i bond dei paesi europei che gli investitori non vogliono, esattamente come già sta facendo la Bce. Ma non è tutto.

Al prossimo vertice straordinario del 4 febbraio, infatti, i governi europei (lo ha di fatto confermato ieri Angela Merkel durante la conferenza stampa con Silvio Berlusconi al termine del vertice bilaterale italo-tedesco) considereranno un piano di aiuto immediato per il Portogallo da 60 miliardi di euro, una serie di buybacks del debito che vedrà in prima fila quello greco ancora da collocare, tassi d’interessi più bassi sui prestiti di salvataggio e garanzie contro il debito eccessivo: già dalla prossima settimana sherpa ed emissari governativi si riuniranno per discutere dei dettagli al fine di giungere con una bozza condivisa all’appuntamento europeo di inizio febbraio ed evitare di perdere altro tempo.

«Dobbiamo rinnovare tutte le opzioni riguardo la grandezza e lo scopo dei nostri interventi finanziari», ha sentenziato Olli Rehn nel corso di una conferenza stampa ieri a Bruxelles, ricordando che «un fallimento nell’operazione di ripulitura della confusione fiscale in atto getterebbe l’Europa alla mercè delle forze del mercato». A Rehn ha fatto eco Angela Merkel, secondo cui «l’Europa farà qualsiasi cosa sia necessario e ogni dettaglio verrà discusso passo dopo passo. La Germania si impegnerà affinché l’euro resti stabile».

Cura Merkel, addio: di fronte all’ipotesi sempre più incombente di un effetto domino di contagio, anche Berlino ha capito che i soldi europei non servono a salvare i debiti delle cicale, ma le esposizioni delle banche tedesche nei paesi periferici. Oplà, i cordoni della borsa si sono aperti magicamente. Detto fatto, la tanto temuta asta portoghese di obbligazioni a 10 e 4 anni di ieri mattina si è rivelata un successo con tutti gli 1,25 miliardi di euro di titoli collocati e una discesa dei rendimenti del bond a più lunga scadenza dal 6,81% del 10 novembre al 6,72%, comunque sotto la soglia di resistenza del 7%, superata già 10 volte negli ultimi 62 giorni stando ai calcoli di Bloomberg: la Grecia ha dovuto arrendersi al salvataggio dopo 17 giorni oltre quella soglia di yield, mentre l’Irlanda ha retto meno di un mese dopo aver rotto la stessa linea di resistenza.

In rialzo, invece, lo yield dell’obbligazione quadriennale, salito dal 4,041% della precedente asta al 5,396% di ieri, chiaro segnale di attacco speculativo a fronte dell’intervento europeo: i mercati, spaventati dall’attivismo Ue, comprano debito a lunga scadenza accettando rendimenti minori ma utilizzano la leva sulle maturazioni più a breve termine per inviare segnali chiari. Ovvero, se volete una svendita obbligazionaria di massa nell’anno di massima necessità di ricapitalizzazione, acquisti di Bund per ampliare gli spread e pressioni sui cds di debito sovrano, sarete serviti.

 

Non è un caso, infatti, che Olli Rehn abbia parlato proprio ieri, prima dalle colonne del Financial Times e poi in conferenza stampa: occorreva blindare l’asta portoghese e, soprattutto, quella spagnola di questa mattina, quando Madrid cercherà di collocare 3 miliardi di euro di debito in obbligazioni quinquennali (con un rendimento passato dal 3,95% dell’asta del 12 ottobre al 5,54% prezzato lunedì), mentre l’Italia metterà sul mercato 6 miliardi di Btp a maturazione 2026 e 2015. Come ripeto da settimane, occorre puntellare i periferici più grossi: detto fatto, non si sono ancora comprati bonds iberici e italiani, ma si è chiaramente detto che lo farà se necessario – e in grande stile – il Fondo europeo in breve tempo e con la massima coesione tra i governi.

 

Inoltre, Rehn ha fatto intendere che tra le opzioni allo studio ci sarebbe un emendamento alle regole sul collaterale al fine di aumentare il tetto di prestito effettivo dell’EFSF, offrendo quindi denaro a tassi più bassi e permettendo che questo sia utilizzato per ritirare debito. A rafforzare lo schieramento di fuoco dell’Ue contro la speculazione, ci ha pensato poi il Giappone confermando la sua intenzione di acquistare bond per il salvataggio irlandese che saranno emessi a fine mese dopo che già Pechino aveva reso nota la sua volontà di continuare ad acquistare debito spagnolo, il vero nodo della crisi.

 

Per il professor Pissarides, docente alla London School of Economics, infatti, «se la Spagna dovesse collassare, il denaro necessario a salvarla sarebbe davvero troppo e anche le nazioni più forti, come la Germania, sarebbero difficilmente capaci e volenterose di accumulare tutti quei fondi». Il raddoppio del Fondo di salvataggio, però, appare già una buona trincea con cui difendersi dalla speculazione, almeno nel breve termine. Insomma, anche se questa crisi ci ha insegnato che formule come “la settimana decisiva” rischiano di tramutarsi in profezie vuote, quella in corso rappresenta veramente un test per la tenuta – anche politica – dell’eurozona.

 

Basti pensare all’effetto calmante sortito dagli annunci di ieri, a fronte di quanto accaduto martedì quando a Roma si è tenuta la prima asta di titoli di Stato dell’anno in un clima di tensione visti gli aumenti del differenziale di rendimento tra le obbligazioni spagnole (vicine al record di 283 punti base), irlandesi (629), greche (943) e anche italiane (204) rispetto al Bund. Il Tesoro ha sì collocato tutti i sette miliardi del Bot a 12 mesi in programma, ma con un rendimento salito al 2,067%, massimo dal dicembre 2008. Buona richiesta anche per l’asta di obbligazioni tenutasi sempre martedì ad Atene, dove il governo greco ha raccolto 1,95 miliardi di euro sul mercato dei capitali emettendo titoli di Stato a sei mesi con un rendimento del 4,9% (l’obiettivo era rimanere sotto il 5%, tasso al quale la Grecia può ricevere fondi dall’Unione europea in base al piano di salvataggio).

Insomma, i primi tre test sono stati superati, ma oggi sarà la Spagna a dirci se le parole di Rehn e Merkel saranno davvero riuscite a tagliare le unghie alla speculazione. A spegnere gli entusiasmi rispetto al successo dell’asta odierna è Simon Ward, capo economista alla Henderson Global Investors di Londra, che non nasconde il proprio pessimismo: «Il buon risultato di Lisbona non significa proprio nulla, perché con tassi sopra il 7% o nelle immediate vicinanze la situazione non è più sostenibile. A mio avviso è inevitabile che il Portogallo richieda aiuto a Ue e Fmi se continuerà a prendere a prestito denaro a questi costi».

 

In effetti, la scorsa settimana, per collocare un lotto di obbligazioni semestrali, Lisbona ha dovuto pagare qualcosa come il 3,686%, a fronte del 2,045% pagato solo lo scorso settembre. D’altronde, sempre Simon Ward conferma che «la gente oggi cerca i rendimenti. In questo ambiente, ogni asta portoghese e spagnola si risolverà in un referendum sui mercati per vedere quanto sarà possibile andare avanti senza un salvataggio: finché la Bce compra debito offre un collaterale, una garanzia. Quando smetterà o rallenterà, si prefigura il rischio di sell-off. Il problema è che, nonostante il buon risultato di ieri, il Portogallo quest’anno dovrà collocare 20 miliardi di debito: a meno che i rendimenti sui bond a più lunga scadenza non si stabilizzino, saranno i mercati stessi a premere per un salvataggio di Ue e Fmi e questa potrebbe essere l’ultima delle profezie autoavveratesi di questo periodo».

 

Certo, è dura ma se alle parole di Olli Rehn e Angela Merkel seguiranno i fatti, mi sento di essere ottimista (sì, avete letto bene!). Occhio, però, alle pressioni speculative che giungeranno dagli Usa a fronte anche dell’aiuto cinese e giapponese verso il debito Ue: le guerre, scrivevano già nel lontano 1998 Qiao Liang e Wang Xiangsui nel loro “Guerra senza limiti”, sempre di più si combatteranno attraverso le crisi finanziarie. Niente sangue, niente pallottole, niente missili o soldati: bastano i derivati. Forza Europa, reagisci!

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