FINANZA/ Ecco come la Cina si prepara a “mangiare” l’Europa

- Mauro Bottarelli

L’Europa, ancora alle prese con la crisi del debito, sta trovando un alleato nella Cina. Ma quanto ci costerà, si chiede MAURO BOTTARELLI, l’aiuto di Pechino?

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Li Keqiang, vicepremier cinese (Foto Ansa)

Non so voi, ma io ho sempre ritenuto il 99% dei cables resi noti da Wikileaks nient’altro che una versione mediaticamente gonfiata della cosiddetta scoperta dell’acqua calda (ieri l’ultima “rivelazione”: «Alle Cayman tutti i giorni si compiono operazioni illecite». Ma vah? Aspettavamo proprio Julian Assange in crisi di liquidità per scoprirlo). Spulciando tra le migliaia di informazioni rese note, però, qualcosa di interessante – e quindi ignorato dalla grande stampa – si trova. Ma ne parleremo più avanti. Una sola cosa è certa, infatti, alla vigilia del vertice Ecofin di oggi: la Germania e la sua linea di rigorismo sull’allargamento del Fondo di salvataggio europeo (i cui particolari sono stati ampiamente anticipati e trattati nel mio articolo dell’11 gennaio scorso) traballano. Esattamente come la maggioranza di governo tedesca, spaccata su questa ipotesi con i liberali della FDP sul piede di guerra e pronti alla crisi di coalizione.

Guido Westerwelle, vice-Cancelliere e capo della FDP, ha infatti detto chiaro e tondo che non esiste alcuna giustificazione alla richiesta di Bruxelles, poiché «solo una piccola parte del fondo è stata utilizzata, quindi non esiste necessità nemmeno di parlare di un suo incremento». Gli ha fatto eco Otto Solms, portavoce della FDP per le materie finanziarie, secondo cui «l’espansione del Fondo lo tramuterebbe nei fatti in una bad bank per l’acquisto preventivo di bonds di eurolandia». Non hanno tutti i torti, ma resta il fatto che la Commissione Europea, la stessa che vorrebbe giungere all’ampliamento del Fondo (EFSF) già alla riunione straordinaria dell’Ue del 4 febbraio, ha detto a chiare lettere che «un nuovo impulso della crisi del debito sarà inevitabile nel 2011». E questo argomento sembra aver convinto sia Angela Merkel che il ministro delle Finanze, Wolfgang Schauble, della necessità di un ampliamento e, soprattutto, di un cambio statutario che permetta al Fondo di acquistare bond sul mercato esattamente come sta facendo la Bce.

Ma come stanno le cose, quindi? A oggi sono stati stanziati 110 miliardi di euro per la Grecia, 85 per l’Irlanda, 60 di fatto già messi a bilancio per il Portogallo e poi chissà: Spagna? Belgio? Italia? In più mettiamo nel calderone il conto per salvare le banche e arriveremo a svariate centinaia di miliardi di euro, nei fatti in gran parte sul groppone Ue, cioè dei tedeschi. In realtà, un terzo circa è a carico del Fmi (finanziato per oltre la metà da paesi extraeuropei), mentre due terzi sono a carico degli Stati di eurolandia: i quali, a oggi, hanno però messo un paio di decine di miliardi reali e niente più, nemmeno un cents dei quali fino a oggi è stato davvero versato lasciando i vari paesi senza alcuna perdita attuale nell’operazione.

Paradossalmente, se la crisi non degenererà fino alle sue più estreme conseguenze, questo salvataggio potrebbe rivelarsi addirittura un guadagno, costituito dallo spread tra il costo di finanziamento per i paesi creditori e il tasso elevato richiesto ai debitori (pensiamo al 5,75% chiesto a Dublino rispetto al 5% di Atene). I crediti tedeschi, insieme a quelli del Fondo Monetario, hanno poi seniority assoluta, cioè precedenza, rispetto a tutti gli altri. Con il meccanismo della seniority il Fondo Monetario è riuscito in 60 anni a recuperare praticamente sempre i suoi crediti e a uscire regolarmente in utile: c’è da scommettere che anche la Germania riuscirà a cavarsela o comunque farà di tutto per giungere a questo epilogo.

A ben vedere la linea tedesca è quella di trovare i modi per trasferire risorse senza creare automatismi o precedenti, niente di più e niente di meno. Ma sarà possibile? E, soprattutto, servirà? La risposta è semplice: dipende come sarà fatto. Nei fatti, “a causa” del suo rating AAA e della conseguente necessità di iper-collateralizzare i suoi prestiti, l’EFSF a fronte dei suoi nominali 440 miliardi di euro può prestarne soltanto 250: questo porta il valore nozionale del fondo di salvataggio europeo di 750 miliardi (440 + 250 del Fondo Monetario + 60 della Commissione Europea) a poco più di 450 di valore reale. La Germania ha espresso la volontà di tramutare quel nozionale in un valore reale di 750 miliardi di euro, probabilmente ampliando le garanzie: questo garantirebbe la copertura del salvataggio di Portogallo, Irlanda e forse Spagna.

 

Il problema è che se si dà seguito alla volontà di José Manuel Barroso, numero uno della Commissione Ue, di tramutare il Fondo in acquirente attivo di bonds, capite che la coperta diventa corta e i margini operativi minimi: un simile accordo farebbe la gioia dei mercati forse per un paio di giorni e niente più. La volontà della Commissione, in realtà, è chiara: tramutare l’EFSF, col tempo, nel nucleo di un’agenzia europea di debito e tramutare i bonds da essa emessi in obbligazioni sovrane dell’eurozona. Per farlo, però, in primo luogo bisogna accrescere il volume del Fondo, nominale o reale, a circa 2mila miliardi di euro e poi dar vita a una garanzia congiunta di tutti gli Stati dell’eurozona: passo successivo sarà consentire all’EFSF di garantire i bonds emessi dai periferici, nonché la possibilità di finanziare la ricapitalizzazione del sistema finanziario.

 

In parole povere, aggirando con alcuni trucchetti le mosse più azzardate e palesi, si arriverebbe alla creazione di un’unione fiscale e dell’eurobond tanto caro a Giulio Tremonti. Lo accetterà Berlino? Molto, molto difficile. L’alternativa, però, è tramutare l’attuale ampliamento junior del Fondo e l’aiuto cinese all’Ue in null’altro che una dilazione di tempo a favore delle banche europee per scaricare sui contribuenti europei e asiatici le loro liabilities, quantificabili solo per il sistema spagnolo in 181 miliardi di euro di prestiti potenzialmente problematici verso il settore immobiliare, qualcosa pari al 17% del Pil iberico (dati forniti a novembre dalla Banca centrale spagnola).

 

E sta proprio nell’interconnessione tra Spagna e Cina uno dei nodi della situazione attuale e pre-Ecofin dell’Europa in cerca di risposte. A confermarlo ci ha pensato niente meno che colui il quale possiamo definire “il presidente d’Europa”, ovvero Herman Van Rompuy, che la scorsa settimana durante una visita a Londra ha reso note la sue preoccupazioni riguardo l’attivismo cinese sul mercato obbligazionario europeo, finalizzato a suo dire non solo all’aiuto ma anche a una manipolazione valutaria. «Quando comprano euro, l’euro si rafforza e la loro moneta si indebolisce un po’. Ma non intendo proseguire oltre su questo argomento, potrebbe rivelarsi delicato», ha sentenziato un po’ pilatescamente Van Rompuy.

I dati, però, parlano chiaro: la Cina è diventata la forza trasformatrice della crisi del debito europeo attraverso l’utilizzo di parte delle sue riserve da 2,87 trilioni di euro per “salvaguardare la stabilità globale”. D’altronde, l’impronta di un creditore monstre si è palesata chiaramente la scorsa settimana nelle aste di bond portoghesi, spagnoli e italiani, tutte andate a gonfie vele e con rendimenti in crescita ma frazionale, comunque sotto il livello di guardia. Pur non essendoci prove della manina cinese, il fatto che il vice-premier Li Keqiang abbia confermato la volontà di acquistare bond spagnoli per 6 miliardi di euro durante la sua visita a Madrid di due settimane fa rappresenta un bell’indizio al riguardo.

 

Inoltre, il Wall Street Journal ha confermato che il compratore segreto di 1 miliardo di debito portoghese in un’asta privata tenutasi due settimane fa è stata proprio la Cina e lo stesso ministro delle Finanze lusitano, Fernando Texeira dos Santos, ha definito Pechino «un compratore chiave» nell’asta della scorsa settimana. Ma non solo: voci che circolano fra i traders confermano che anche la Bce è entrata aggressivamente sulla scena utilizzando 20 dealers per comprare debito portoghese sul mercato secondario (quindi con rendimenti più alti). Questo doppio intervento istituzionale ha sì consentito alle aste di andare a buon fine, ma se da un lato ha creato una domanda artificiale e anti-mercato, dall’altro ha dato vita a un effetto di short-squeeze subito prima dell’asta portoghese portando a un calo dei rendimenti che ha colpito gli operatori del mercato che agivano in buona fede.

 

Nella City non hanno gradito. C’è da chiedersi, poi, a quale prezzo Pechino intenda ricoprire questo ruolo e quali concessioni strategiche esigerà in cambio. Per Charles Grant, capo del Centre for European Reform, la finalità ultima cinese è chiara: ottenere la fine dell’embargo europeo sulle armi, imposto dopo la strage di piazza Tienanmen del 1989 e visto come un’umiliazione da quella che oggi è a tutti gli effetti una superpotenza globale. L’Ue, dal canto suo, ha rifiutato il ritiro dell’embargo fino a quando la Cina non ratificherà la Convenzione internazionali dei diritti civili e politici: l’arresto del premio Nobel, Liu Xiabao, poi, ha complicato ulteriormente la situazione.

 

Ma nonostante questo e le diffidenze di Gran Bretagna, Francia e Germania rispetto a quello che sarebbe visto come uno sgarbo dagli Stati Uniti (già spaventati dall’attivismo militare della Cina), la baronessa Ashton, capo della politica estera europea, parla da tempo di «una nuova via nei rapporti tra Ue e Cina, danneggiati da questo embargo». Insomma, spaccatura su un argomento molto caldo e a sua volta legato a doppio filo al trattamento di favore che Pechino sta riservando al debito Ue.

Eccoci quindi tornare a WikiLeaks, tema trattato in apertura di articolo. Nel gennaio dello scorso anno, infatti, due calbles giunti dall’ambasciata Usa di Pechino citavano il capo della missione Ue, Alexander McLachlan e il suo malumore per il fatto che la Spagna avesse tentato di ingraziarsi il favore dei leader cinesi «a tutto svantaggio e alle spese degli altri Stati europei». Di più, «la Cina è assolutamente a conoscenza del gioco di Madrid e sta sfruttando le divisioni interne all’Ue per guadagnare esposizione». E come avrebbe fatto la Spagna, già cosciente con mesi di anticipo delle proprie gravose necessità di finanziamento, a ingraziarsi Pechino?

 

Ce lo dice sempre un cable di WikiLeaks che citan ancora Alexander McLachlan e il fatto che molti paesi europei cominciassero «a essere stufi per il comportamento dell’ambasciatore spagnolo in Cina, Blasco Villa, e per le sue recenti dichiarazioni ai media cinesi riguardo il fatto che l’Unione Europea potrebbe considerare un alleggerimento dell’embargo sulle armi. I cinesi non credono agli spagnoli, ma stanno comunque usando questo argomento come una leva contro di noi». Inoltre, l’agenda di Pechino conterrebbe anche un secondo obiettivo: ovvero, l’ottenimento dello status di economia di mercato da parte dell’Ue, fatto che renderebbe molto più difficile per l’Europa l’imposizione di misure anti-dumping verso l’import dalla Cina.

 

Bruxelles, d’altronde, ha già ammorbidito le sue tariffe punitive verso le scarpe cinesi: i margini per negoziare e ricattare, grazie anche a comportamenti come quello spagnolo, ci sono. Non si spiegherebbe altrimenti la volontà cinese di salvare l’Europa, visto che a fronte dell’aumento dell’inflazione interna, Pechino e i suoi fondi non potranno ripetere l’errore fatto con le banche Usa o il debito statunitense, dimostrando a cittadini sempre più arrabbiati come il governo sprechi il denaro pubblico. Insomma, acquirente di ultima istanza del debito sovrano europeo a rischio default sì ma a un prezzo molto preciso. E salato, anche a livello di rapporti internazionali e stabilità globale.

 

Prima di pensare a una fiscalità comune, a un Fondo da allargare che emetta anche debito e ad altre ingegnerie economiche, sarà meglio sancire una comune linea di politica estera. E in fretta, se non vogliamo tramutare Bruxelles e le sue istituzioni in una succursale di Pechino e l’Ue in un protettorato cinese.

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