CONDONO FISCALE/ L’esperto: ecco perché non è conveniente per lo Stato

- int. Gilberto Muraro

Negli ultimi giorni si è tornati a parlare di un nuovo condono fiscale che possa fornire allo Stato risorse per finanziare lo sviluppo o ridurre il debito. Il commento di GILBERTO MURARO

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Foto Ansa

Lo “spettro” del condono è tornato ad aleggiare sulla politica economica italiana. Negli ultimi giorni della scorsa settimana, tra le ipotesi per finanziare il decreto sviluppo o per ridurre il debito pubblico, in seno alla maggioranza è sorta questa possibilità che da più parti viene però bollata come errata e inefficace. L’ultima dichiarazione in ordine di tempo è stata quella della Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che ieri sera nella trasmissione televisiva “Che tempo che fa” ha spiegato che sarebbe una scelta sbagliata “in un momento in cui giustamente dobbiamo combattere fortemente l’evasione fiscale e l’illegalità”. Tuttavia, secondo i calcoli della Cgia di Mestre, i condoni fiscali negli ultimi 30 anni hanno garantito entrate all’erario per 104,5 miliardi di euro. Inoltre, le sanatorie più fruttuose economicamente per le casse dello Stato, sono state quelle tombali, che nel 1982 e nel 1992 hanno garantito rispettivamente il 113% e il 120,6% del gettito previsto. Sembra quindi esserci una sorta di contrapposizione riguardo l’eventuale introduzione di un condono tra comportamento etico e convenienza economica.

Gilberto Muraro, Docente di Scienza delle finanze all’Università di Padova, spazza via ogni dubbio, spiegandoci che questo dualismo non esiste: «A ben vedere non c’è contrapposizione tra l’etica e ciò che è socialmente conveniente, perché la prima nasce da una visione di una società ben ordinata in cui ci sono certe regole che producono effetti anche sul piano economico. In economia, l’etica degli affari è un fattore importante: la società che a parità di risorse umane e materiali ha un livello più elevato di etica, non solo vive meglio, ma è anche la più ricca, perché le transazioni diventano più facili e i controlli costano di meno. La contrapposizione è semmai un’altra». Quale? «Quella tra etica e convenienza immediata. Se non si fanno altri condoni si darà un messaggio chiaro che sarà utile per determinare i comportamenti futuri dei contribuenti e che quindi produrrà più entrate per lo Stato nel lungo periodo. Però, se c’è un bisogno impellente di fare cassa il discorso cambia. In ogni caso, è come assistere a uno scambio tra benessere futuro e presente».

Ma in che modo si può influire sui comportamenti dei contribuenti evitando che cresca il fenomeno dell’evasione fiscale? «Bisogna dare segnali chiari: se agli italiani non verranno più sventolate ipotesi di condoni, forse capiranno che non se ne faranno di nuovi e quindi l’evasione diventerà sempre più rischiosa. Sono contrario ai condoni e ritengo che, al di là delle cifre in ballo, su questo tema occorra ragionare con un’ottica di lungo periodo. Se le aspettative degli evasori incorporano la possibilità di un nuovo condono, facendolo non si fa altro che dare ragione a questa posizione, contribuendo ad aumentare l’evasione».

 

(Lorenzo Torrisi)

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