IL CASO/ 1. Perché il Vaticano vuole l’Autorità economica mondiale?

- Gaetano Troina

GAETANO TROINA commenta la nota del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace sulla possibile riforma del sistema finanziario e monetario internazionale

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Immagine d'archivio

L’Osservatore Romano ha pubblicato la nota che il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha redatto sulla possibile riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale. La nota, molto attesa, è divisa in quattro sezioni. La nota, riportandosi (anche letteralmente nel suo titolo) alla Caritas in veritate, ha la pretesa di dare un fattivo contributo per una soluzione etica ai comportamenti economici anche in prospettiva di favorire le future generazioni. L’attuale crisi viene giustamente inserita nel processo delle precedenti crisi che si sono avute a partire dagli anni Novanta, ma se ne evidenziano anche quelle che sono le peculiari origini: “Anzitutto un liberismo economico senza regole e senza controlli”; un prevalere dell’ideologia utilitaristica, “ossia quell’impostazione teorico-pratica per cui l’utile personale conduce al bene della comunità” (ovvero al bene comune); una sistematica e continua carenza etica e un prevalere ideologico liberistico nei processi finanziari e nei loro risvolti economici.

Viene evidenziato come l’attuale crisi è “stata generata nel contesto degli Stati Uniti […] coinvolgendo la moneta a cui fa tuttora capo la stragrande maggioranza degli scambi internazionali” e come il “diffondersi di aspettative sfavorevoli hanno generato una tendenza negativa della produzione e del commercio internazionale, con gravi riflessi sull’occupazione, e con effetti che ancora non hanno probabilmente esaurito tutta la loro portata”.

Si precisa che per affrontare e dare adeguata soluzione a tutti i problemi che la crisi ha posto in essere si deve evitare un errore che ha informato, sino a oggi, le scelte liberistiche: quello “di ritenere che i problemi da affrontare siano di ordine esclusivamente tecnico” e che “come tali, essi sfuggirebbero alla necessità di un discernimento e di una valutazione di tipo etico […]. La chiusura ad un oltre, inteso come un di più rispetto alla tecnica, non solo rende impossibile trovare soluzioni adeguate ai problemi, ma impoverisce sempre di più, sul piano materiale e morale le principali vittime della crisi”. Occorre che la tecnica trovi più salde radici nell’etica della solidarietà che “abbracciando la logica del bene comune mondiale” trovi soluzioni adeguate, altrimenti “se non si pone un rimedio alle varie forme di ingiustizia gli effetti negativi che ne derivano sul piano politico ed economico saranno destinati a generare un clima di ostilità e perfino di violenza”.

Precisato tutto questo e per meglio armonizzare le esigenze del bene comune mondiale, la nota del Pontificio Consiglio individua in un’Autorità pubblica mondiale l’istituzione-strumento che dovrebbe opportunamente soprassedere e gestire “oltre gli altri beni collettivi, quello rappresentato da un sistema economico-finanziario mondiale libero, stabile e a servizio dell’economia reale”. Nel proporre questa soluzione la nota si riporta, anche letteralmente, a quanto già sostenuto e individuato e auspicato da Giovanni XXIII nell’enciclica Pacem in terris e motiva il tutto riportandosi al principio di sussidiarietà per cui “l’Autorità superiore offre il suo subsidium, ovvero il suo aiuto, quando la persona e gli attori sociali e finanziari sono intrinsecamente inadeguati o non riescono a fare da sé quanto è loro richiesto”.

Mi siano permesse poche considerazioni. A mio modesto parere, la nota si sostanzia in una puntuale riaffermazione di punti che già la Chiesa aveva Magistralmente individuato come quello relativo agli errori del capitalismo finanziario (Quadragesimo anno, Mater et Magistra, Populorum progressio, Laborem exercens, Caritas in veritate), come quello relativo all’esigenza di individuare un’Autorità mondiale, come quello di ricorrere al principio di sussidiarietà (la nota, però, vi ricorre non proprio così come lo aveva perimetrato e individuato Pio XI in cui vi era una più spiccata esigenza di centralità della persona, la quale è chiamata a operare, decidere e incidere, ma in una sorta di sussidiarietà di mera “assistenza” che interviene solo quando “la persona sia inadeguata”). Quello di cui mi pare la nota sia veramente carente è la non immediata percezione che al centro di tutto l’economia ci sia la persona e in questo mi pare che si differenzi dagli altri documenti del Magistero.

Il finale del punto quattro, quello che precede le conclusioni, mi appare come un “forzato” tentativo di alzare il tiro sia là dove si afferma acriticamente “in tale processo occorre, recuperare il primato dello spirituale e dell’etica e, con essi, il primato della politica – responsabile del bene comune – sull’economia e la finanza”, sia dove vengono individuati alcuni strumenti per postulare la giustizia sociale come la tassazione delle transazioni finanziarie. La prima considerazione mi sembra molto generica, la seconda condivisibile e molto di attualità.

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