FINANZA/ 1. Bertone: l’Europa si è svenduta alla Cina

- Ugo Bertone

L’ultimo vertice europeo della scorsa notte sembra aver di fatto aperto le porte dell’Ue a capitali stranieri, in particolare della Cina. Il commento di UGO BERTONE

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Zhou Xiaochuan, governatore della Banca Popolare Cinese (Imagoeconomica)

Solo il tempo ci dirà se la lunga notte tra il 26 e il 27 ottobre dell’anno del Signore 2011 potrà essere ricordata come l’ora del salvataggio d’Europa oppure come un ultimo incompleto tentativo di frenare il declino del Vecchio Continente. In un certo senso, dopo la maratona dei Grandi, che in 14 mesi hanno impegnato in ben 21 vertici “cruciali, anzi decisivi” giornalisti, troupes televivisive e (perché no?) cortei e manifestazioni di proteste in giro per le capitali europee, la parola torna ai cittadini. In Italia, in particolare. Guai, infatti, a pensare che la sistemazione dei conti sia solo una partita di giro finanziaria o, al più, una mega stangata da dribblare con qualche furbizia o da procrastinare nel tempo. In realtà, la lunga notte di Bruxelles segna: a) il tramonto della “diversità” europea nei confronti del pianeta; b) l’avvio di nuovi equilibri mondiali. Vediamo perché.

Dopo anni passati a predicare contro gli estremi della mala-finanza, i Big d’Europa ricorrono alle stesse armi. Il fondo Efsf, in particolare, avrà una dotazione di 440 miliardi in parte già impegnati (la parte libera è di 250), ma opererà come un gigantesco cds, garantendo il debito fino all’80% della cifra investita. In questo modo, la potenza di fuoco sarà di almeno 1.000 miliardi. E all’impresa dovrebbe cooperare anche il Fmi. Qualcosa del genere venne escogitato, con successo, dagli americani nel 2008/09 con il varo dei Tarp. Inoltre, per dissolvere le preoccupazioni attorno alla sorte dei Bonos spagnoli e, soprattutto, dei 1.900 miliardi di debito pubblico italiano, si sta pensando alla creazione di un Siv, ovvero uno Special investment vehicle, in tutto e per tutto simile ai famigerati veicoli extrabilancio in cui le grandi banche, Lehman Brothers ma non solo, hanno accumulato scommesse da brivido sfuggendo ai rating o all’esame dei mercati.

Stavolta le premesse sono diverse: la trattativa con i possibili sottoscrittori è affidata a Klaus Regling, uno stimato funzionario tedesco che in Lussemburgo guida l’Efsf che è una sgr di diritto privato sottoposta al controllo diretto della Bundesbank. Proprio oggi Regling parte alla volta di Pechino, il possibile cliente più ricco, proprio come farebbe un capo area di Fideuram o Pioneer per offrire a un sottoscrittore Vip l’ultimo prodotto messo a punto dai cervelli dell’asset management. La risposta di Pechino, così come quella del Brasile o degli altri paesi emergenti che fanno capo ai Brics (va aggiunto il nome della Russia, dell’India e pure del Sudafrica) potrebbe arrivare in occasione del G-20 di Cannes.

In sostanza, l’Europa chiede l’aiuto finanziario dell’Asia, dei fondi sovrani del Golfo e del Paese più ruspante del Sud America. Quando dieci anni fa le Torri gemelle bruciarono dopo l’attentato di Al Qaeda, molti pensarono che la globalizzazione avrebbe subito uno stop. Jim O’Neill, allora chief economist di Goldman Sachs, diede la risposta più corretta: la globalizzazione non si sarebbe fermata, ma non avrebbe più avuto un cappello occidentale. Nacque così l’acronimo Brics che ha fatto al fortuna di molti investitori finanziari.

Oggi, quella sigla esprime nuovi equilibri nel pianeta. Tutto sommato accettati dalla superpotenza americana che ha chiesto all’Europa di correre ai ripari al più presto per evitare un collasso dell’euro, ma non ha i mezzi, né la volontà di collaborare più di tanto: negli stessi giorni in cui Obama invocava un piano europeo all’altezza della crisi, la Fed bloccava le operazioni in dollari sull’interbancario con le banche francesi, costrette ad approvvigionarsi di moneta Usa presso la Bce. La Cina, più che una scelta, è una necessità.

Ma i banchieri, sia quelli biondi in doppiopetto che quelli dalla carnagione giallastra in grisaglia non sono dei benefattori, bensì uomini d’affari che chiedono la garanzia di comportamenti atti a restituire i quattrini. I businessmen di Shangai o Hong Kong non fanno eccezione. Certo, i cinesi sono pronti a fare shopping (vedi Prada, piuttosto che l’offerta per i cantieri Ferretti), non disdegnano operazioni in grande (per esempio una joint venture per favorire l’arrivo di Fiat/Chrysler in Cina), ma promettono di essere banchieri esigenti e severi. Nessuno si illuda che l’acquisto di Btp piuttosto che di bond greci non sia accompagnato da un esame al microscopio, sia diretto, sia attraverso le autorità europee, della consistenza dei piani di risanamento dei singolo paesi. A partire dall’Italia, beninteso.

È ben difficile che il Cajin, in pratica il Wall Street Journal cinese, o altri organi di stampa più o meno ufficiali, d’ora in poi seguano le vicende della vita politica italiana, che si tratti della baby pensionata in Bossi piuttosto che delle grida dell’opposizione che dichiara “irricevibili” quelle regole sulla flessibilità del lavoro chieste dall’Europa e accettate dal governo, in pratica le stesse che Sergio Marchionne è riuscito a imporre in Fiat nonostante un fuoco di sbarramento mediatico e dell’intelletualità che si scopre europea a comando. Ma, alla fine, delle due l’una: o i conti torneranno; oppure il destino dell’Italia sarà di essere relegata, come comunità nazionale, ai margini dello sviluppo come ci è già successo in passato.

Il doppio vertice di Bruxelles ha archiviato, una volta per tutte, il welfare così come è stato concepito in Europa nel secolo scorso. Oggi, per un ampio ventaglio di materie che riguardano la nostra vita (pensioni, inserimento dei giovani, caratteristiche della scuola e organizzazione del lavoro) è necessario fronteggiare la concorrenza di altri sistemi, spesso più concorrenziali anche se meno giusti (pensiamo alla sanità). Ma per conservare le conquiste legittime sarà necessario buttare a mare gli sprechi, gli egoismi, i furti che hanno seriamente inquinato il tessuto sociale d’Europa. E d’Italia in particolare, a danno di una fetta consistente di italiani che non godono e non godranno più delle guarentigie passate.

È l’ora dell’esame di coscienza per tutti. Non solo delle cerimonie liturgiche contro l’evasione o altri “cattivi” a scelta. È l’ora di domandarsi se le pensioni di anzianità, pensate per una popolazione che viveva dieci anni di meno in media e aveva alle spalle anni di lavoro giovanile (o di guerra) molto più faticosi e logoranti, non siano da considerare una rendita al pari dell’elusione fiscale, dell’impiego di custodi in musei che non hanno nemmeno abbastanza sedie per ospitarli o delle istituzioni centrali e locali inutilmente costose.

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