FIAT/ 2. Confindustria e Italia, cosa cambia dopo l’addio di Marchionne?

- Stefano Cingolani

La decisione presa da Fiat di lasciare Confindustria lascia un forte interrogativo sul futuro dell’associazione di viale dell’Astronomia. Il commento di STEFANO CINGOLANI

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Foto Ansa

Che cosa sarà la Confindustria senza la Fiat? Lo strappo è forte, inutile minimizzare. Pesa meno dell’un per cento, sostiene un improvvido comunicato dell’associazione, ma è chiaro a tutti che conta infinitamente di più. Nel bene e nel male, è rimasta l’unica grande azienda privata non ancora disintegrata o in esilio (seppur anch’essa sulla via dell’esodo).

Non sarà una fuga, Sergio Marchionne giura che non lo è, ma certo si tratta di un’uscita dal sistema Italia di quella che per un secolo è stata l’azienda di sistema. Si dice che abbia ricevuto dallo Stato (cioè dai contribuenti) più di qualunque altro grande gruppo. Secondo alcuni, la chimica ha avuto di più e si è estinta molto prima. Può darsi, ma siamo lì.

Il long goodbye del Lingotto porta con sé un altro colpo di coda, come il decreto retroattivo sulla maggiore libertà di licenziamento, pomo della discordia e occasione immediata del distacco dalla Confindustria. Secondo il manager dal pullover nero, Emma Marcegaglia ha vanificato l’articolo 8 del decreto ferragostano con l’accordo sindacale di settembre. E non ha torto. Ma è anche vero che la base imprenditoriale l’ha vissuto come un provvedimento ad aziendam (questa volta la Fiat). Inutile discutere sulle ragioni reciproche, il fatto è che si è creato ormai un conflitto di interessi.

Senza la Fiat, Confindustria diventa ancor più un paradosso: una via di mezzo tra l’Intersind che un tempo raggruppava le aziende a partecipazione statale e la Confapi, la confederazione delle piccole imprese. I gruppi maggiori sono Eni, Enel, Finmeccanica. Dalla parte opposta c’è il pulviscolo del nord-est. In mezzo il pacchetto di mischia formato dalle medie aziende, che sono riuscite a competere in questi anni nonostante l’alto costo del lavoro, il fisco troppo pesante, le rigidità sindacali, un ambiente ostile all’impresa sul piano sociale, culturale, politico.

Quel quarto capitalismo che, secondo Fulvio Coltorti, capo del centro studi Mediobanca, è ancor oggi l’ala marciante dell’economia italiana, un’avanguardia in grado di tener testa anche alle Panzerdivisionen germaniche. E tuttavia incapace di esercitare una leadership. Non è in grado, non ha voglia; ma ciò resta un dato di fatto.

Dunque, ancor prima di ragionare su che cosa sarà la Confindustria, conviene riflettere su che cosa è già diventata. Una lobby delle lobbies, tutt’al più. Con zigzaganti spinte a sconfinare sul terreno della politica. Più forti quando questa lascia spazi vuoti come accadde con la caduta della Prima Repubblica e come può accadere oggi con la crisi del berlusconismo. Nell’un caso e nell’altro, tentativi velleitari. Un partito dei padroni non è mai esistito nonostante i vari conati, a cominciare da quello del 1919 incoraggiato da Giovanni Agnelli il quale, poi, alla fine della fiera, scelse pur sempre l’amico Giolitti. Oggi, le reazioni scomposte e divergenti all’uscita anti-politici di Diego Della Valle, dimostra ancora una volta che in Italia la classe dirigente capitalista può perfino farsi sovversiva, ma, per quanto potente, non riesce a esercitare alcuna egemonia.

Cosa potrà diventare la Confindustria non lo sanno nemmeno i nocchieri più anziani che hanno navigato in mezzo a tante tempeste. E ciò perché la bufera scoppiata nel 2007 e 2008, più la coda velenosa con la crisi dei debiti sovrani, mette tutti davanti a scenari inediti. E al fronte, in prima fila, c’è proprio l’organizzazione dell’impresa, il suo ruolo, il paradigma produttivo del presente e quello del futuro. Forse, per cogliere tutto ciò, ci sarebbe bisogno non di un intelligente gestore, ma di un audace riformatore. È vero che nemmeno Guido Carli riuscì nel compito (il suo Statuto dell’impresa venne respinto dagli stessi associati), tuttavia la sua presidenza rappresentò un momento alto in un periodo di estrema crisi economica, politica e istituzionale, come quella che ha lacerato l’Italia nella seconda metà degli anni ‘70.

Un nuovo Carli potrebbe a questo punto prendere atto che un gruppo multinazionale come la Fiat ha non solo la necessità, ma il diritto di farsi i propri contratti come fanno i suoi grandi concorrenti mondiali.

Tuttavia, lancerebbe anche a Marchionne, così come agli eredi Agnelli, ai pochi grandi e ai milioni di piccoli industriali una sfida. Bravi, organizzate al meglio i fattori di produzione, come è compito della impresa di mercato, ma allora niente sprechi, niente rendite, niente assistenzialismo, trasparenza nei conti, basta con le scatole cinesi e lunghe, estenuanti catene proprietarie che consentono di controllare un impero con una manciata di azioni, un uso produttivo del profitto, investimenti nell’innovazione (il punto debole dell’Italia nella ricerca e sviluppo viene proprio dalle imprese private). Fate cose buone che piacciono al mondo, come diceva Carlo Maria Cipolla, o chiudete senza pesare sui contribuenti.

Un nuovo Carli scioglierebbe l’intreccio perverso con le imprese statali: o diventano davvero private o facciano lobby a sé, perché è chiaro che l’interesse di chi incassa le tariffe è diverso da chi le paga. La politica, per un presidente del genere, starebbe nel costruire un’agenda dell’impresa privata che non pretenda di fare l’interesse di tutti, ma di coniugare al meglio il proprio con l’interesse generale.

Quanto a Marchionne, lo strappo ha avuto un effetto salutare proprio perché ha messo a nudo la debolezza del sistema contrattuale italiano, l’ambiguità delle relazioni industriali, le contraddizioni della Confindustria. La sua capacità di distruttore è indubbia e va lodata: senza l’opera del demolitore non si può nemmeno costruire e oggi come oggi c’è davvero molto da ricostruire nell’industria e nei rapporti sindacali.

Certo, attendiamo ancora prove certe che l’amministratore delegato della Fiat abbia la stessa abilità nell’edificare. Alla Chrysler ha mostrato qualcosa in più, anche se grazie al salvataggio decisivo del governo e all’aiuto determinante dei sindacati. I dati di settembre mostrano che nei primi nove mesi ha venduto un milione di auto negli Usa con un aumento del 27%. Adesso la luna di miele è finita anche con la Uaw. E si sono svuotati i cassetti dei modelli lasciati in sospeso a causa del fallimento.

Alla Fiat ha fatto vedere molto come risanatore dei conti (è questo, del resto, il suo vero mestiere), troppo poco come produttore di auto. Non solo nelle nuove linee produttive, ma anche nell’insediamento geoeconomico. In Asia finora non batte un chiodo, né in Cina, né in India. In Europa ha perso quote e non ha trovato l’alleato chiave che solo può trasformare la sua incompiuta in una sinfonia. Ora se ne va da Confindustria chiudendo una porta. Aspettiamo sempre di capire cosa c’è dietro quella che aprirà.

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