FINANZA/ La grande “truffa” degli indignados di Wall Street

- Mauro Bottarelli

Fanno notizia a New York le manifestazioni contro Wall Street. MAURO BOTTARELLI ci spiega però che gli indignados hanno probabilmente sbagliato bersaglio

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Le manifestazioni degli indignados a New York (Foto Ansa)

Diffidate, sempre, dei troppo buoni e giusti che dividono il mondo in bianco e nero. Soprattutto nei momenti di crisi e tensione, come quello che stiamo vivendo. Una notizia preoccupante, infatti, è giunta da un tribunale greco, responsabile di una sentenza destinata a diventare il nuovo mantra degli indignados di tutto il mondo, ma, contemporaneamente, a destabilizzare del tutto il sistema finanziario ellenico, aggravando la situazione, avvicinando il default (ormai certo, vista l’ammissione di Atene di non riuscire a centrare gli obiettivi di riduzione del deficit né per quest’anno, né per il prossimo) e vanificando tutte le misure di austerity prese fin qui.

In quello che si configura come un precedente molto pericoloso, infatti, la Corte di giustizia del distretto di Larissa ha annullato al 100% i circa 26mila euro di prestito che una disoccupata greca aveva contratto con due banche, Eurobank e National. Il caso, reso noto dal blog greco On-News.gr, nei fatti fa giurisprudenza e potrebbe essere utilizzato in altre centinaia di casi simili nel Paese, strozzato dalla crisi e con cittadini sull’orlo del collasso finanziario.

Se umanamente la decisione è capibile, visto che il passato finanziario della donna è stato perfetto per 18 anni, salvo terminare in rosso e nei prestiti dopo il suo licenziamento, avete idea di cosa significherebbe l’applicazione di una sentenza tale a livello internazionale? Magari negli Usa, qualcosa che si configurerebbe in una decisione della Corte suprema destinata a durare per decenni a ogni crisi economica? In punta di diritto, la Corte greca ha applicato alla lettera l’articolo 8 paragrafo 5, in base al quale il debito viene cancellato perché il contraente è un disoccupato di lungo corso che non ha coperto nemmeno il minimo concordato.

Peccato che questa sentenza potrebbe scaricare un letale uno-due al mento del sistema ellenico, vista la contemporaneità dei ritiri di depositi bancari per trasferirli all’estero e il fatto che i bad loans vengano cancellati manu militari dagli stati patrimoniali delle banche dai giudici. Insomma, c’è un contemporaneo declino nei due lati dei balance sheets degli istituti, un qualcosa che porta sì con sé l’impossibilità per le banche di rattoppare – se non falsificare – la loro capitalizzazione e far apparire le writedowns dei prestiti come un qualcosa di positivo per il book equity, ma anche una potenziale istigazione al moral hazard da parte dei cittadini – che sanno di potersi indebitare senza pagare, stante la sentenza – e il rischio di nuove, massicce bank run per timore che la decisione del distretto di Larissa sia prodromica a fallimenti a catena o a normative restrittive e di salvaguardia da parte degli istituti. Ma non basta.

Ammetto, infatti, di aver buttato via dieci minuti della mia domenica leggendo l’articolo di Michael Moore pubblicato su Repubblica e dedicato ai cosiddetti indignados americani di Liberty Plaza, quelli che da giorni assediano Wall Street e il ponte di Brooklyn, costringendo la polizia a centinaia di arresti e cariche per disperdere la folla che blocca il transito delle auto attraverso l’arteria newyorchese (geniale ricetta di per sé, quella di paralizzare l’attività della capitale economica Usa nel pieno di una crisi). L’articolessa era un profluvio di anti-capitalismo alla Beppe Grillo mischiato all’epica della rivolta sociali in stile Berkley, con la novità di hippies e sindacalisti dell’automobile che protestano insieme, vecchi e giovani che con i loro corpi impongono il classico “enough is enough” ai pescecani della finanza e del turbo-capitalismo.

Roba da convegno di Democrazia Proletaria, insomma, intriso di mistica del sogno obamiano tradito, buono per un film di Robert Redford o di Ken Loach in trasferta Oltreoceano: immediatamente mi è tornato in mente l’aforisma di Nicolàs Gòmez Dàvila, in base al quale «i marxisti definiscono la borghesia in chiave economica per nascondere il fatto che vi appartengono». La realtà, purtroppo, è un po’ più complessa, però, del bianco-nero o buoni-cattivi che contraddistingue da sempre Michael Moore e i suoi lavori politically correct. “Blame the speculators”, questo il mantra classico di quando le cose vanno male e non si ha troppa voglia di capirne radici e ragioni. Un passo dell’articolo di Moore è esemplificativo al riguardo, quando dice che in Liberty Plaza, a dispetto dei servizi macchiettistici offerti dai media mainstream, «ho visto i giovani. Ho visto gli anziani. Ho visto la gente di tutti i tipi e tutte le religioni… Ci stanno le infermiere in quella piazza. Ci stanno gli insegnanti in quella piazza. Gente di ogni tipo». Bene, quella gente non dovrebbe guardare al palazzo di Wall Street per cercare il possibile carnefice del proprio presente e futuro: basta che si guardi attorno per trovarne i complici e, peggio, mandanti.

Già, perché sapete chi è stato il principale motore della diffusione cancerogena dei derivati finanziari negli Stati Uniti da dieci anni a questa parte, sdoganandoli tra investitori retail e istituzionali e rendendoli la norma? I fondi pensione, i quali non si accontentavano più di investimenti che fruttano il 2-3% e si sono gettati a capofitto nel mondo dei derivati over-the-counter, quelli dei circuiti non regolamentati e di proprietà proprio di quelle banche d’affari che tanto oggi vorrebbero bruciare.

«Ci stanno gli insegnanti in quella piazza», ci dice Michael Moore attraverso Repubblica. Bene, sarebbero i primi da prendere a calci nel sedere seguendo la logica populistico-giacobina in auge negli Usa in queste ore, visto che il caso più clamoroso di rischio legato all’investimento è quello rappresentato dall’Illinois Teachers Retirement System (TRS, 33,72 miliardi di dollari con 355mila membri full-time, part time e supplenti della scuola pubblica, più personale amministrativo), reso noto lo scorso anno – grazie alla pubblicazione dello stato patrimoniale in base al Freedom of Information Act – da Dale Rosenthal, ex stratega al Long Term Capital Management, l’hedge fund collassato nel 1998 e ora assistente professore alla University of Illinois-Chicago.

Ecco cosa ha detto Rosenthal non appena dato uno sguardo alle sette pagine di lista delle posizioni su derivati detenute dal fondo pensione degli insegnanti dello Stato: «Se qualcuno me lo avesse faxato chiedendomi un consiglio per definire il possibile detentore di tali posizioni, il suo profilo, avrei detto che fosse appartenuto a Citadel, Magnetar o al properties trading desk di una banca». Il perché è chiaro: voglia di guadagno, di interesse maggiore. E se chi investe chiede sempre più rischio per avere sempre più guadagno, il fondo o la banca ti accontentano, è il loro lavoro: chi ha più colpa, quindi, chi fa il suo lavoro o chi autoalimenta la spirale fuori controllo della finanza derivata esponendosi per miliardi, pur essendo un soggetto quasi para-statale, salvo poi strepitare in piazza quando ha perso miliardi e la crisi morde? Come definire in una parola questa situazione?

Avidità, il motore immobile del libero mercato che colpisce tutti, David Einhorn come il supplente di matematica di un liceo di Danville o il vice-preside delle elementari di Griggsville. Non ci sono squali o angeli, non c’è superiorità morale: di fronte all’ipotesi di un alto rendimento, sono pochi i Karl Marx nella vita reale. Il sistema è questo, funziona così. Avidità, quindi, la stessa che ora gli americani medi imputano, insieme al capo-popolo Michael Moore, ai finanzieri e agli speculatori, gli stessi ai quali però hanno affidato per anni e anni i loro sudati risparmi per monetizzare il 10-15-20% e non un micragnoso 3%. E si sa, quando ti promettono il 10% di ritorno le cose sono due: o c’è la fregatura o si corre un rischio enorme.

E rischio fu, visto che dopo aver perso 4,4 miliardi di dollari in investimenti nell’anno fiscale 2009, lo scorso maggio il fondo appariva sottocapitalizzato per 44,5 miliardi di dollari, stando ai dati della Commission on Government Forecasting and Accountability. Nel solo trimestre chiusosi il 31 marzo 2010, il fondo aveva perso su posizioni del portafoglio derivati qualcosa come 515 milioni di dollari. Questo il parere al riguardo di Frank Partnoy, professore di legge e finanze all’Università di San Diego, accademico che a metà degli anni Novanta ha lavorato a Wall Street proprio come strutturatore di derivati: «Quel portafoglio ci dice chiaramente che l’investimento non si basa su ciò che è furbo e giusto, ma su cosa genera i ritorni più alti. È un’illustrazione epica su come ci siamo persi nella complessità finanziaria».

E il Fondo degli insegnanti dell’Illinois opera davvero come Gordon Gekko, più che come un’istituzione che, in base alle leggi statunitensi e agli statuti, dovrebbe operare in base a queste linee guida, ricoprendo essi «un interesse pubblico nazionale, in base all’Employee Retirement Income Security Act del 1974 e sostanziando importanti funzioni economiche, quali: mobilizzare i risparmi, gestirli, aiutare nella fornitura di stabilità salariale, rendere i mercati del lavoro più efficienti. Il tutto, legato al rischio sistemico dei mercati finanziari». E come assolve a queste funzioni sociali così importanti, il Fondo pensione degli insegnanti dell’Illinois, uno dei tanti negli Usa abbagliati dai profitti a sei zeri di Wall Street? Ponendosi largamente sul lato del rischio di tutti i contratti in portafoglio, inclusi i tanto vituperati credit default swaps, oggetto degli strali di Michale Moore nel suo “Capitalism: a love story” e ritenuti grandemente responsabili del crollo di Lehman Brothers e del salvataggio di Aig.

Non solo i simpatici professori dell’Illinois giocavano allegramente con i cds, ma vendevano anche swap options e shortavano swap legati a tassi di cambio a livello internazionale. Per ogni contratto sottoscritto o venduto, il Fondo riceveva un premio. Qual è, quindi, la differenza tra una buona parte degli eroi di Liberty Plaza e dei loro fondi pensione e chi contestano in nome di un mondo migliore?

Direte voi, sarà stata un’ubriacatura degli ultimi anni, dovuta all’avvitarsi della crisi. Difficile sostenerlo, visto che un corposo e preoccupato report a firma Randall Dodd dal titolo “Prudential Concern for Pension Fund Investment in Hedge Funds and Derivatives” e presentato al congresso dell’Assaa Philadelphia, porta la data del 7 gennaio 2005. Quando Lehman Brothers era ancora “too big to fail” e gli affari andavano a gonfie vele. Anche per i fondi pensione.

Diffidate degli indignati: di fronte alla crisi serve serietà e non capri espiatori o streghe da bruciare. Magari dopo aver bevuto le loro pozioni miracolose.

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