FINANZA/ Meichtry (Wsj) e Bone (Times): i mercati vogliono un governo tecnico

- int. Stacy Meichtry, int. James Bone

I mercati vogliono un governo tecnico in Italia: è questa l’analisi, dopo la giornata nera vissuta dall’Italia ieri sui mercati finanziari, di STACY MEICHTRY (Wsj) e JAMES BONE (Times)

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Giorgio Napolitano (Foto Imagoeconomica)

I mercati vogliono un governo tecnico in Italia: è questa l’analisi dopo la giornata nera vissuta dall’Italia ieri sui mercati finanziari di due giornalisti corrispondenti di testate straniere. «I mercati – ci dice Stacy Meichtry del The Wall Street Journal – vogliono rapidità nella transizione e nell’adozione delle misure economiche. E un governo tecnico sarebbe la risposta più ovvia a questa richiesta. Andare a elezioni vuol dire aspettare, mentre i partiti politici si preparano e si confrontano in campagna elettorale: i mercati non vogliono ovviamente questo». Agli operatori finanziari, James Bone del The Times affianca anche i leader europei, spiegando che questi due soggetti «vogliono fortemente un governo tecnico, dato che temono le elezioni anticipate, che creano incertezza per settimane e forse mesi. Senza dimenticare che dalle urne potrebbero uscire risultati tutt’altro che chiari». Secondo Bone, a «forzare la mano di Napolitano verso la scelta di un governo tecnico» sarebbe anche la richiesta di Olli Rehn, Commissario europeo agli Affari economici, di una manovra aggiuntiva per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013: «Questa richiesta complica le cose, perché se ci fossero le elezioni anticipate chi farebbe questa manovra aggiuntiva?». Motivo per cui anche l’approvazione della legge di stabilità, che contiene il maxiemendamento con le misure promesse all’Europa «certamente non basterà ai mercati».

Eppure, sembrava che le dimissioni di Berlusconi potessero determinare un cambiamento positivo per l’Italia sui mercati. «Il modo in cui è avvenuto questo passo indietro – dice il corrispondente americano – non è stato convincente: Berlusconi ha promesso di dimettersi dopo che verrà approvato il maxiemendamento, ma ci sono una serie di passi che devono essere fatti prima di allora. Non c’è quindi quel risultato concreto e immediato di cui il mercato avrebbe bisogno». «Sono stato – racconta invece l’inglese – in Tunisia durante la rivolta di gennaio: quello che stiamo vedendo adesso, secondo me, è una sorta di “primavera dei mercati”, che prima hanno forzato il “Rais” a dimettersi, ma ora vogliono una sua immediata e definitiva uscita di scena, perché temono che possa sopravvivere politicamente».

Ma non è solo la questione Berlusconi/dopo-Berlusconi a determinare le mosse dei mercati nei confronti dell’Italia. «Penso – dice Meichtry – che ci siano anche altre dinamiche macroeconomiche che spingono gli investitori ad abbandonare il debito pubblico italiano. Una mossa del genere è infatti un modo per scommettere contro l’euro. Se cade l’Italia, crolla il sistema monetario europeo». E se per Bone, l’Italia «assomiglia sempre di più alla Grecia», Meichtry ritiene che è «da tempo, almeno da agosto, che Roma ha sostituito Atene come “bersaglio” dei mercati, anche per via del suo elevato livello di debito pubblico».

Data la situazione, è impossibile non chiedere a chi ci guarda dall’esterno, se l’Italia appaia o meno come un Paese sotto commissariamento. Risponde Bone: «L’Italia è già stata sotto il dominio straniero nella sua storia. L’Unione europea è nata con il compito di gestire l’espansionismo tedesco ed evitare un’altra guerra franco-tedesca. Ma adesso i paesi piccoli della periferia europea si stanno sottomettendo al potere tedesco, giustificato dalla necessità di far sopravvivere l’Ue ed esercitato tramite le missioni tecniche degli esperti o l’avvento al potere di ex eurocrati, come quelli paventati di Mario Monti in Italia o Luca Papademos in Grecia».

 

(Lorenzo Torrisi)



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