FINANZA/ 1. Deaglio: ecco cosa succede se Monti fallisce

- int. Mario Deaglio

Tutti i paesi europei, non solo l’Italia, rischiano di finire in recessione. MARIO DEAGLIO ci spiega quali sono gli scenari futuri e come poter fare per cercare di uscire dalla crisi

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Foto Imagoeconomica

Mario Monti e i ministri del suo governo hanno prestato giuramento davanti al Presidente della Repubblica. Nemmeno questa mossa sembra aver però portato benefici sul livello dello spread tra Btp e Bund che continua a restare sopra quota 500 punti base. E anche la Francia (il differenziale tra titoli di stato di Parigi e Berlino sta sfiorando i 200 punti base) è toccata dall’emergenza spread. «Toccherà tutti i paesi europei – ci dice l’economista Mario Deaglio, Professore di Economia internazionale a Torino – se la situazione resterà invariata. Del resto, mentre in Italia eravamo presi dalle questioni politiche, il superindice Ocse, che anticipa la congiuntura, ha segnato un altro ribasso e per una serie di paesi, compresi quelli principali europei, siamo già sotto la linea di parità. La contrazione produttiva dovrebbe arrivare tra poco, forse tra sei mesi. Le possibilità di recessione quindi aumentano».

Cosa potrebbe succedere a questo punto?

Nel XVI Rapporto sull’economia globale e l’Italia, che ho curato per il Centro di Ricerca e documentazione Luigi Einaudi, dal titolo “La crisi che non passa”, ho ipotizzato quattro scenari. Il primo, che è il “futuro radioso”, si basa sulla considerazione che se la crescita del Pil nelle economie occidentali ritornasse stabilmente al 3-3,5% annuo, la situazione finanziaria si sistemerebbe da sola in un arco tra i 7 e i 15 anni, a seconda del Paese. La situazione, però comincerebbe a migliorare da subito.

Perché?

Perché lo Stato incomincerebbe a incassare più imposte con cui potrebbe ridurre il debito pubblico rispetto al Pil a colpi del 2-3% l’anno. Il problema è che bisognerebbe crescere del 3%: una cosa che in Italia, per esempio, non avviene da 20 anni. Un importante obiettivo di politica economica, non solo italiana ma anche europea, dovrebbe quindi essere quello di ritornare a crescere del 3%.

Una cosa non facile. Non c’è un altro sistema per ottenere lo stesso risultato?

Sì, si tratta del secondo scenario: il “compromesso inflazionistico”. Se non si ottiene abbastanza crescita, si può ottenere lo stesso risultato sulle finanze (ma non sull’economia reale) attraverso l’inflazione. Il problema è che nessuno, Bce e Ue in testa, sembra voler accettare di creare un po’ di inflazione per paura di non poterla più controllare.

Eppure negli Usa la situazione sembra sotto controllo.

Mica tanto: i prezzi sono aumentati e l’inflazione si avvicina al 4%. Oltretutto, gli americani usano togliere dal calcolo inflattivo i prezzi che sono cresciuti di più, ma nonostante questo il dato resta alto. Loro dicono che si tratta di effetti passeggeri, fatto sta che quel livello non è certo rassicurante.

 

Qual è invece il terzo scenario?

 

Si tratta dell’“insolvenza programmata”. Le famose “sforbiciate” che adesso si fanno sulle spese, si potrebbero utilmente fare anche sulla normale gestione del debito. Per il momento è totalmente teorica, nessuno pensa di farla, anche perché mina la credibilità di chi la mette in atto. Ma la considero tra gli scenari possibili proprio perché in un momento in cui le soluzioni normali non sembrano funzionare dobbiamo esaminarle tutte.

 

Come funzionano queste “sforbiciate” sul debito?

 

Invece di aspettare, come nel secondo scenario, che l’inflazione eroda lentamente il debito pubblico, possiamo farlo subito. Basta dire che lo Stato non lo rimborserà totalmente oppure che ne sposta la scadenza. Uno Stato che fa questo diventa meno credibile, ma si trova alleggerito dalle spese per interessi sul debito e ha più risorse a disposizione che può dedicare allo sviluppo. L’Italia l’ha già fatto due volte nel secolo scorso. Prima con Giolitti nel 1907 (pagò meno interessi), poi nel 1935 con Mussolini (emise titoli di debito pubblico irredimibile).

 

Resta ancora uno scenario…

 

Quando si immagina il futuro c’è lo scenario buonissimo e quello cattivissimo. Quest’ultimo (ovviamente remoto) è quello della “tempesta perfetta”, quando salta tutto: non c’è crescita, non c’è aumento di produttività, c’è una fortissima pressione sociale che obbliga a stampare moneta per dar da mangiare alla gente. Questa moneta stampata fa salire i prezzi, creando un’ondata inflattiva che può andare fuori controllo. In questo caso salterebbe anche il mercato globale, perché ciascun Paese metterebbe dei limiti agli spostamenti di capitali e reintrodurrebbe dazi doganali seri per favorire l’occupazione interna.

 

Proviamo a calarci nella situazione contingente. Adesso l’Italia ha un nuovo governo con un programma ben delineato. Se Monti fallirà, in quale scenario ci potremmo trovare?

 

Un governo come quello di Monti ha come obiettivo principale di breve periodo quello di ridurre il deficit sul Pil. E quindi, di conseguenza o con azioni separate, di ridurre il debito sul Pil. Quando Monti parla di dismissioni, privatizzazioni, ci sta dicendo che intende far cassa per ridurre il debito. Se falliscono i governi alla Monti lo scenario più probabile è il terzo, quello di un’insolvenza programmata.

 

Su cosa occorre puntare per scongiurare questa eventualità?

La via d’uscita è creare crescita. Bisogna quindi vedere quali sono i vincoli alla crescita e cercare di ridurli. Qualche volta si possono fare a costo zero, per esempio intervenendo sul sistema delle procedure. È stato calcolato infatti che il costo della burocrazia per le imprese italiane vale l’1,5-2% del fatturato. Abbiamo poi una struttura che fa rendere molto costosi i trasporti e l’energia. Se si riuscisse ad agire sulla tariffazione riducendo il costo per i produttori, potremmo ottenere anche un aumento della produttività. Ci sono poi gli interventi sul mercato del lavoro, come la riforma dell’articolo 18, su cui però è forse meglio intervenire in una fase in cui l’economia assume, in modo da lasciare più garanzie a chi lavora in un momento di crisi come quello attuale.

 

Non c’è dubbio, però, che qualche intervento coordinato a livello europeo potrebbe essere efficace per cercare di proteggere l’Eurozona dal fuoco dei mercati.

 

Una cosa che si potrebbe fare (la Commissione europea l’ha proposta, ma la cosa non va mai avanti) è una regolamentazione delle agenzie di rating, che diffondono i loro giudizi quando piace a loro, scegliendo loro i soggetti da esaminare. Se si tratta di un servizio pubblico, allora deve essere regolamentato. Per esempio, stabilendo che in un dato giorno a una data ora vengono comunicati i rating sui paesi. Poi ci dovrebbe essere la proibizione di alcune operazioni speculative sui debiti pubblici. Adesso è vietato il naked short selling, ma forse si dovrebbe estendere questo divieto per allentare l’elemento speculativo di tali operazioni.

 

(Lorenzo Torrisi)



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