FINANZA/ Il grande swap per salvare l’Italia alla faccia della Germania

- int. Stefano Morri

La cancelliera tedesca Angela Merkel ha ribadito il suo ‘no’ alla proposta degli eurobond, lanciando l’idea di un progetto che arrivi a una unione fiscale. Ne parliamo con STEFANO MORRI

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Angela Merkel (Foto Ansa)

La cancelliera tedesca Angela Merkel, durante l’intervento al Bundestag, ha ribadito con forza il suo no alla proposta degli eurobond, sottolineando che la soluzione dei problemi che interessano l’area euro in questo momento non è da ricercare nella socializzazione del debito. «L’idea che attraverso la collettivizzazione dei debiti si possano superare i problemi strutturali dell’Unione Monetaria è proprio ciò che non potrà funzionare», ha detto la Merkel, secondo cui i titoli di stato europei sono strumenti inadeguati, che non possono garantire un superamento della crisi del debito. L’inflessibile cancelliera tedesca è fermamente contraria anche riguardo a un più pesante intervento della Banca centrale europea, che deve invece continuare a essere «indipendente, in tutte le direzioni, se fa bene o se fa male» e «responsabile unicamente della stabilità della moneta, ed è bene che l’Europa abbia un’istituzione  indipendente che si occupi di questo». Quindi, secondo la Merkel, l’Europa «non ha il diritto di cambiare questo mandato qualsiasi cosa succeda», perché in fondo la Bce è «come una Corte costituzionale: non è opportuno discutere su cosa fa e su cosa debba fare». Dopo aver ribadito la sua contrarietà agli eurobond, la Merkel ha lanciato l’idea di un progetto che arrivi a un’unione fiscale, perché «se vogliamo recuperare la fiducia dobbiamo farlo attraverso dei cambiamenti introdotti a livello di trattati, di diritto, in modo da vincolarci. E questo è il primo passo verso un’unione fiscale e un edificio politico, che contempli un’armonizzazione fra competenze nazionali. Per questa ragione – ha spiegato – mi sono schierata per un patto Europlus in modo da poter parlare di diritto del lavoro, di pensioni, e un sistema uniforme per le tasse. E per questo motivo ho sancito con il presidente Sarkozy che per il 2013 Francia e Germania presentino una normativa fiscale comune per le imprese. Questo servirà a dare il buon esempio all’Eurozona. Diversamente non può funzionare», ha concluso la Merkel.

Recentemente, il neopresidente del Consiglio Mario Monti ha parlato a Strasburgo insieme alla cancelliera tedesca e al presidente francese Nicolas Sarkozy, dove ha anch’egli espresso l’importanza di un’unione fiscale dell’Unione. Monti ha anche fatto anche sapere che «è una fase molto problematica per tutti, anche per la tenuta dell’eurozona, ma anche piena di promesse come la storia europea insegna. Ho illustrato il programma del mio governo in corso di articolazione al di là dei vincoli da perseguire in modo rigoroso entro termini serrati, confermando l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 e il raggiungimento del pareggio in modo sostenibile. La sostenibilità implica una crescita economica che dia garanzia di una tenuta nel tempo» che deve basarsi «su riforme strutturali e la tempistica attraverso cui intendiamo muoverci per la tenuta salda dell’euro». Per approfondire la delicata questione, IlSussidiario.net ha contattato Stefano Morri, avvocato d’affari milanese: «Gli eurobond non sono la risposta sufficiente al problema, ma solo un pezzo, neanche il più importante, di questa risposta. Stando nella prospettiva della conservazione dell’euro, la sola risposta al problema viene dalla decisione della Bce di stampare moneta a garantire così l’acquisto illimitato di titoli sovrani dell’eurozona, facendo il prestatore di ultima istanza e non semplicemente il custode del livello di inflazione nell’eurozona.
Questa seconda soluzione consentirebbe di tenere bassi i rendimenti ed alti i corsi dei titoli di stato europei e taglierebbe le ali alla speculazione che in questo momento sta colpendo lo stock del debito presente nel sistema europeo e manda in default le nostre banche. La Germania non fa altro che confermare la sua posizione, che è quella di volere prendere solo i benefici, senza assumersi le responsabilità, dell’euro. Si tratta del Paese che ha goduto maggiormente dell’unificazione perché ha allargato il suo mercato, ha potuto vendere i suoi prodotti molto cari su un mercato di 400  milioni di consumatori e ora che si tratta di affrontare le difficoltà, di fare fronte comune, pretende di continuare a vivere come se fosse una nazione isolata, e questo ci sta realmente portando al disastro.

In questo momento mi sento estremamente pessimista, penso che l’Italia andrà in default, seguita inevitabilmente dalla Francia.  La Germania uscirà anche lei con le ossa rotte, di qui la speranza che cambino idea.  Ma i tedeschi non ne vogliono sapere, non si fidano, e lo dicono apertamente, preferiscono tornare al marco e mettere a rischio la loro industria che mischiarsi con noi.
Il governo italiano deve sposare il principio di realtà, smettere di farsi illusioni, e verificare velocemente se esiste una disponibilità da parte dei partner europei ad assumere una posizione responsabile, ma, se dovesse poi constatare che questa non c’è, dovrà elaborare e comunicare al Paese un piano B, che consiste nell’uscita dall’euro: bisogna cominciare a discutere apertamente, pubblicamente e scientificamente dell’uscita dall’euro, perché se il Parlamento tedesco continuerà con questa posizione, dobbiamo pensare concretamente a un’esclusione volontaria, prima di venir buttati fuori. Si tratta di una questione che nessuno vuole affrontare pubblicamente perché ancora vige il tabù dell’euro, che somiglia sempre più a una religione che a una moneta: se invece cominciassimo ad affrontare quest’argomento, secondo me l’Italia potrebbe davvero trovare la strada per farcela autonomamente, senza che questa strada passi per l’aumento dell’imposizione, che ci porterebbe alla recessione».

Stefano Morri ci spiega quindi che «la strada maestra è quella di un default controllato, scambiando titoli di stato con beni pubblici, quello che io chiamo il “grande swap”. Lo Stato ha una quantità immensa di patrimonio, che secondo alcune fonti ammonterebbe a oltre mezzo trilione di euro e che potrebbe essere dato, nelle dovute forme, in cambio di titoli di stato. L’unione fiscale significa invece farsi tassare dai tedeschi, e questa è una follia. Significa continuare a rinunciare a una sovranità nazionale, ma a favore di chi? Di personalità politiche, organi e apparati burocratici che nessuno conosce, che nessuno ha mai eletto. È necessario poi chiedersi anche quanto mai si potrà raccogliere aumentando le tasse: abbiamo una pressione fiscale sul reddito dichiarato che è abbondantemente sopra il 50%, quindi significa che chi paga le tasse dovrà pagare quanto?  Il 60, il 70%?  E lo sviluppo con cosa lo finanziamo?. Quindi mi chiedo: dove vogliamo arrivare? La strada non è l’aumento della tassazione, ma il grande swap.  La tassazione è solo inutile accanimento terapeutico per puntellare un sistema ormai condannato. Quindi, o la Germania accetta di fondersi con noi, di mettere insieme il suo debito pubblico con il nostro, oppure l’euro è finito.  Prendiamone atto e piuttosto spendiamo i soldi in piaceri della vita. C’è solo un caso in cui accetterei di unirmi fiscalmente a Germania e Francia, se la Bce accettasse di fare il prestatore di ultima istanza. ».

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