FINANZA/ Eurobond e Bce, così i diktat tedeschi ci spingono nel baratro

- Ugo Bertone

Mentre la situazione dell’Eurozona resta critica, la Germania non cambia posizione su Eurobond e Bce, creando non pochi problemi per i paesi partner. L’analisi di UGO BERTONE

merkel_ppianoR400
Foto Imagoeconomica

Esiste un Paese, la Gran Bretagna, che accusa un debito complessivo (la somma del debito pubblico, quello delle famiglie e delle imprese) superiore al 500% del Pil. La sua economia, fondata in buona parte sui servizi finanziari, non vive un momento di partciolare splendore. Anzi. I tagli praticati alla spesa pubblica per correggere un deficit pubblico che rischiava di superare la diga del 10% sul Pil hanno a lungo fatto temere che l’isola fosse avviata verso il tunnel di una lunga recessione. Eppure, ieri, sui mercati finanziari il Gilt decennale della Regina rendeva il 2,20%, ovvero tre punti base meno del 2,23% cui sono saliti i tassi del Bund a dieci anni, dopo il flop dell’asta tedesca. Non c’è dubbio: “L’euro sta facendo un grosso regalo al Regno Unito”, come commentava pochi giorni fa Maria Cannata, responsabile del Debito Pubblico della Repubblica italiana.

Neppure un segnale così eloquente sembra aver fatto breccia nel cuore dei leader del Paese leader di Eurolandia che continua a comportarsi, come si legge sul Financial Times, come “l’ultimo passeggero di prima classe che sorseggia champagne nel salone delle feste del Titanic”, incurante degli Sos in arrivo da fuori o delle acque che, a poco a poco, minacciano di sommergere anche i primi della classe. Nemmeno la diserzione dei compratori, in particolare i grandi fondi asiatici, all’asta della Bundesbank ha fatto cambiare idea ad Angela Merkel. Ancora ieri, almeno in via ufficiale, la posizione della Germania non è cambiata: gli eurobond, “seppur di moda”, non servono; la Bce non deve agire, né mai lo farà, come prestatore di ultima istanza; qualsiasi intervento a favore dell’euro che coinvolga le ricchezze della Germania dovrà essere preceduto da una riforma delle istituzioni dell’Unione europea.

Nel frattempo l’Europa deve proseguire la dieta che l’asse franco-tedesco (più tedesco che francese) ha ordinato in questi mesi: taglio “volontario” imposto alle banche degli interessi sul debito greco, novità che ha aumentato a dismisura la percezione del rischio e gli interessi sul debito pubblico dei pasi di Eurolandia, Italia inclusa; aumento, per far fronte al crollo del valore dei titoli di Stato, dei requisiti di capitale chiesti alle banche, soprattutto quelle dei paesi più colpiti dal calo del valore del debito sovrano locale.

Di qui una serie di misure procicliche per aumentare il capitale, ovvero, com’è più probabile, tagliare il credito alle imprese. Il risultato, scontato, è una bella recessione per la prima metà del 2012 che l’Europa si è fabbricata, anzi regalata da sola. Con l’aggravante di una crisi devastante della liquidità che minaccia di colpire l’intera economia mondiale che, all’improvviso si è vista levare di sotto il naso il 40% circa della liquidità che finanzia il commercio mondiale, tanto quanto è l’apporto medio del credito delle banche francesi, tedesche o degli altri Paesi dell’Ue.

Il rischio, insomma, è di far saltare l’intera baracca dell’economia globale per non applicare l’unica ricetta possibile: un forte afflusso di liquidità sui mercati, tutto quel che è necessario per convincere gli operatori che la Banca centrale europea è pronta a mettere in campo tutti i capitali necessari per evitare che il livello del costo effettivo del debito sovrano superi una certa soglia.

Un’operazione della stessa natura, seppur di segno opposto, a quanto fatto dalla Banca nazionale svizzera in estate, quando fu chiaro che Berna non avrebbe tollerato la rivalutazione ulteriore del franco, come previsto (a vantaggio della clientela) dai guru di Goldman Sachs. Ma dietro la scelta dei banchieri centrali svizzeri c’era il pieno consenso della politica e dell’intero Paese. Al contrario, l’Europa è profondamente divisa sia sui fini che sui mezzi: l’unica strategia, in un caso del genere, sembra la massima ipocrisia, quella del “si fa, ma non si dice”.

Si moltiplicano, infatti, i segnali di disponibilità sottobanco da parte di Angela Merkel a tollerare un maggior interventismo della Bce. Ma sottovoce, mentre al Bundestag gli alleati di governo, tipo il liberale Roessler, lanciano proclami che fanno impallidire le sparate della Lega Nord. Brutto affare. Da almeno un anno la Merkel ha adottato la tecnica di cedere solo all’ultimo momento (e il meno possibile) di fronte all’incalzare degli eventi con l’obiettivo di passare, davanti all’opinione pubblica di casa, come la paladina degli “interessi tedeschi”. In termini tecnici e finanziari, questa strategia ha messo a dura prova l’euro e le economie dell’area. In prospettiva rischia di minare le fondamenta dell’intera Europa.

Come ha notato argutamente lo storico Niall Ferguson, non esistono procedure per uscire dall’euro, ma i trattati prevedono l’uscita dall’Unione europea. Ovvero, nulla esclude che l’euro come moneta possa sopravvivere (per questione di comodità, di costi e di vantaggi commerciali) allo sfacelo dell’edificio comunitario che poggia sulla condivisione di obiettivi e di valori oggi a rischio.

In altri termini, la Germania insiste per avere l’ultima parola sul controllo dei bilanci nazionali. Ma la modifica dei trattati non riguarda solo le questioni di ragioneria contabile. “Modifiche di base al trattato europeo comportano un grande dinamica in sé – avverte il vice di Jean Paul Juncker, il lussemburghese Jean Asselborn. – È utopico credere che si potrebbero cambiare soltanto gli articoli previsti. L’Unione europea oggi ha bisogno soprattutto di un messaggio positivo che indichi alla gente la prospettiva che al centro degli effetti della politica ci siano la crescita economica e con questo anche la sicurezza sociale e la creazione di nuovi posti di lavoro».

Proprio quel che non emerge dal balletto dei vertici, 15 in 13 mesi se si tiene conto del prossimo incontro dell’8-9 dicembre, che non hanno risolto in pratica nulla. In questo periodo, i contribuenti italiani si sono sottoposti a una cura drastica, fatta di austerità. Non solo. Sulle spallle dei cittadini è ricaduta anche il maggior onere deli interessi sul debito pubblico che, fra qualche mese, finisce nelle casse della Bce, in pratica l’acquirente numero uno dei Btp. Un buon affare visto che la banca centrale paga il denaro che riceve dalle banche lo 0,50% in interessi e lo presta al 7% abbondante. Non è chieder troppo se, con questi capitali, la stessa Bce farà da cuscinetto al debito italiano evitando un collasso destinato a pesare un po’ su tutti. Germania compresa.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori