FINANZA/ Ha vinto Bin Laden?

- Paolo Sciumè

La crisi cominciata con l’attacco alle Twin Towers del 2001 e lo scoppio della bolla speculativa mondiale dei derivati ha reso il mondo preda dei ‘terroristi’? Il commento di PAOLO SCIUME’

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Foto Imagoeconomica

Il crollo delle Torri Gemelle, l’11 settembre del 2001, sembrava fosse un episodio, atroce e drammatico, ma concluso. Col tempo e a distanza di anni sembra che altro sia minato e venuto meno. C’è forse una connessione tra il crollo delle Torri e la riduzione della forza economica e dell’influenza politica internazionale degli USA e della forza economica e politica dell’Occidente.
Il prof. Guido Rossi ha affermato (1) che il “mercato” ed il capitale che lo sostiene ha avuto la presunzione di essere non contenibile e non regolabile.
È come se il “mercato” avesse avuto la pretesa di diventare totalizzante, geograficamente, espandendosi su tutto il territorio mondiale e non più solo entro confini nazionali, e totalizzante, culturalmente, potente fino al punto di assorbire completamente l’orizzonte di vita delle persone. Molti affermano inoltre che la presenza del capitale e del mercato, nel secolo scorso sia stata per certi aspetti anche causa della caduta del muro di Berlino, evento in cui la cultura del capitale si è scontrata con un’altra pretesa totalizzante, quella del comunismo.
In altri termini, mi sembra realistica questa lettura: il mercato ha pretesa di essere totalizzante e ha la presunzione di coprire tutta la realtà e di rispondere a ogni bisogno delle persone. 
La persona e il mercato sono legati attraverso il consumo. Il mercato produce e la persona consuma. L’illusione di poter avere qualunque cosa tramite il ricorso al debito ha creato, in un crescendo, una sovrapposizione di strumenti finanziari che ha fatto, nel 2008, crollare il sistema. All’origine della crisi economica occidentale vi è stato il sostegno della finanza all’espansione ritenuta progressiva, permanente e irreversibile dei volumi di crescita degli acquisti di beni, di immobili e del loro valore. A catena, legato al finanziamento per gli acquisti dei beni si è creato un circuito di strumenti finanziari indotti e derivati dai beni primari, autonomi come valore attribuito, ma disgiunti dal rapporto con l’economia reale. Una autonomia solo apparente che, crollato il valore reale dei beni, ha introdotto una insolvenza nel circuito finanziario retto da tali strumenti. Un circuito implosivo.
Secondo l’articolo citato il “mercato” crolla per assenza di regole. Seguendo questa ipotesi è come se non uscissimo dalla logica che ha portato il mercato a essere totalizzante; è come se concedessimo al mercato di rimanere culturalmente totalizzante purché abbia regole che lo amministrino. E la crisi del mercato è il risultato della sua rinuncia, in dialettica con la politica, a darsi delle regole. Anche questa lettura può non essere sbagliata.

(1)“Una Bretton Woods per salvare il mondo” (Guido Rossi – Il Sole 24 Ore – Domenica 14 agosto 2011)

Tuttavia la situazione può essere più chiara se si prende in considerazione il quadro complessivo di ciò che è avvenuto. Per sanare la situazione che si è venuta a creare con la crisi del 2008, quindi per sostenere il sistema che aveva garantito in modo artificiale al mercato la sua sopravvivenza – attraverso la finanza – gli Stati sono dovuti intervenire per sostenere il sistema creditizio. A loro volta, dunque gli Stati hanno dovuto sovvenire alle perdite delle banche. Infatti, per sostenere questa situazione disastrata – legata soprattutto ai titoli subprime (basati sulla contraddizione di valore tra gli immobili, l’indebitamento dei soggetti e gli investimenti finanziari e immobiliari gonfiati) – è stato necessario un intervento massiccio. Il livello di debiti sovrani di tutti gli Stati occidentali si è elevato in modo rilevantissimo e concorrenziale in rapporto alle possibilità di provvista. 
La situazione italiana tuttavia presenta caratteri peculiari. In Italia il debito è elevato da anni e lo Stato non è dovuto intervenire direttamente per sostenere il sistema bancario. Fu sufficiente una forma di garanzia. Sulla situazione italiana già pesava, tuttavia, l’intervento massiccio dello Stato in sfere che, oggi diremmo, non di sua competenza, consolidate con la riforma fiscale del 1972. Intervento, quello della riforma del ‘72, destinato ad aumentare la pressione fiscale – senza che l’evasione diminuisse – facendole raggiungere livelli drammatici, con l’obiettivo di sostenere contemporaneamente il debito in funzione di uno Stato imprenditore e soggetto di un cosiddetto “welfareche oggi rivela fino in fondo la sua iniquità e l’origine ideologica.
Il debito italiano è così frutto di sistemi corporativi e dell’assistenzialismo che nasce alla fine degli anni ’60 ed è legato all’incapacità del legislatore di fare riforme radicali, al momento opportuno, dello Stato e della produzione dei “suoi servizi”. Questa incapacità – che nel corso della storia italiana degli ultimi 60 anni è stata una costante: le leggi non furono mai riformiste ma sempre frutto di un mero e tardivo compromesso. L’anomalia del sistema italiano ha tenuto frenata l’Italia e noi oggi paghiamo conseguenze drammatiche. In una democrazia le riforme sono necessarie, indispensabili e permanenti.

Peraltro nella crisi del 2008 gli istituti bancari del nostro Paese, forse “arretrati” (?) rispetto agli Istituti anglosassoni si sono tenuti molto lontani da investimenti in titoli derivati e tossici, come tuttora sono. E in rapporto al criterio che sarà definitivamente scelto, relativo al valore dei titoli sovrani ai fini dei propri coefficienti patrimoniali, potrebbero essere le banche italiane- in Europa – quelle con le minor necessità di aumenti di capitale.
Crisi delle banche, crisi della finanza e intervento di Stati che aumentano il loro debito, per sostenere le banche. Se gli Stati s’indebitano – e il debito diventa insostenibile – e se la circolazione di credito sovrano è talmente ampia per cui il debito degli Stati diviene concorrente con quello degli altri stati allora non c’è dubbio che il problema del debito si pone in maniera radicale. Come i fatti di questi ultimi mesi dimostrano.
Infatti chi deve pagare i debiti dello stato? La risposta è evidente: noi. Paga chi produce e lavora. Noi non possiamo fare altro che produrre, lavorando. Da questo punto di vista, questo tempo si presenta qnche come un’occasione per imparare (di nuovo?) a lavorare. Il lavoro non più una parentesi negativa tra la giovinezza spensierata e la vecchiaia emarginata, ambedue sorvegliate e finanziate da uno Stato padrone ma come collaborazione alla crescita del popolo cui si appartiene. Non è, quindi, la crisi, solo l’occasione per “l’imposizione di rigorosi programmi di austerità che comportarono un decennio di riduzione dei redditi e di lentissima e minima ripresa economica” (2) ma anche occasione per un cambiamento. Un cambiamento reso necessario perché è cambiato l’orizzonte in cui si iscrive l’azione di ciascuno di noi e noi possiamo recuperare il senso del lavoro e dell’unità della persona che ne ritrova il senso. Se è così, cioè se siamo noi a dover pagare il debito con il nostro lavoro, dovremmo tuttavia poter dire: vogliamo ridisegnare il patto tra noi e l’istituzione. Dovremmo poter dare voce e rappresentanza a un popolo. Ci vuole insomma un nuovo modo di concepire lo Stato. Uno Stato che stavolta segua la persona che deve lavorare e produrre, organizzare il suo lavoro e la sua forza produttrice senza ostacoli. Non più un patto tra cittadino e Stato, ove il cittadino è funzione dello stesso, concezione figlia dello schema illuminista, ma un patto, in cui lo Stato è a servizio della persona, della sua identità, della sua appartenenza, a servizio appunto del popolo.

(2) “Una Bretton Woods per salvare il mondo” (Guido Rossi – Il Sole 24 Ore – Domenica 14 agosto 2011)

Che cosa osta a questo utopico modo di vedere? Due debolezze: La prima che non c’è un popolo: nell’occidente è difficile ritrovare le tracce di un popolo. La seconda è che lo Stato è debole. E il nuovo patto dovrebbe essere il frutto di una dialettica tra soggetti forti, la dialettica richiede sempre soggetti forti. 
L’idea di una “Rule of Law globale”, un’autorità mondiale che riscriva le regole, è una via di fuga, forse violenta. Come da un lato il mercato ha perso l’illusione della sua forza totalizzante, dall’altro lato la parola “cittadino” ha perso confine. La parola cittadino è correlata e acquista relatività, appunto perde confine. Il cittadino è smarrito. Due soggetti che devono controbilanciarsi: lo stato e i cittadini. Se siamo noi che dobbiamo “pagare” è chiaro che si ripropongono domande sulla partecipazione, sulla “democrazia”. Che dunque deve scrivere le nuove regole? Può dettare le regole chi ha la forza di presenza nella realtà e nella società. 

  • Le regole possono nascere da un popolo che vive il suo tempo: l’ideologia del “tutto perfetto”, l’illusione drammatica per cui sia ancora valido l’universalismo dell’illuminismo sembra tramontare. L’illusione per cui la forza della ragione si impone come di per sé sola in grado di governare le cose sembra tramontare, e così scompare una certa idea di “cittadino”, scissa dall’idea di persona. 

Perché allora si ha la tentazione di dire che ha vinto Bin Laden? Perché Bin Laden con il suo valore simbolico è l’espressione violenta di una presenza drammatica nella realtà, iniqua e ingiusta, ma, che, comunque, esprime un tessuto di persone e, in qualche modo, una fede, per quanto folle. La battaglia contro Bin Laden può essere giocata solo a livello di consapevolezza di ciò che il popolo dell’occidente ha da difendere. 
Collaborare a migliorare le regole di eventi che vanno nella direzione sbagliata può peggiorare la situazione, se le regole, anche buone in sé, sono funzionali a direzioni erronee. Questa è un’idea di moralità che assolutizza la ragione e la sua forza di formulare regole lontane dall’esperienza di chi vive. Il problema forse, in questo momento, è ritrovare la direzione. Il vero punto, quindi, è riandare alla tradizione dell’occidente scavalcando finalmente la cortina fumogena dell’illuminismo e il periodo delle ideologie. Ritrovare chi è il soggetto.
Ma se è il popolo che genera le regole la domanda successiva è: chi genera il popolo? E come viene generato un popolo? E’  un’illusione che l’istituzione generi il popolo. La politica e le istituzioni non possono che essere a servizio del cittadino persona.



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