FINANZA/ E ora il d-day della crisi è sempre più vicino: ecco le tappe

- Mauro Bottarelli

Mentre cresce l’allarme sul debito pubblico italiano, il mese di novembre appare come una corsa ad ostacoli verso il redde rationem della crisi. Il commento di MAURO BOTTARELLI

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Foto Ansa

Parafrasando il Financial Times: in nome di Dio, dell’Europa e dell’Italia, smettiamola di dire castronerie! O, peggio, di agire in malafede. L’ultima moda dell’allarmismo economico è, infatti, quella di gridare alla svendita del debito italiano da parte delle grandi banche europee che lo detengono in grande quantità da anni (anni in cui era già monstre, ma questo non ha rappresentato un ostacolo ad acquisti di massa e detenzioni strategiche). Che il nostro debito vada abbattuto e che gli istituti tedeschi, francesi e inglesi stiano vendendo è indubbio, ma in situazioni simili non è la quantità di debito che si scarica a contare, bensì a quale prezzo i nostri titoli vengono venduti e se l’operazione contempla in contemporanea l’acquisto di credit default swaps a copertura.

Ma partiamo dai dati. Bnp Paribas, la banca francese che possedeva più titoli italiani in portafoglio, li ha tagliati del 40%, vendendo sul mercato e riducendo così l’esposizione nei confronti dell’Italia da 20,5 miliardi al 30 giugno 2011 a 12,2 miliardi al 30 ottobre. Non esattamente una svendita, se paragonata all’operazione compiuta all’inizio di giugno da Deutsche Bank, la quale ha portato la sua detenzione di debito italiano da 8 miliardi di euro a meno di uno, coprendosi per la quasi totalità con credit default swaps. La notizia fece scalpore e occupò le prime pagine: in piccoli trafiletti, invece, il fatto che nel frattempo il colosso tedesco abbia già raddoppiato la sua detenzione salendo a 2,3 miliardi. Questa settimana, poi, altre tre banche francesi presenteranno i propri risultati e scopriranno le carte anche sull’attività di trading sui titoli sovrani: domani Societè Generale, mercoledì il gruppo Bpce e il 10 novembre sarà il turno di Credit Agricole (talmente spaventato dal rischio Italia da aver compiuto pochi mesi fa, ovvero a crisi del debito già ampiamente scoppiata, un’operazione di espansione sul nostro territorio attraverso la controllata Cariparma, acquisendo filiali da Intesa SanPaolo).

Secondo gli stress test dell’Autorità bancaria europea, al 31 dicembre 2010 l’esposizione complessiva verso i bond italiani delle banche francesi era pari a 40 miliardi. Nell’ultimo trimestre l’inglese Barclays ha ridotto la sua esposizione netta sui Piigs di 2,6 miliardi di sterline a 8 miliardi, mentre le cinque principali banche Usa, nel terzo trimestre hanno tagliato di circa 5 miliardi di dollari la loro esposizione netta, ora intorno a 42 miliardi. Anche chi, come Ubs e Credit Suisse, aumenta l’esposizione “lorda” verso i titoli pubblici italiani, riduce quella netta coprendosi contemporaneamente con i cds. Ma se da un lato l’ondata allarmistica sul nostro debito è dovuta alla sensazione generata dal crack di MF Global, andata a zampe all’aria la scorsa settimana scommettendo sul debito italiano, dall’altro si basa su dati non realistici.

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Primo, per quanto la messe di debito da rifinanziare nel 2012 sia poderosa (circa 259 miliardi), i rendimenti che paghiamo oggi non vanno a incidere sul debito già sottoscritto, li pagheremo in futuro a scadenza. Secondo, se qualcuno vende il nostro debito, significa che qualcuno lo compra. E qui entrano in campo le due vere variabili da seguire. Non conta infatti quanto e chi vende e nemmeno tanto chi compra ma a quale prezzo: sui titoli greci, ad esempio, da mesi è in atto la cosiddetta sell-off, ovvero una svendita a qualsiasi prezzo pur di scaricare la detenzione dai bilanci. Non a caso, il biennale greco paga il 97% di rendimenti e l’annuale il 202%. È default nei fatti, ma questo non è il caso dei rendimenti italiani, in sofferenza sì all’ultima asta del Tesoro ma soprattutto per un fattore tecnico che si lega alla seconda variabile: i cds. L’Ue, infatti, intende vietare il naked cds sovrano, ovvero la vendita allo scoperto di credit default swaps, togliendo a molti investitori il principale veicolo di protezione. Detto fatto, all’ultima emissione di Btp i fondi, speculativi ma anche pensione, erano i grandi assenti, motivo che spiega sia il balzo del rendimento richiesto che la bassa domanda.

Inoltre, stando a dati della Banca per i regolamenti internazionali, nel primo trimestre di quest’anno le banche Usa hanno aumentato di 80,7 miliardi, raggiungendo a quota 518 miliardi di dollari, la vendita di credit default swaps contro le perdite sui crediti verso i Piigs. Insomma, stanno creando, insieme a banche francesi, tedesche e inglesi che vendono il nostro debito e comprano (e vendono, agendo da broker) cds, i presupposti per una seconda AIG: se tutti si coprono con tutti e finiscono per garantirsi a vicenda, un default potrebbe innescare una spirale a valanga, uno schema Ponzi del panico. Per scongiurare il quale, almeno nell’immediato, CME e il Comex da oggi abbasseranno i margini iniziali su tutti i prodotti derivati che propongono, portandoli allo stesso livello richiesto per il mantenimento della posizione. Ovvero, stasera, alla fine della giornata di trading, milioni di detentori di opzioni e futures potranno pagare un po’ meno, dovendo comunque depositare miliardi in capitale addizionale presso la CME per evitare di ricevere una margin call. Ma, come detto, è qualcosa di contingente e riferito solo al brevissimo termine, ovvero per evitare che FM Global e la sua cascata di liquidazioni forzate sulle posizioni facesse saltare definitivamente il banco del mercato dei derivati globale.

Chissà come reagiranno i mercati stamattina, con sollievo per il “risparmio” o con panico per l’Armageddon sfiorato di un millimetro? Stante anche il nulla prodotto dal G20 di Cannes e il fatto che sempre oggi l’Eurogruppo si riunirà per discutere del fondo Efsf senza alcuna indicazione giunta dalla Francia (l’ultima proposta, gentilmente rispedita al mittente dalla Germania, era quella di utilizzare oro e riserve in valuta estera della Bundesbank per aumentare di 15 miliardi di euro la detenzione del fondo salva-Stati) e con l’emissione di bond per 3 miliardi posticipata tra quindici giorni (quindi con uno spread sul Bund destinato a crescere ancora, così come il rendimento). Di più, sempre oggi i funzionari della troika daranno inizio alla seconda valutazione trimestrale dell’implementazione del programma di salvataggio del Portogallo, lavori destinati a durare due settimane e che si scontreranno contro la volontà già espressa dal governo lusitano di rivedere i termini del piano di aiuti alla luce dell’haircut obbligazionario accordato alla Grecia.

Ma è tutto il mese di novembre a rappresentare una corsa ad ostacoli verso il redde rationem della crisi. Domani si terranno contemporaneamente il meeting dei ministri delle Finanze dell’Ue e un’emissione di titoli a breve scadenza da parte del Tesoro greco mentre giovedì sarà il nostro turno per un’asta di T-Bills. Il giorno dopo, il 10 novembre, vanno a maturazione 2 miliardi di euro di T-Bills greci, mentre lunedì prossimo si terrà un’asta di Btp italiani, seguita il giorno dopo da un’emissione di T-Bills greci e quello seguente da un’asta di T-Bills portoghesi. Giovedì 17 asta di titoli poliennali spagnoli e francesi, mentre venerdì 18 vanno a maturazione 1,3 miliardi di euro di T-Bills greci. Domenica 20 novembre elezioni politiche in Spagna, giovedì 24 sciopero generale in Portogallo e martedì 29 novembre, in contemporanea, asta di Btp italiani e voto finale del Parlamento portoghese sul budget. Il d-day è alle porte e, come prevede il codice di guerra, disfattisti e traditori pari sono nel trattamento che meritano.



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