QUALCOSA DI SINISTRA/ Il rebus Finmeccanica tra tagli e rischio “svendita”

- Sergio Luciano

Nel caso Finmeccanica, spiega SERGIO LUCIANO, sta andando in scena un’altra tipica tragedia degli equivoci all’italiana. La crisi dell’azienda ha due aspetti tra loro slegati

Finmeccanica_RossoR400
Foto Imagoeconomica

Nel caso Finmeccanica sta andando in scena un’altra tipica tragedia degli equivoci all’italiana. La crisi del gruppo industriale controllato dallo Stato – il secondo manifatturiero d’Italia dopo la Fiat, con 71mila dipendenti e circa 16 miliardi di euro di fatturato – ha due nature che in realtà non c’entrano quasi nulla l’una con l’altra, ma convergono nel condurre entrambe alla conclusione che Pierfrancesco Guarguaglini, oggi Presidente con la delega sulle strategie, ma per nove anni (fino allo scorso maggio) anche Amministratore delegato del gruppo, e quindi padre-padrone, deve andarsene. Quali sono le due crisi e perché questa loro comune conclusione?

La prima, e più allarmante, è una crisi di andamento economico e prospettive gestionali, che condurrà quest’anno il colosso a perdere circa un miliardo di euro e impone una drastica ristrutturazione e un completo ripensamento strategico per far sì che questa perdita non si ripeta e che Finmeccanica ritorni a una gestione redditizia. La seconda è una crisi di reputazione e credibilità del vertice stesso, legata all’emergere di imprecise ma massive fughe di notizie circa una sequela di episodi di corruzione che si sarebbero verificati, secondo la Procura, soprattutto nei rapporti tra la Finmeccanica e l’Ente nazionale assistenza al volo (Enav) con il coinvolgimento diretto della consorte di Guarguaglini, Marina Grossi, Amministratore delegato della Selex, società interamente controllata da Finmeccanica.

La crisi di reputazione depotenzia la capacità gestionale del presidente e toglie credibilità alle strategie indicate dai capi a lui più vicini. Ha sorpreso tutti, inoltre, constatare come un’azienda importante quanto la Selex abbia potuto essere affidata alla moglie del leader del gruppo, con ciò precostituendo un fortissimo conflitto d’interessi: come avrebbe fatto Guarguaglini a licenziare la moglie se questa lo avesse meritato (e, secondo i magistrati, lo meritava eccome!) senza contemporaneamente rovinarsi la vita privata? Per quanto questo genere di incroci ai confini con la realtà si verifichino di frequente anche nel mondo delle imprese private e molto spesso non producano danni, rimangono sconsigliabili.

La crisi di reputazione è tale da aver indotto anche alcuni effetti grotteschi, come quello che ha suggerito al gruppo commerciale Selex, che controlla in Italia alcune migliaia di supermercati, di fare una pagina di pubblicità su alcuni giornali per rassicurare la clientela che loro non c’entrano con “quell’altra” Selex, come se la Signora Maria, che va a far la spesa la mattina, se ne potesse preoccupare…

Il discredito che ha dunque investito Guarguaglini e i suoi collaboratori più diretti, a prescindere dalla fondatezza delle accuse che solo l’evolversi della vicenda giudiziaria potrà eventuale comprovare, incrociato con la situazione di emergenza gestionale in cui versa il gruppo, avrebbe dovuto bastare da solo a indurre il manager a un passo indietro, perché ne depotenzia qualunque iniziativa e toglie credibilità alla sua pretesa di continuare a tracciare le strategie future del gruppo. Ma la sua ostinazione a resistere finora manifestata ha indotto i consiglieri a chiedere una riunione, convocata per oggi, con, all’ordine del giorno, il ritiro delle deleghe del Presidente e il loro trasferimento all’Amministratore delegato nominato nel maggio scorso, Giuseppe Orsi. Si vedrà se prevarrà il buon senso inducendo, prima, Guarguaglini a dimettersi o se il vecchio manager – ha 74 anni – insisterà a volersi far sfiduciare.

Quel che però sorprendentemente sta complicando il quadro è invece la polemica scoppiata sul piano strategico approvato un mese fa dal consiglio stesso, su proposta di Orsi e in assenza di Guarguaglini, per pilotare la Finmeccanica fuori dalle secche delle perdite e ritornare all’equilibrio economico prima e all’utile poi. Alcuni sindacati, che sono tutti, com’è giusto, in agitazione, e alcune forze politiche (che forse lo sono anch’esse, al rischio che la greppia chiuda!), spingono per una sorta di generale repulisti che a loro dire dovrebbe travolgere anche Orsi. Altre forze politiche sostengono invece che l’unico rimedio sia quello di privatizzare la Finmeccanica.

Siamo visibilmente alla follia. La Finmeccanica è un gruppo complesso e ramificato, difficilissimo da gestire, che vende alta tecnologia a livello mondiale, in buona parte dalla crucialità strategica, perché serve il settore degli armamenti. Quindi, gestire Finmeccanica, oltre alle ordinarie difficoltà di tipo industriale, richiede competenze e presenta problemi di tipo istituzionale e politico, perché molte vendite vanno negoziate con il governo italiano e con vari governi stranieri, tenendo anche conto delle compatibilità tra di essi; presenta problemi tecnologici e di ricerca, perché nell’elettronica avanzata la competizione è estrema; presenta problemi sociali e umanitari, perché la vendita di armi e relative componenti richiede una particolare attenzione al contesto. Insomma, è un rebus.

Lo stesso Orsi, che pure è manager in quel gruppo da 37 anni, ha competenze fortissime e indiscusse in uno dei settori migliori del gruppo, quello elicotteristico, ha avuto il suo bel da fare nel rinfrescare le proprie competenze ulteriori, pur se facilitato dal fatto che anche gli elicotteri sono un prodotto a metà tra l’uso civile e militare e quindi presentano le stesse problematiche commerciali e istituzionali degli altri armamenti. Infine, la Finmeccanica risente in modo acuto della bassa reputazione di tutto il “sistema Paese”, perché vende prodotti a lunga vita (si pensi agli aeroplani e ai treni) per i quali i clienti richiedono ai fornitori affidabilità e stabilità a lungo termine, ed essere italiani in questo momento, nel mondo, non aiuta in tal senso.

Infine, la strategia di espansione perseguita per nove anni da Guarguaglini, pur per molti versi valida, non aveva sufficientemente messo in conto e programmato la sostenibilità del business, che va alimentata attraverso una fortissima capacità di investimenti in ricerca e commercializzazione, tanto più in tempi di crisi economica. Ne consegue che quel gruppo così cresciuto, scoppiata la crisi, si è scoperto privo delle risorse necessarie per superarla, e cioè per continuare a investire anche senza avere più i volumi di vendite precedenti. Col calo delle vendite, si sono fermati gli investimenti. Di qui, la dolorosa necessità di tagliare alcune attività non strategiche e dimensionalmente non sufficientemente grandi, come in particolare la divisione ferroviaria: tagliare significa vendere, non chiudere. Non potendole sostenere con i necessari investimenti, se non le si vende le si soffoca. Però, è fatale che, in attesa di venderle e per venderle al meglio, possano essere necessari alcuni tagli all’organico.

Chi può fare questo lavoro al meglio? Probabilmente non soltanto Orsi, ma sicuramente lui meglio di molti altri, sia perché non è compromesso con la gestione Guarguaglini – il quale non lo aveva mai amato -, sia perché è un manager di comprovata esperienza internazionale e di nota attenzione ai profili sociali del suo agire. Oltretutto conosce bene il mestiere e il gruppo. Ed è del tutto indipendente dai partiti: è vero che la Lega aveva fortemente caldeggiato la sua nomina, ma questa sponsorizzazione non nasceva da altro che dall’oggettiva conoscenza tra il manager e alcuni notabili leghisti, primo fra i quali il meno-peggio di tutti loro, cioè Maroni, nata però né sulla militanza (figuriamoci), né su qualche promessa di contropartita, ma semplicemente sul fatto che la Lega conosceva bene da tempo Orsi per averlo visto all’opera negli impianti dell’Agusta nel Varesotto.

E invece l’“opzione zero” sostenuta da qualcuno su Finmeccanica predica il repulisti totale. Anche nella speranza che un qualche demiurgo paracadutato lì dall’esterno possa tagliare meno di quanto dovrà a malincuore fare Orsi. Più che una speranza, un sogno. Orsi non è un giovanotto, viaggia per i 68 anni e probabilmente non avrà in nessun caso una lunga stagione in Finmeccanica, ma è certamente – ahilui – l’uomo giusto al posto giusto e nel momento giusto, a patto che Guarguaglini si tolga di mezzo e che a lui non vengano messi i bastoni tra le ruote.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori